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Spazi risonanti: mente e materia in architettura

Hana Kassem

Spazi risonanti: mente e materia in architettura
Scritto da Hana Kassem -

«L’immagine artistica sembra rivolgersi direttamente al nostro senso esistenziale e ha un impatto sul nostro corpo prima di essere registrata nella mente o compresa. L’opera artistica può avere un forte impatto mentale ed emotivo anche senza avere una spiegazione logica».
Juhani Pallasmaa, The Embodied Image 1

I nostri sensi e le nostre percezioni varcano il confine tra noi e ciò che ci circonda e al tempo stesso aumentano la nostra consapevolezza di questo confine, facendoci riflettere su noi stessi e sulle nostre esperienze vissute.

Nella nostra percezione del suono, per esempio, alcune tonalità musicali possono allietarci oppure rattristarci e, se accompagnate da parole, hanno un effetto ulteriore, codificato culturalmente e fondato sull’interpretazione e sull’associazione delle parole al significato, per ritornare infine alle sensazioni. La musica strumentale o classica può essere associata all’arte astratta mentre quella cantata o parlata all’arte figurativa. L’architettura abbraccia entrambi i mondi, dell’astratto e del narrativo, l’elaborazione sensoriale e cognitiva, il subconscio e il conscio, l’esperienziale e il simbolico, il naturale e il costruito, l’universale e il culturalmente specifico. Il modo in cui gli ambienti influenzano l’individuo e la società e modellano il nostro comportamento è oggetto di studio di antropologi, neuroscienziati, psicologi ambientali e architetti, e da tempo è stato usato da personaggi politici, regimi e istituzioni religiose.

“Risonanti” sono quelli spazi che si rivolgono a noi e ci coinvolgono, come individui e al tempo stesso come collettività culturale. Sono spazi che non ci sono indifferenti. Anziché essere luoghi di potere, di autorità e dominio, progettati per farci sentire piccoli, impotenti, insignificanti e incapaci di agire, sono spazi definiti dalla nostra interpretazione e percezione, dalla mente e dalla materia.

Hong Kong University of Science and Technology (HKUST), Guangzhou, Guangdong, China, 2022 © TAL Photographers, courtesy KPF

In qualità di architetti che lavorano in tutto il mondo, in città e contesti diversi, lo studio degli effetti universali e specifici degli ambienti sulle persone è stato un tema centrale del nostro lavoro a Kohn Pedersen Fox Associates (KPF). Ci sono elementi universali che raramente vengono messi in discussione, per esempio la nostra attrazione per la luce naturale o per la natura (testimoniata dall’affermarsi del design biofilico). Questi fattori ambientali sono stati oggetto di studi scientifici con risultati quantificabili.2 Meno noto è il lavoro dei neuroscienziati interessati agli effetti dell’estetica e dell’architettura sul cervello umano, sulla mente e sul corpo. Il termine “neuroestetica”, lo studio delle relazioni tra arte e neuroscienze, è stato coniato alla fine degli anni ’90 da Semir Zeki, celebre neuroscienziato e professore allo University College di Londra. Uno dei principali esponenti della neuroestetica è Anjan Chatterjee, professore di neurologia, psicologia e architettura all’Università della Pennsylvania, fondatore e direttore del Penn Center for Neuroaesthetics, il quale ha definito tre qualità architettoniche di uno spazio percepito come bello e che influenza il nostro benessere, con un margine di variabilità a seconda delle popolazioni: la coerenza, ovvero quanto esso appaia organizzato e leggibile; il fascino, ovvero quanto complesso, interessante e ricco di informazioni esso sia; e infine la familiarità, ovvero quanto senso di appartenenza e comfort esso generi.3

A una rapida occhiata, la coerenza potrebbe sembrare un fattore universale, in quanto attiva i meccanismi cognitivi coinvolti nell’elaborazione e navigazione spaziale già programmati nel nostro cervello. Il nostro modo di comprendere uno spazio, la capacità di muoversi all’interno di esso e di mappare mentalmente un oggetto, sono simili, anziché diversi, nella maggior parte delle persone e rientrano in un range considerato una normale funzione cerebrale; tuttavia, dipendono dalle esperienze della singola persona che percepisce lo spazio. Un architetto o un taxista sviluppano capacità cognitive diverse, anzi un cervello diverso, rispetto a un poeta o a un medico. Il fascino riguarda la percezione corporea e tattile di uno spazio quanto la sua comprensione cognitiva; richiama ricordi sensoriali e verbali e stimola l’immaginazione. Anche l’ultima qualità, la familiarità, è piuttosto complessa e ricca di sfumature. Rientra nella categoria di ciò che potremmo considerare culturalmente specifico, presentando comunque aspetti che in parte possono essere considerati universali o primari, come il comfort fisico – anche questi con alcune specificità e variazioni individuali.

