Mostra Architettura Alto Adige | THE PLAN
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Inaugura la mostra Architettura Alto Adige

Architettura Alto Adige. Bergmeisterwolf – MoDus Architects è il titolo di una bella esposizione allestita nei prestigiosi ambienti di Palazzo Gravina a Napoli, e in corso fino al 25 gennaio e apre un ciclo di mostre dedicate all’architettura contemporanea italiana, ideato e curato da Giovanni Multari per il Dipartimento di Architettura della Federico II di Napoli.

Multari ha con intelligenza tagliato il suo sguardo critico sulla ampia e complessa scena altotesina presentando l’opera di due studi di Bressanone: Bergmeisterwolf e MoDus, scegliendo inoltre di documentare, in particolare, due opere per ognuna delle due coppie di progettisti, assunte come emblematiche della loro produzione e anche rappresentative della produzione del Sudtirol. 

Non c’è torto maggiore che si possa fare a Bergmeisterwolf e MoDus, tuttavia, che imprigionarli nella formula “architetti altoatesini”. Si tratta, infatti, di due realtà ormai di spicco dell’architettura italiana. Né deve sorprendere il fatto che siano degli architetti di Bressanone a destare tanta attenzione nella critica, poiché sono gli esponenti di punta di tutto un movimento, quello che viene dall’Alto Adige, che si sta segnalando come uno dei fenomeni più interessanti dell’intera scena italiana. Il loro lavoro, in tal senso, esprime in modo convincente – e con esiti notevoli – quelle che, in estrema sintesi, possono essere considerate le coordinate all’interno delle quali si delinea l’intero quadro della migliore architettura altoatesina di oggi. In primis la delicata questione della relazione tra costruzione e habitat, che si tratti del contesto naturale di eccezionale valore paesaggistico o della città storica, considerata un palinsesto fortemente stratificato, cultural heritage da tutelare, certo, ma non da ibernare, e anzi da rigenerare e ri-significare, senza nostalgie e complessi. Questo avviene attraverso logiche compositive e scelte formali che si giovano, tra le altre cose, dell’uso di tecniche e materiali moderni messi a reagire con quelli di una antica civiltà del costruire – e, inoltre con un uso moderno di materiali antichi - e si esprimono poi in un linguaggio orgogliosamente contemporaneo, coraggioso ma senza eccessi, essenziale ma non integralista, autorevole ma non protervo, rigoroso ma non moralista e, quel che più conta, sempre elegante, nell’accezione autentica del termine. Non c’è spazio, quindi, per i cliché e, men che mai, non c’è alcun cedimento all’oleografia del vernacolo o a un malinteso senso della tradizione, declinata nei modi del pittoresco o del folk, mentre grande attenzione, invece, è accordata alla dimensione sociale e più in generale all’architettura come questione culturale. Ne scaturisce una visione semplice e forte dell’architettura come mestiere e saldamente incardinata sulla coppia dicotomica luogo e tema e sui fondamenti del costruire, tenuti sotto controllo all’interno di una chiara impostazione geometrica.

La formazione di Michaela Wolf (Merano 1979) e Gerd Bergmeister (Bressanone1969) è stata segnata dal magistero di Othmar Barth, figura chiave per la storia del Moderno in Alto Adige e docente fin dal ’75 nella scuola di Innsbruck. Il richiamo ai fondamenti qui non implica in alcun modo la scolastica e pigra riproposizione di modi, e stilemi ma, al contrario, un’azione critica di ripensamento del modo in cui l’uomo abita il proprio mondo, un mondo che, proprio come il paesaggio, si trasforma sia oggettivamente sia nella percezione e significazione che ne diamo. Un obiettivo costantemente perseguito attraverso un modus operandi che dall’interrogazione del luogo - con la individuazione dei caratteri orginari del sito da selezionare ai fini del progetto –giunge alla definizione del tema, e quindi a una pratica dell’innesto: di logiche e materiali  moderni su antiche pratiche/tradizioni costruttive; di elementi di rottura-discontinuità con le preesistenze; di segni prelevati dai linguaggi della contemporaneità nella lingua del luogo; di elementi di dissonanza con il paesaggio allo scopo di attivare processi di nuova significazione.

Nell’Hotel Belvedere è centrale il rapporto con il paesaggio, ma anche con il suolo: un edificio che si eleva e che scava, e se la finitura richiama il colore della roccia, la forza e la chiarezza della matrice geometrica – cerchio – neutralizza il rischio dell’ambientismo e delle retoriche del “corretto inserimento”. Il basso cilindro scava alla base nel fianco della montagna e vi si incastra, esibisce e impone al luogo la propria presenza e la propria alterità sterometrica, ma poi si lascia anche erodere e svuotare sui fianchi con le grandi terrazze e, sviluppandosi verso l’alto si sfalda, come fosse costituito da lastre sovrapposte, un modo molto concettuale e sofisticato per rappresentare il paesaggio per analogia. L’ampliamento della quattrocentesca Cantina Pecherof si presenta come un pugno di elementi: un muro, una rampa, una piramide tronca e, poi uno scavo che crea spazio. Qui il tema è doppio. Da un lato la dialettica immersione-estrusione: spazi che si fanno spazio nel cuore della terra, e spazi incapsulati in volumi che emergono dal suolo nella forma di una piccola piramide tronca di bronzo. Poi una relazione con la plurisecolare preesistenza costruita per differenza e per contrasto, come viene esemplificato dal contrasto tra la fisicità materica, pietrosa dei muri della cantina storica e le superfici lucide del rivestimento della piramide.

