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Imparare il mestiere

Il futuro della formazione in architettura in America

Imparare il mestiere
Scritto da Coren Sharples -

Nelle prime righe del libro Esperienza e educazione John Dewey afferma che le persone «[...]sono solite formulare le proprie credenze in termini di opposizione». Pur applicabile a molteplici situazioni, questa affermazione è di particolare interesse soprattutto in relazione alla formazione e alla professione stessa di architetto al giorno d’oggi in America. La professione dell’architetto comprende attività diverse, abbiamo progettisti e costruttori, pensatori e creatori, accademici e liberi professionisti. Queste etichette non limitano solo la nostra individualità ma anche la nostra capacità di agire con uno scopo comune e indeboliscono la forza della nostra voce collettiva. Sin dalla sua fondazione, lo studio SHoP Architects ha inteso superare queste divisioni nei diversi settori per approdare a una realtà transdisciplinare. In quasi 30 anni di attività abbiamo sempre messo in pratica questa visione, e ora siamo sempre più impegnati nella ricerca di strumenti e metodi didattici che possano persuadere giovani aspiranti architetti a intraprendere questa professione.

Nelle corporazioni dell’Europa medievale, gli apprendisti e i lavoranti imparavano un mestiere affiancando i maestri, i quali offrivano un percorso di formazione ed esperienza in cambio di manodopera. Questo sistema si è sviluppato prima in Europa e in seguito anche in America, dove sino a metà Ottocento gli architetti acquisivano conoscenze svolgendo varie attività nel settore delle costruzioni, e l’appellativo di “architetto” si riferiva genericamente a un capomastro che, avendo appreso determinate competenze e guadagnato un certo status, poteva accettare autonomamente commissioni edilizie.

L’istruzione universitaria come la conosciamo oggi è nata nella seconda metà dell’Ottocento con la fondazione della École des Beaux-Arts in Francia e, in Germania, della Berliner Bauakademie e della Polytechnische Hochschule. Prendendo spunto da queste istituzioni, l’America ha creato le proprie facoltà di architettura – prima al Polytechnic College of Pennsylvania e, poco dopo, al Massachusetts Institute of Technology e alla University of Illinois at Urbana-Champaign.

Le diversità nella nostra professione erano evidenti, in qualche forma, fin dal principio: dalla diversa visione dell’architettura – per i francesi una raffinata forma d’arte, per i tedeschi un’estensione del settore ingegneristico, matematico e scientifico – all’ostilità tra capomastri, che si auto-definivano architetti, e coloro che si erano guadagnati il titolo in seguito a un percorso formativo universitario ma che non necessariamente avevano l’esperienza pratica.

A partire dal secolo successivo si è cercato di riconciliare o far convergere questi approcci in forme più olistiche di insegnamento e pratica. Uno degli esempi più conosciuti è il Bauhaus, il cui scopo era integrare arte e industria. Nato dalla tradizione delle Kunstgewerbeschulen, istituti professionali di arti e mestieri a quel tempo già affermati in Germania, il Bauhaus si basava, per la sua impostazione pedagogica, anche sulle teorie di John Ruskin e di William Morris – già anticipate nel movimento inglese Arts and Crafts – specialmente per quanto riguardava il lavoro nei laboratori, sostenendo che alla base della progettazione doveva sempre esserci la conoscenza dei materiali e del mestiere.

Nel Bauhaus la metodologia dell’imparare facendo, “hands on”, riscontrabile nel modello di apprendistato (un maestro della forma e un maestro artigiano dirigevano ciascun dipartimento dando istruzioni pratiche nei vari laboratori) era unita a una ricca offerta formativa e al conseguimento di un diploma equivalente a uno studio universitario. Entrambe le scuole, il Bauhaus e il movimento Arts and Crafts, nonostante avessero opinioni contrastanti sull’utilizzo della tecnologia moderna (Morris e Ruskin rifiutavano la produzione in serie in quanto disumana, la scuola del Bauhaus invece la riteneva democratica e trasformativa), sottolineavano l’importanza della collaborazione all’interno della comunità e della fiducia nell’indirizzo sociale della pratica progettuale.

Anche il Black Mountain College in Carolina del Nord, fondato nel 1933 secondo i principi educativi progressisti e pragmatici di John Dewey, adottò il modello del workshop e cooptò, vista la simultanea chiusura del Bauhaus, alcuni docenti come Josef e Anni Albers. Nonostante la sua vita breve, il College ha avuto un impatto notevole sul mondo dell’arte e dell’architettura; vi hanno insegnato Richard Buckminster Fuller, John Cage, Merce Cunningham e Willem de Kooning. Harry Seidler, un importante esponente dell’architettura moderna in Australia, vi ha studiato pittura sotto la guida di Josef Albers. Collaborazione e responsabilità sociale erano alla base dell’ideologia della scuola.

