Al MIT una lecture per presentare Archipelago Town-lines
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Al MIT una lecture per presentare Archipelago Town-lines

Scritto da Redazione The Plan -

Obiettivo del MIT CAU è diventare un importante centro internazionale per la cultura progettuale dei territori metropolitani, lavorando sull'integrazione di diverse discipline: architettura, ecologia, ingegneria, politica dei trasporti, filosofia. In quest'ottica l'app sviluppata da conrad-bercah rappresenta un lavoro emblematico che incrocia le teorie urbanistiche con la storia del territorio, la tecnologia, i mutamenti socio/politici... di tre città simbolo: Berlino, Beirut, Venezia. Tre città definite dall'autore "città arcipelago" da cui partire per immaginare possibili futuri della crescita e descrescita urbana.
http://cau.mit.edu/lectures/public-lecture-series

MIT Center for Advanced Urbanism Cambridge (USA) 30 settembre 2013, ore 18.00

Archipelago Town-lines
Aldo Rossi postulava che l’architettura fosse “della città”. Quando uscì il suo famoso libro ci si era dimenticati di questa per altri versi banale constatazione. E la città per Rossi era costituita da non ben precisati “fatti urbani”. Rileggendolo oggi il libro di Rossi dimostra i limiti tipici di una cultura che all’epoca incominciava ad avvitarsi nelle spirali di un ermeneutica sempre più astrusa.
Ciò che permane è che l’assunto di Rossi è ancora valido e lo è forse ancor più di prima e con maggiore drammaticità. Nell’ultimo decennio infatti è balzato alla cronaca un dato significativo: la popolazione mondiale urbana ha superato quella non urbana e ciò con buona pace di coloro i quali alcuni decenni fa profetizzavano che le città sarebbero implose in loro stesse, scomparendo.
Eppure al definitivo successo quantitativo della urbanità ha corrisposto un inesorabile declino della capacità di prefigurare la stessa. Ciò è accaduto per diverse ragioni, innanzitutto per la definitiva vittoria del liberalismo globalizzato che di sua natura è ostile nei confronti delle prefigurazioni necessarie alla pianificazione, ma anche perché nella sempre più esponenziale complessità dei fenomeni il pensiero, divenuto debole, ha di fatto abdicato nei confronti di un pragmatismo sempre più sterile.
Il risultato è che, come poteva prevedersi, l’architettura non essendo più “architettura della città”, ovvero architettura che almeno in parte soggiace alle direttive di una ipotetica forma urbis, è andata di fatto delegittimando il proprio ruolo. Ricordo alla fine degli anni ’90, in pieno “effetto Bilbao”, un acuto saggio di Ignaci de Sola Morales in cui l’autore ipotizzava una nuova urbanistica in cui l’edificio con la sua monumentale prestazionalità avrebbe redento la città: sarebbe stato “a compendio” della stessa. Oggi possiamo serenamente dire che Morales si sbagliava: nulla può infatti compensare la mancanza di forma urbis.
Il libro di Conrad-Bercah va dunque letto innanzitutto come una testimonianza che i tempi dall’ “effetto Bilbao” sono cambiati e ciò nonostante il modello di sviluppo generale (il liberismo globalizzato) non sia cambiato. Sentiamo infatti anche nel quotidiano che in una città a posteriori, che trascrive meccanicamente i suoi bisogni contingenti in costruito, non si vive bene e che perciò la stessa, almeno in parte, va pianificata.
Conrad-Bercah è però consapevole che rimpiangere il tempo della Vienna di Wagner, in cui il disegno unitario e dirigista della città avrebbe dato vita alla stessa, è semplicemente impossibile e neanche auspicabile. L’idea è allora quella di affidarsi ad una configurazione, quella dell’arcipelago; una configurazione per altro ben nota (basti pensare a Rowe e a Ungers) ma che oggi appare ancor più attuale di trent’anni fa.
Nella semantica una configurazione è assimilabile a ciò che i greci chiamavano schéma, ovvero una espressione tangibile che si interpone tra l’idea generale (eidòs) e la forma particolare (morphé). Come tale la configurazione si legge in filigrana o a volo d’uccello, è presente ma non evidente, indirizza ma non impone. Gli studi di Bernardo Secchi e Paola Viganò da tempo ormai sono indirizzati verso il sistema urbano configurativo e a riguardo propongono quello della “città porosa” che a ben vedere è una miniaturizzazione della città arcipelago.
In definitiva stiamo assistendo ad un riposizionarsi del dibattito sulla città su un confronto tra configurazioni diverse, che tendono, data la complessità dei fenomeni, ad ibridarsi a vicenda. Ciò che mi pare valido nel libro di Conrad-Bercah è proprio questa predisposizione a questo confronto e con essa una predisposizione ad ibridarsi, come se fosse un’opera aperta. La chiarezza delle argomentazioni, il loro voluto anti-intellettualismo, il metodo comparativo utilizzato, fanno si che il libro è come se aspirasse ad essere ampliato, come se volesse diventare qualcosa di più collettivo. L’arcipelago dunque come configurazione e come dispositivo per attivare un non più procrastinabile ragionamento collettivo sul futuro della città.

Valerio Paolo Mosco
Settembre, 2013

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