Diversa la formazione di Sandy Farag Attia (Il Cairo, 1974) e Matteo Scagnol (Trieste, 1968) che hanno dato vita a MoDus. La prima si è formata negli States con un master ad Harvard, e qui ha incontrato Scagnol, reduce dagli studi all’IUAV, allievo di Francesco Venezia, presso il cui studio napoletano ha lavorato per due anni. Come si legge nel catalogo della mostra il lavoro di Modus è “multiprospettico, piuttosto che a un obiettivo singolo punta alla ricerca di una risposta architettonica del problema in questione, indirizzando il lavoro verso soluzioni aperte”. Se per Bergmeisterwolf abbiamo parlato di pratiche di innesto, per MoDus è forse utile parlare di azione di infusione. Nel Rifugio a Ponte di Ghiaccio, sulla linea tra il lago omonimo a nord e il lago di Neves a sud, il tema è quello della messa in relazione tra percorsi, e viene interpretato nella forma di un edificio che funziona da ponte visivo, progettato per essere percepito come edificio doppio, uno svettante e slanciato, se visto dal basso dal lago di Neves, e l’altro in comunione assoluta con le rocce, se visto da sud. Ma si tratta anche di un ponte con la memoria, quella di quel luogo specifico. Il rifugio ha una pianta a L inscritta in un quadrato, come nei progetti di Le Corbusier degli anni Venti, che stacca il quadrato, più piccolo, di una terrazza che coincide anche con l’area di sedime del rifugio poi demolito: la corte da cui si lancia lo sguardo sull’infinito corrisponde quindi all’impronta del vecchio edificio. La nuova Sede Associazione Turistica a Bressanone l’edificio ha un indubbio impatto visivo, con le sue superfici inflesse e curve, ma concentrare lo sguardo critico sui soli aspetti formali può essere fuorviante. Qui il vero tema è quello del rapporto con la preesistenza, in un contesto urbano di pregio dal punto vista storico, che punta a superare la logica della mera sostituzione, per provare a forzare la parcella e, ingaggiando una sorta di corpo a corpo con il lotto crea da un lato un volume che si dilata/ritrae creando spazi da assegnare alla socialità urbana e dall’altro nuovi assi visivi. In una parola si ribalta la natura di quel frammento urbano, ricordandoci che l’architettura della città è in grado di consolidare l’esistente solo se è in grado di trasformarlo, di arricchirlo di nuovi usi e significati. E si capisce come rispetto a tutto questo il richiamo ad Aalto, Scharoun, Le Corbusier e Hoger, passi davvero in secondo piano.

L’ Alto Adige è una terra dove culture diverse hanno interagito, non senza aspri conflitti, - quella ladina (essa stessa prodotto del traumatico incontro di ceppi etnici diversi e distanti); quella di lingua tedesca, e quella italiana - sempre a rischio di derive nazionaliste, nelle quali le retoriche del suolo, della stirpe, del sangue hanno avuto spesso buon gioco nel mettere a repentaglio la tenuta del tessuto civile, illudendo molti che lo sviluppo di una terra, di ogni terra possa davvero avvenire attraverso la trasformazione di confini in barriere. Su questo punto l’azione di Bergmeisterwolf e MoDus si qualifica come una dimostrazione di quello che - al di là della costruzione di involucri e di spazi per la vita - l’architettura può fare. Il loro lavoro ci ricorda, infatti, che l’architetto è un intellettuale e, in quanto tale, è chiamato a esprimere con il suo lavoro una presa di posizione chiara, responsabile e culturalmente fondata. Questa presa di posizione è contro la centripeticità culturale. Senza enfasi e senza urla, la loro architettura ci parla di una architettura che è altoatesina solo perché è prodotta in Alto Adige, ma non vuole parlare in ladino, o in italiano, o in tedesco, ma in una lingua europea, ed è quella del nostro tempoE ci parla del futuro di una terra che si desidera diversa dagli stereotipi e dalle pericolose ideologie identitarie, e di una nozione diversa di confine, concependo quella Sprachgrenze che in molti immaginano come un muro che separa, esclude e auto esclude, come un’interfaccia che traduce le tradizioni e le diversità in ricchezza, e che connette, mette in relazione e crea sviluppo: un’idea di architettura che si esprime in opere di qualità, belle, autentiche, e con un grande valore culturale e civile.

 

 

Giovanni Menna 

 

 

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