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Dettagli sensoriali: la nostra costante e metodica ricerca

Huang Wenjing

Dettagli sensoriali: la nostra costante e metodica ricerca
Scritto da Huang Wenjing -

Il 17 aprile 2022 il cantante e compositore Cui Jian – considerato il “padre del rock cinese” – ha tenuto un concerto trasmesso in diretta streaming che ha riscosso molto successo soprattutto sui social media cinesi, con 46 milioni di spettatori collegati da tutto il Paese con i propri dispositivi. Appartenendo alla generazione diventata maggiorenne durante l’ascesa verso il successo di Cui Jian 30 anni fa e pertanto emotivamente molto coinvolta dai suoi testi e dalla sua musica, mi ha sorpreso constatare come le innovazioni in campo tecnologico abbiano reso possibile trasmettere e ricreare l’atmosfera travolgente di un concerto rock attraverso uno schermo e condividerla con milioni di persone.

Campus della scuola internazionale Qingpu Pinghe, Shanghai, Cina, 2020 © Chen Hao. All images courtesy of Open Architecture

Mi sono chiesta se questa mia esperienza vissuta da remoto sarebbe stata altrettanto emozionante se in passato non avessi partecipato dal vivo a un suo concerto, cantando a squarciagola le sue canzoni circondata da migliaia di altri fan. La risposta è ovviamente no.

È stata la mia presenza fisica allo spettacolo, l’esperienza dal vivo del suono, dello spazio, della temperatura, dell’aria, delle luci, della folla, degli odori e di tante altre impercettibili sensazioni a suscitare un coinvolgimento emozionale così potente da rimanere indelebile nella memoria.

Assistere online a quel concerto mi ha ricordato un’altra cosa; con il rapido progresso delle tecnologie digitali e il costante bombardamento mediatico, le persone al giorno d’oggi sembrano ricevere informazioni, e quindi comprendere il mondo che le circonda, quasi esclusivamente attraverso gli occhi e le orecchie. Non dobbiamo dimenticarci però che abbiamo un corpo fisico con altri sensi oltre alla vista e all’udito. Nell’attuale marasma di informazioni molti dettagli sensoriali vanno persi.

Chapel of Sound, sala concerti, Chengde, Hebei, Cina, 2021 © Jonathan Leijonhufvud

Noi architetti abbiamo a lungo considerato l’architettura come un mezzo per creare connessioni. Il più recente Manifesto di OPEN, scritto per il nostro nuovo libro pubblicato da Rizzoli,1 recita:

«Siamo costantemente impegnati nella metodica ricerca di un’architettura OPEN, cioè aperta,
in grado di stabilire un intreccio di relazioni
tra gli elementi sensoriali che vi confluiscono.
Un’architettura che ci connetta alle persone, che possa fungere da stimolo per incontri, scambi, da condivisione di conoscenze.
Un’architettura che ci connetta alla natura – alberi e uccelli, mare e terra, aria e luce.
Un’architettura che ci connetta a noi stessi».

Obiettivo primario e costante della nostra ricerca è trovare il modo più significativo per stabilire queste connessioni. Contrariamente allo scopo che Zuckerberg si è prefisso dal 2017, ovvero connettere il mondo intero attraverso la sua piattaforma social – oggi Metaverso –, per noi l’architettura deve ambire a controbilanciare quel mondo digitale superficiale, anonimo e volatile. In altre parole, l’architettura ha importanza in quanto ci riporta ai valori che ci rendono effettivamente umani.

Penso che tutto ciò che mi è più caro, concerti rock compresi, risvegli inevitabilmente lati della mia capacità innata di sentire, percepire e immaginare; caratteristiche fondamentali per noi esseri umani. La maggior parte di noi nasce con sistemi sensoriali complessi, attraverso i quali possiamo percepire il mondo fisico che ci circonda: suoni, colori, texture, luce, calore, odori e così via. Questi segnali sensoriali sono intrinsecamente connessi con le nostre emozioni – felicità, tristezza, soddisfazione, disappunto – le quali, a loro volta, ci evocano memorie del passato oppure ci stimolano a pensare al futuro. Sono proprio queste capacità innate che ci fanno sentire vivi e ci distinguono dall’intelligenza artificiale.