Durante il mio processo progettuale e in tutti i progetti dello studio KPF, riguardanti diversi contesti e culture, pongo molta attenzione alla familiarità e, per estensione, all’appartenenza, che varia se essa riguarda un individuo o una comunità. Il senso di appartenenza di una singola persona può emergere meno consapevolmente rispetto a quello di una comunità e si fonda sulle sue esperienze, i ricordi e il contesto culturale che può essere molto complesso e sfaccettato: un insieme unico di narrazioni che compone la nostra identità. Per una comunità, il senso di appartenenza opera in modo più consapevole, in quanto riconosce una narrazione o un simbolo significativi per il gruppo, avvalendosi poi della sua “risonanza” per creare un legame comune. È un sentire che emerge attraverso l’associazione con parole, simboli, significati e racconti. Nelle comunità più stabili e omogenee, è possibile che il senso di appartenenza individuale e quello collettivo combacino. In quelle transitorie e temporanee – per esempio un gruppo di studenti che vive e studia in un campus universitario per un certo numero di anni – diventa fondamentale trovare un elemento di identificazione che stabilisca una risonanza con il gruppo e simultaneamente con il singolo, creando un legame con un luogo e un tempo. Per analizzare questi concetti, ho preso spunto dai campus universitari e dai progetti di riuso adattivo dei luoghi di lavoro di KPF.

Nel corso del processo di progettazione dello University Activity Center (UAC) della Hong Kong University of Science and Technology (HKUST), abbiamo individuato immediatamente l’importanza della risonanza, stabilire una relazione con lo spazio, e dell’appartenenza. Questo nuovo campus, progettato da KPF, è la prima sede di un’università di Hong Kong nella Cina continentale, a Guangzhou. L’obiettivo era attirare studenti dai Paesi dell’Asia orientale e non solo. Il campus, la cui architettura doveva rispecchiare l’impegno verso il progresso, l’innovazione e la sostenibilità dell’università, è stato pensato come luogo di socializzazione per gli studenti, dove rigenerare il loro cervello tra una lezione e un lavoro di ricerca ma, soprattutto, come spazio di appartenenza che potremmo definire un “terzo luogo”, un termine coniato dal sociologo Ray Oldenburg4 che indica un luogo che non è né la propria casa né il proprio posto di lavoro: un luogo che “entra in risonanza” con una persona o con un gruppo e che, per loro, ha un significato speciale, un luogo in cui poter socializzare o dare sfogo all’immaginazione.

La nostra prospettiva era che l’edificio e i suoi spazi potessero influenzare gli aspetti universali e quelli culturalmente specifici dell’esperienza, la mente e la materia, così da rispondere efficacemente alle esigenze del corpo studentesco sia come individui che come comunità. Il mio processo progettuale non è mai didattico o lineare e scaturisce – in modo speculare all’esperienza dello spazio – da un archivio di esperienze e ricordi immagazzinati nel corso degli anni. Nel tentativo di descrivere l’edificio dello UAC, è utile analizzarlo attraverso le tre qualità chiave identificate da Chatterjee.

McCord Hall, centro servizi della Arizona State University, Tempe, USA, 2013 © Tim Griffith, courtesy KPF

Coerenza: Simbolo di crescita, progresso e vita nei Paesi dell’Asia orientale, il germoglio di bambù rappresenta il leitmotiv del design offrendoci un linguaggio architettonico che ha informato la texture e il colore della facciata ma anche l’aspetto complessivo e lo spirito dell’edificio. La struttura emerge dal terreno come parte del paesaggio, facendo da contrappunto alle forme ortogonali e più razionali dei volumi vicini che ospitano i laboratori. Tutti gli elementi architettonici riprendono i concetti del design biofilico, rispecchiandosi e rafforzandosi l’un l’altro e dando forma a un linguaggio coerente dell’edificio. La facciata, che riprende lo sviluppo in altezza delle canne di bambù, presenta una gradazione di verdi con un effetto pixelato. La luce naturale inonda l’atrio principale a doppia altezza attraverso vetrate che riprendono l’inclinazione della copertura spiovente e collegano gli spazi interni a quelli esterni, stimolando un’implicita comprensione della forma dell’edificio.