Al modello didattico di queste scuole e movimenti – che univano arte e tecnologia, laboratori pratici e partecipativi che incoraggiavano l’esperienza del fare e trasmettevano valori sociali e umanistici – si ispirano i principi del design thinking, un metodo emergente che valorizza empatia, iterazione e sperimentazione. L’Hasso-Plattner Institute of Design (anche noto come d.school) dell’università di Stanford è uno dei maggiori sostenitori di questo approccio innovativo che si divide in cinque fasi: empatia, definizione, ideazione, prototipo, test. Il modello è ancora in fase evolutiva ma, in generale, offre approcci creativi e multidisciplinari per risolvere problemi del mondo reale; in altre parole, assomiglia molto al tipo di progettazione a cui miriamo: centrata sull’individuo, impegnata a favore della comunità, basata su criteri oggettivi e innovativa.

Il percorso di formazione in architettura ha dovuto evolversi a fronte di un mondo diventato sempre più complesso, specialistico, e dove la pratica professionale ha definizioni e mandati sempre più ampi. Nel report “Building Community: A New Future for Architecture Education and Practice” del 1996, Boyer e Mitgang sostenevano che la professione ha il dovere di supportare le comunità disagiate, a livello locale e globale, facendosi carico di problematiche del mondo reale come le questioni dei senzatetto, del degrado urbano e del cambiamento climatico. Promuovevano inoltre una collaborazione più stretta tra scuola e professione e un corso di studi più integrato tra le varie discipline.

Laboratori con un approccio integrato al progetto, “design-build”, l’apprendimento cooperativo e corsi incentrati su tecnica delle costruzioni e progettazione ambientale sono il risultato dei tentativi delle scuole di architettura di integrare maggiormente teoria e pratica, tenendo sempre ben presente il principio della responsabilità sociale.

Il corso di studi “Comprehensive Studio” dell’università del Maryland – oggi chiamato Integrated Design Studio – è stato fondato nel 1991 con l’intento di abbinare gli aspetti concettuali e tecnici della progettazione e fungere da trait d’union tra teoria e pratica architettonica. Gli studenti, sotto la supervisione di un team multidisciplinare, vengono preparati a integrare i sistemi costruttivi nel design di progetto.
Anna Dyson dirige il Center for Ecosystems + Architecture di Yale, una forma di collaborazione a livello accademico tra i dipartimenti di architettura, ambiente, medicina, infermieristica, sanità pubblica, ingegneria e scienze applicate (le partnership multidisciplinari sono approfondite nelle foto e più avanti nel testo).

Bill Sharples, uno dei soci fondatori di SHoP Architects, si è laureato in ingegneria edile all’università della Pennsylvania, seguendo per un anno un programma “co-op” di alternanza studio-lavoro; in questo contesto ha lavorato per la George Hyman Construction Company con sede a Washington come ingegnere di cantiere e strutturista per poi riprendere e completare gli studi in architettura. Da diversi anni SHoP è coinvolto in vari programmi universitari – tra cui la Preceptorship di Yale – che offrono agli studenti l’opportunità di “imparare facendo”, lavorando in studi professionali percependo uno stipendio.

Il ruolo ideale di “architetto-cittadino” si manifesta nell’attività di Rural Studio, gestito dall’università di Auburn e fondato nel 1992 da Samuel Mockabee e Dennis Ruth. Il loro programma di approccio integrato “design-build” unisce l’esperienza del fare e l’impegno sociale nei confronti della comunità, finalizzato allo sviluppo di alloggi di qualità a prezzi contenuti. Il Design Workshop della Parsons School of Design, fondato nel 1996, collabora con organizzazioni non profit per rispondere alle esigenze della comunità. In seguito all’uragano Katrina, SHoP ha lavorato con gli studenti del Design Workshop al progetto di un nuovo complesso per la comunità di DeLisle, Mississippi, che era andato completamente distrutto. All’interno del progetto di ShoP, gli studenti hanno progettato e realizzato un centro informazioni con lavanderia automatica che hanno chiamato “InfoWash”, per evidenziare queste due funzioni abbinate. Questo programma ha dato loro la possibilità di conoscere meglio e capire ciò che serve realmente per realizzare un’idea e di stabilire un legame con la comunità locale.