Campus della scuola internazionale Qingpu Pinghe, Shanghai, Cina, 2020 © WU Qingshan

Se l’architettura è in grado di risvegliare la varietà delle percezioni sensoriali umane e di toccare le corde della sensibilità più profonda e del subconscio, allora, forse, può anche essere di aiuto a stabilire quelle connessioni significative a cui tutti aneliamo. So benissimo che l’ondata più recente di produzione architettonica si modella in base alle regole del fenomeno in rapida evoluzione e legato al business che è il Metaverso; ritengo comunque che il mondo digitale raggiungerà il suo vero potenziale soltanto quando sarà in grado di riconnetterci alle nostre esperienze reali: è la nostra natura intrinseca di esseri mortali che ci porta a cercare sempre l’estremo conforto nella connessione con il mondo reale. La pandemia degli ultimi due anni ha dimostrato che, sebbene la rivoluzione informatica abbia ampliato enormemente le nostre possibilità e offerto nuovi stili di vita, noi desideriamo ancora interagire con persone reali in spazi reali. Ricordate quell’incontenibile voglia di mangiare insieme agli amici in un vero ristorante dopo i lockdown?

Da sempre, con il nostro studio, cerchiamo di creare un’architettura che dialoghi con l’essere umano e le sue emozioni. L’architettura è fatta per il corpo e la mente, non per le fotocamere e internet. In questo testo cercherò di utilizzare parole e immagini per parlare di alcuni aspetti che abbiamo studiato per i nostri progetti architettonici, anche se per un’esperienza completa bisognerebbe viverli di persona.

 

Campus della scuola internazionale Qingpu Pinghe, Shanghai, Cina, 2020 © OPEN Architecture

Udire i colori

Mi ha sempre affascinato il fatto che Vasilij Kandinskij avesse una rara sensibilità nell’associare i colori a suoni e sensazioni. Nonostante io non abbia tale attitudine, i colori per me influenzano stati d’animo ed emozioni; se utilizzati sapientemente, possono parlare alle persone.

In seguito a complicate trattative con il committente del Pingshan Performing Arts Center di Shenzhen, il quale insisteva nel volere gli interni rossi, il colore tipico degli auditorium, siamo riusciti a fargli cambiare idea e accettare il blu scuro, richiamando lo spirito del luogo, il vicino oceano. Abbiamo ripreso la sfumatura di blu dei tessuti locali per creare un’atmosfera rilassante e mitica, oltre a stabilire un piacevole contrasto con il calore del legno di bambù dei pannelli. Sentivo il blu sussurrarmi le sue storie secolari,
ma ovviamente non era il caso di raccontarlo al cliente. È stato quindi un miracolo che, dopo anni di battaglie e grazie alla nostra perseveranza – associabile comunemente al colore blu stesso – alla fine siamo riusciti a utilizzarlo.

Per il prospetto della scuola per l’infanzia, parte del complesso scolastico Qingpu Pinghe a Shanghai, abbiamo utilizzato pannelli verticali colorati. Una persona mi ha raccontato di essere rimasta molto sorpresa in quanto, dopo essere passata davanti all’edificio in una direzione e averlo visto arancione, nel tornare indietro lo aveva visto blu! Le ho risposto che l’edificio, come un bambino tranquillo e felice, manifesta molteplici aspetti di sé, tutti egualmente belli. In effetti, un lato dei pannelli è stato colorato con quattro sfumature di arancione, l’altro con quattro sfumature di blu e la disposizione dei colori su entrambi i lati è frutto di un semplice algoritmo.