Fascino: Il lotto lungo e stretto rischiava di imporre la presenza di corridoi interminabili privi di elementi interessanti. Abbiamo risolto il problema ideando un percorso di circolazione fluido, simile al corso di un ruscello, che attraversa l’intero edificio, cambia continuamente la prospettiva del visitatore e lo incentiva a esplorare lo spazio e a scoprire cosa c’è “dietro l’angolo”. Una successione di spazi raccolti, con arredi colorati, catturano di volta in volta lo sguardo del visitatore.

Familiarità: Lo UAC, in quanto spazio dove rigenerarsi tra le attività di studio e il rigore della ricerca e “appartenente” agli studenti sia come individui che come collettività, funge da terzo luogo. Il senso di appartenenza viene trasmesso attraverso l’elaborazione spaziale e i materiali. Agli studenti vengono offerti spazi di diverse dimensioni e tipologie, che possono scegliere in base alle esigenze di quel particolare giorno o momento della giornata. Spazi di riflessione individuale, per riunioni informali di poche persone o per attività più organizzate di gruppi numerosi sono caratterizzati da una palette di materiali e texture naturali. Essendo il mondo naturale quello che più probabilmente crea una risonanza in tutti noi,5 la coerenza del linguaggio e dei materiali in questo spazio collega le persone le une alle altre e con l’ambiente costruito.

In quanto collettività, il corpo studentesco può identificare questo edificio come luogo comunitario, con un valore simbolico associato alla missione dell’università e alla ragione per cui gli studenti hanno scelto di essere lì. Dal punto di vista individuale, speriamo che l’edificio diventi un luogo dove riposarsi, fisicamente e mentalmente, e recuperare le energie per proseguire gli impegni della giornata. A New York abbiamo convertito lo storico edificio delle poste James A. Farley in uffici per una Big Tech e, nonostante contesto e utenti fossero diversi, abbiamo riscontrato esigenze simili in termini di senso di appartenenza, inteso sia come senso di accoglienza nello spazio sia come interesse e connessione con l’ambiente di lavoro. In questo grande luogo di lavoro, con un frequente ricambio di personale che lavora con orari flessibili, è stato difficile creare un senso di comunità e di appartenenza, sia per la singola persona che per la collettività.

Adattando il design agli spazi e agli elementi dell’edificio storico e protetto, abbiamo cercato di creare anche qui un terzo luogo all’interno del posto di lavoro stesso, che avesse un significato per i diversi utenti. Abbiamo individuato opportunità progettuali favorevoli intervenendo in varie parti di questo ufficio di oltre 65.000 m2, per esempio negli storici atri e vani degli ascensori – ormai fuori funzione – che abbiamo convertito in spazi di lettura individuale. Questi angoli piacevoli e invitanti sono stati progettati attentamente pensando al comfort e al senso di familiarità del singolo fruitore, che può regolare manualmente la luce di lettura o sistemare i cuscini a proprio piacimento, piccoli gesti di iniziativa personale che si riflettono positivamente sul suo senso di familiarità con il luogo di lavoro. L’intimità e le dimensioni ridotte delle nicchie, l’assenza di porte e le librerie aperte che rendono visibile lo spazio in entrambe le direzioni sono elementi che contribuiscono all’effetto “prospettiva-rifugio” 6 formulato dagli psicologi ambientali, ovvero la predilezione per posizioni con un’ampia prospettiva sull’ambiente circostante oppure verso l’orizzonte e, nel contempo la ricerca primordiale di un riparo, di una protezione. In un contesto primitivo, è come se da una grotta in cima a una collina si guardasse la valle sottostante; in un contesto urbano moderno, è come se si stesse seduti alla finestra di casa propria e si guardasse la strada. Disporre di uno spazio in cui avere tempo per sé in un edificio così vasto, che occupa l’equivalente di due isolati, accresce il senso di autonomia e di appartenenza, consentendo ai dipendenti di percepire la propria posizione e avvertire la propria presenza come individui all’interno di una grande collettività. Questi spazi personali diventano così luoghi culturalmente significativi e generano una sensazione di attaccamento fisico al luogo.