Contrariamente alla storia travagliata dell’auditorium di Pingshan, il committente della facciata continua della scuola per l’infanzia ha accettato, senza contestare le nostre indicazioni, il complesso schema di colori da noi proposto.

 

Chapel of Sound, sala concerti, Chengde, Hebei, Cina, 2021 © Jonathan Leijonhufvud

Vedere i suoni

Possiamo vedere la forma di un suono? Se mi chiedessero di riempire una stanza con il materiale più etereo possibile, probabilmente metterei semplicemente un po’ di musica, anche se suppongo che la soluzione più intelligente a questa richiesta sarebbe quella di accendere una candela e lasciare che la luce pervada lo spazio. Provo sempre una forte emozione quando una stanza silenziosa si riempie improvvisamente di musica. Non è facile descrivere questa sensazione; il suono riempie gli spazi come un liquido, ma è invisibile. Il corpo tuttavia lo può percepire. Mi affascina che il termine “volume” abbia due significati: esprime l’intensità del suono e l’estensione nello spazio di un corpo; da un punto di vista architettonico è interessante per me, non madrelingua inglese, che la stessa parola colleghi i concetti di spazio e di suono.

Al contrario del liquido, indifferente alla forma del contenitore, la qualità del suono è naturalmente molto sensibile al suo “contenitore” e ne viene condizionata. In molti ci hanno chiesto la ragione della forma della nostra Chapel of Sound. Essa è il risultato di un insieme di fattori, tra cui ne prevale sicuramente uno: trovare la forma spaziale più adatta per un’acustica ottimale utilizzando un unico materiale “hard” e senza dover ricorrere a un sistema di amplificazione.

L’effetto sonoro è legato alla dimensione di uno spazio. Il cinguettio mattutino delle rondini fuori dalla finestra della stanza mentre si è ancora a letto può risultare rumoroso e fastidioso; il canto degli uccelli in una vallata profonda può al contrario infondere un senso di serenità e spiritualità, rendendo la valle persino più silenziosa e spaziosa. Le poesie tradizionali cinesi evocano spesso questo effetto.

Diversamente dalla maggior parte delle sale da concerto situate in un ambiente urbano, la nostra si trova in una valle tranquilla, distante dal traffico e dai rumori della città, pronta quindi ad accogliere al suo interno i suoni, o la sinfonia, della natura. Le aperture scavate strategicamente nel guscio in calcestruzzo assolvono tre funzioni: stabiliscono una connessione visiva con il paesaggio montano e con le rovine della Muraglia cinese; fungono da assorbimento acustico e da ingresso ai suoni della natura.

Nonostante il progetto sia destinato a ospitare performance musicali, abbiamo riflettuto a lungo sul concetto di “suono della quiete”. Nel mondo assordante e caotico di oggi, ciascuno di noi desidera trovare un posto dove rilassarsi, ascoltare la voce della natura e, soprattutto, la voce dei nostri stessi cuori.

 

Campus della scuola internazionale Qingpu Pinghe, Shanghai, Cina, 2020 © OPEN Architecture

Calore e texture

Tutti sappiamo che l’architettura ha “temperature” e texture differenti. Talvolta è la nostra capacità cognitiva a collegare l’impatto visivo con l’esperienza concreta: uno spazio ci può sembrare freddo e scoraggiante come una persona austera, caldo e accogliente come un buon padrone di casa o semplicemente sorprendente grazie alle sue caratteristiche di originalità. Molte persone sentono l’irrefrenabile bisogno di toccare con mano una superficie speciale, un materiale unico o una maniglia particolare. Gli esseri umani sono animali curiosi, a cui non interessano le cose anonime o generiche. Ecco perché ci concentriamo sulla specificità degli spazi che creiamo e perché ci fa piacere quando la nostra architettura è in grado di sorprendere e stupire coloro che la vivono.

La palette delle tonalità e delle texture è importante in tutti i nostri progetti; anche se ufficialmente non ho mai chiesto al nostro team di predisporne una, nella mia mente è questa varietà e diversità di colore che mi guida nei processi decisionali e mi aiuta a concepire gli spazi.

Per la scuola bilingue Qingpu Pinghe a Shanghai – per bambini e ragazzi dalla scuola materna alla scuola media – abbiamo deciso di raggruppare i programmi funzionali richiesti dal committente e organizzare l’intero campus come un villaggio composto da edifici autonomi, anziché utilizzare la classica megastruttura scolastica. Nonostante non fosse un approccio redditizio, in quanto siamo passati dalla progettazione di un singolo edificio al prevederne diversi, questa soluzione ci ha consentito di realizzare un campus che promuove salute, diversità, dinamismo e vivacità per dei bambini che dovranno passare i loro primi dodici anni di scuola in un unico luogo. Questo approccio inoltre ci ha agevolato nel rispettare le brevi tempistiche di costruzione stabilite dal committente.

Abbiamo utilizzato materiali diversi per creare una palette con texture differenti, tra cui pannelli in legno di bambù carbonizzato per i “Teaching Cubes”, la pietra naturale grigio-scura per il centro delle arti, pannelli prefabbricati in vetrocemento di colore bianco caldo per l’edificio amministrativo e con laboratori, e intonaco grezzo di colore blu per l’edificio chiamato “Bibliotheater”. La struttura che accoglie palestra, piscina e mensa è una delle più ampie e imponenti del campus; è stata però volutamente realizzata in modo da apparire leggera e porosa per non sovrastare con la sua presenza gli altri edifici. Il rivestimento con una membrana traslucida e lamine perforate in alluminio di un bianco spento le conferisce l’aspetto di due bolle sospese su un parallelepipedo in vetro trasparente.

Il paesaggio è parte integrante del campus. Un laghetto, una foresta di bambù, una piccola collina, una fattoria didattica, diversi campi da gioco e spazi aperti dialogano tra loro e con i vari edifici per creare un’entità unica, accogliente e alla portata di tutti; un mondo raccolto, caleidoscopico, che invita gli alunni a esplorare e a scoprire.

 

 

UCCA Dune Art Museum, Qinhuangdao, Hebei, Cina, 2018 © WU Qingshan

Corpo e santuario

Le grotte sono una fonte di ispirazione inesauribile per quanto riguarda il modo con cui concepiamo certi spazi; hanno un carattere contemporaneamente primordiale e senza tempo. Mi interessa soprattutto la relazione tra uno spazio racchiuso e il corpo umano. Nel nostro subconscio le grotte richiamano il grembo materno, la nostra prima casa; il desiderio di essere cullati e protetti è profondamente radicato nel nostro DNA. D’altro canto nelle grotte è nata l’arte, in alcune sue forme come dipinti, strumenti, danza.

Quando ci è stato chiesto di progettare uno spazio per l’arte sulle dune lungo la costa di Qinhiangdao, abbiamo deciso di mimetizzare la struttura sotto la sabbia. Sebbene il nostro obiettivo principale fosse proteggerla dalla forza del mare, ci siamo resi conto in seguito che grazie al nostro progetto anche le dune circostanti sarebbero state conservate e non livellate per consentire sviluppi immobiliari. La struttura dell’UCCA Dune Art Museum – questo il nome dato al nostro progetto – si sviluppa come una serie di celle sotterranee tra loro collegate, illuminate dall’alto da diversi lucernari e frontalmente da tre grandi oculi affacciati sull’oceano.

Percorrere questo manufatto è un’esperienza che coinvolge tutto il corpo. Il lungo tunnel di ingresso, in una condizione di penombra, avvolge il corpo del visitatore e lo invita a rilassarsi. Esso conduce all’atrio principale, uno spazio a forma di cupola illuminato dalla luce soffusa che entra da un lucernario; da questo ambiente centrale si snodano gli spazi espositivi in cui ci si inoltra guidati intuitivamente dal corpo, dal loro susseguirsi fluido e dalla luce naturale. La complessa geometria curvilinea, tranne in una galleria, non interrompe la continuità tra soffitto e pareti creando spazi che sembrano abbracciare il visitatore man mano che li attraversa.