Uffici Meta presso il James A. Farley Building, New York City, USA, 2022 © Connie Zhou, courtesy KPF

In questo progetto, la coerenza è associata alla segnaletica naturale – necessaria data l’ampiezza dello spazio – e viene espressa attraverso un sistema centrale di circolazione verticale organizzato intorno a due atri collegati tra loro, inondati di luce naturale e con piante di dimensioni diverse. Un senso di fascino caratterizza questo percorso paesaggistico interno; ricorda quello dello UAC ma qui gli spazi sono collegati verticalmente anziché orizzontalmente, arredati con sedute di configurazioni diverse come gradinate o poltrone attorno a tavolini da caffè. L’attrattore universale è il legame profondo con la luce e le piante, la biofilia.

Ritengo che gli spazi che entrano in risonanza con noi, come individui e come collettività, abbiano più a che fare con la nostra natura umana intrinseca che con gli elementi basati esclusivamente sull’interpretazione attraverso parole o simboli. Tuttavia, raggiungere quello stato d’animo in cui la percezione e la connessione con l’ambiente circostante non siano mediate, automatiche, diventa sempre più difficile nelle città e nei mondi che abbiamo costruito intorno a noi, che sia a causa dello stato attuale dell’ambiente costruito o del nostro distanziarci da esso attraverso i social media, gli smartphone e la realtà virtuale.

Paradossalmente, le spiegazioni logiche o le interpretazioni che diamo delle opere sotto forma di simboli culturalmente specifici e di narrazioni potrebbero fungere da chiave o portale per consentirci di entrare nel regno dell’astratto e del fenomenologico, proprio attraverso quello del simbolico e culturalmente specifico. Forse le narrazioni e i simboli sono “l’esca” che spinge un passante a soffermarsi in uno spazio qualche secondo in più, abbastanza a lungo da permettere alle caratteristiche di quello spazio di avere un effetto su di lui e di diventare uno spazio risonante – come le parole di una canzone che possono indurre una persona non esperta di musica ad ascoltarla per qualche minuto in più.

Come può l’architettura far perdurare un momento fugace per creare un legame tra noi e il nostro mondo culturale e fisico in modo che ci coinvolga e aumenti le nostre potenzialità? La risonanza, come l’ho qui descritta, può favorire questo attaccamento al luogo. È il ciclo di feedback attivo che ci fa percepire la nostra presenza nel mondo, la nostra esistenza corporea, il nostro concetto di sé in un particolare contesto. Senza questa percezione, il nostro ambiente costruito non avrebbe alcun significato per noi e il concetto di sostenibilità culturale e ambientale svanirebbe. Lascio al lettore una citazione di Gaston Bachelard a cui mi sono ampiamente ispirata per ques ta riflessione:

«Soltanto dopo il retentissement originario, saremo in grado di percepire risonanze, ripercussioni sentimentali, richiami del nostro passato. L’immagine però è giunta in profondità prima di smuovere la superficie».

Gaston Bachelard, La poetica dello spazio 7

 

 

1 Juhani Pallasmaa, The Embodied Image (L’immagine incarnata, N.d.T.) (Hoboken NJ, USA: John Wiley & Sons, 2011), 64

2 Roger S. Ulrich, Robert F. Simons, Barbara D. Losito, Evelyn Fiorito, Mark A. Miles, e Michael Zelson, “Stress Recovery During Exposure to Natural and Urban Environments”, Journal of Environmental Psychology 11 (1991): 201-230 – https://doi.org/10.1016/S0272-4944(05)80184-7

3 Adam B. Weinberger, Alexander P. Christensen, Alexander Coburn e Anjan Chatterjee, “Psychological Responses to Buildings and Natural Landscapes”, Journal of Environmental Psychology 77 (2021) – https://doi.org/10.1016/j.jenvp.2021.101676

4 Ray Oldenburg, Celebrating the Third Place: Inspiring Stories about the “Great Good Places” at the Heart of Our Communities (New York City: Marlowe & Company, 2001)

5 Weinberger, Christensen, Coburn e Chatterjee, “Psychological Responses”

6 Jay Appleton, The Experience of Landscape (Hoboken NJ, USA: John Wiley & Sons, 1975)

7 Gaston Bachelard, La poetica dello spazio (Bari: Edizioni Dedalo, 1975), 13

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