Il nostro intento riguardo all’UCCA Dune Art Museum era creare un santuario per le arti visive mentre la Chapel of Sound voleva essere un santuario per le arti performative; ma, in definitiva, quello che abbiamo cercato di realizzare in tutti i nostri progetti è stata una connessione tra corpo, natura e arte. Con il progetto della cappella volevamo essere certi che il visitatore, entrando in questo spazio vuoto e silenzioso – poiché in un luogo così remoto non ci saranno spettacoli tutti i giorni –, si sentisse protetto, a proprio agio con se stesso, in un guscio creato dall’uomo in un atto di connessione con la natura stessa.

 

Sun Tower, edificio a uso misto, Yantai, Shandong, Cina, in corso

Sfera emozionale e spirituale

Noi architetti lavoriamo principalmente con il mondo fisico e tangibile: con la forza di gravità, i materiali, la tettonica, i sistemi, le soluzioni dei problemi, e così via. Eppure, possiamo suscitare meraviglia: in determinati momenti gli spazi vuoti creati dall’architettura fisica possono toccare nel profondo l’anima delle persone. Questo è ciò che provo nel Pantheon, nel convento di Santa Maria de La Tourette, nella cappella di Ronchamp, nel Tempio del Cielo e in tanti altri edifici (alcuni più noti, altri sconosciuti a molti). Sono sinceramente convinta che l’architettura abbia il potere di creare connessioni tra il mondo fisico esteriore e il mondo emozionale e spirituale interiore.

Non parlo dello stupore scioccante e momentaneo suscitato dagli edifici imponenti, appariscenti o simil-futuristici. Mi riferisco a quegli spazi vuoti in cui si può percepire il passare del tempo, il movimento della luce e apprenderne i significati con una mente aperta e intuitiva. I vuoti scavati nei solidi sono elementi fondamentali nella concezione filosofica cinese del tempo e dello spazio, come gli spazi lasciati bianchi nella pittura di paesaggio. Vuoto non significa assenza. È piuttosto il tramite che mette in relazione il passato e il presente, il finito e l’infinito, e perché ciò avvenga è necessaria la nostra presenza fisica, non virtuale.

Il mondo è in tumulto e ci troviamo in un contesto sempre più complesso; e l’architettura, in quanto disciplina che racchiude quasi tutti gli aspetti della vita umana, lo è altrettanto. Come facciamo a non perderci e a trovare la vera conoscenza nell’eccesso di informazione e disinformazione? A questo non so rispondere; spero però di riuscire a stabilire un legame tra quello che creiamo con il nostro lavoro e ciò che ci rende umani: i nostri sensi innati, la nostra coscienza e la nostra capacità di immaginare e sperare. L’architettura è la nostra speranza.

Concludo questo testo citando il nostro progetto Sun Tower, attualmente in costruzione e che dovrebbe essere completato entro il 2024. Di notte, sotto il cielo stellato vicino al mare scuro, la torre emerge solitaria come un faro. Di fronte al vasto oceano e all’universo, noi esseri umani non siamo né troppo grandi né troppo piccoli; ne facciamo semplicemente parte. Noi costruiamo, non soltanto per fornire dei “contenitori” in grado di proteggere le persone dalle intemperie, ma sperando di aiutarle, con la nostra architettura, a entrare in contatto con le proprie emozioni più profonde e con la sinfonia della natura. In questo consiste la metodica della nostra ricerca.

 

NOTE
1 Catherine Shaw, Reinventing Cultural Architecture: A Radical Vision by OPEN (Segrate, Milano, Italia: Rizzoli, 2022)

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