Al giorno d’oggi, 25 anni dopo il “Boyer Report”, considerate le attuali e interminabili sfide ambientali e sociali che le nostre comunità devono affrontare, siamo obbligati a prendere atto dell’evidente assenza di diversificazione nella professione. Come possiamo infatti relazionarci con le persone e le comunità, avvicinandoci a loro con sincero interesse ed empatia, come possiamo guadagnarci la loro stima, dialogare con loro in modo aperto e stabilire una fiducia reciproca, se queste persone e comunità nella nostra attività non ricevono un trattamento equo? Dobbiamo considerare che l’elevato costo delle rette universitarie, sebbene non rappresenti l’unico ostacolo per accedervi, è uno dei problemi maggiori che incontrano le facoltà di architettura per assicurarsi che si iscriva e si laurei un corpo studentesco più vario; e questa difficoltà comporta che gli studi di architettura hanno un bacino meno diversificato di candidati da assumere a livello base.

Il fatto che l’apprendimento in studio sostituisca la formazione attraverso l’apprendistato non ha originato soltanto una separazione tra il modello di istruzione accademico e quello pratico, ma è stato anche il motivo per cui in America l’architettura si è sviluppata come professione elitaria, riservata a chi può permettersi l’università e viaggiare all’estero. Uno degli obiettivi principali alla base del percorso ufficiale di formazione in architettura è stato il desiderio di elevare lo status degli architetti e distinguerli chiaramente dai costruttori. Anche se, in teoria, nel sistema attuale l’istruzione, la formazione e il debito studentesco sono più equi, essi sono frammentati tra molte entità (istituti di credito, università, datori di lavoro-professionisti e studenti), nessuna con una reale rendicontazione l’una verso l’altra – tranne quella degli studenti verso gli istituti di credito.

Gli Stati Uniti stanno affrontando una crisi del debito universitario sempre più incombente; è un problema che non si limita all’architettura, ma riguarda soprattutto quei settori, come il nostro, dove per lavorare sono richiesti laurea ed esami specialistici. Se da un lato i laureati esigono tuttora stipendi più alti rispetto a chi non lo è, dall’altro le università non sono più un percorso per costruirsi una carriera redditizia per coloro che non possono permettersi di pagare anticipatamente la retta universitaria. Al giorno d’oggi inoltre si va a erodere il capitale di più generazioni, dato che le famiglie si indebitano per permettere a figli o parenti di studiare. I programmi di finanziamento studenteschi, nati con la buona intenzione di garantire condizioni di parità, hanno portato a un’inflazione incontrollata delle rette (da 2 a 3 volte la media nazionale dagli
anni ’90) e i debiti hanno colpito in modo sproporzionato le famiglie di colore e gli studenti universitari di prima generazione.

Questa crisi sta portando a un rinnovato interesse per il modello dell’apprendistato. Da un lato si teme, giustamente, che considerandolo un’alternativa all’università si crei un doppio standard, un divario tra chi ha una formazione più tecnica e chi una capacità di pensiero più critica. Dall’altro, il sistema attuale perpetua e rafforza un doppio standard già esistente: chi ha debiti e chi no. Gli ultimi hanno più opportunità e libertà di scelta nella loro carriera e nella tipologia di lavoro che vogliono intraprendere. I primi invece rimarranno indebitati per anni e per questo sarà per loro più difficile comperare una casa, crearsi una famiglia o fare piani per una solida pensione. Ecco cosa bisogna prendere in considerazione se si vuole costruire percorsi di crescita professionale più equi.

Anche altri settori e professioni sono arrivati a questa conclusione e stanno affrontando la situazione. In California – dove non è necessaria una laurea per sostenere l’esame da avvocato – Esquire Apprentice aiuta le donne di colore con basso reddito a diventare avvocato. PricewaterhouseCoopers offre diversi programmi di apprendistato nel settore amministrativo e finanziario che aiutano a ottenere la certificazione professionale al posto dell’università. Di recente Google ha annunciato il Google Career Certificates Fund, un fondo di 100 milioni di dollari per corsi di formazione economici nel settore tecnologico.

Considerate queste opportunità, e in assenza di una soluzione a breve e su ampia scala da parte del governo o degli istituti di studi superiori, che tipo di responsabilità deve assumersi la nostra professione? Qual è il nostro ruolo nel formare le generazioni future e far sì che tale formazione sia accessibile a studenti di qualsiasi estrazione sociale? Come mantenere un equilibrio sano tra una base ampia di conoscenze fornita dalla formazione nelle arti liberali e la padronanza culturale e tecnica del nostro mestiere? Se l’obiettivo è la formazione e non la laurea, esiste un’alternativa a dimensione più solidale e più accessibile al sistema attuale? Se sì, che ruolo o responsabilità ha la professione nel progettare questo nuovo percorso?

In America il sistema dell’apprendistato per architetti è impegnativo per una serie di ragioni che vanno oltre la potenzialità di un doppio standard e oltre lo stigma legato alla formazione professionale, vista come un possibile ostacolo alla carriera. Ci si domanda come garantire la qualità e l’opportunità di esperienze diverse, una regolamentazione, il riconoscimento delle credenziali e come incentivare gli studi ad assumersi i costi di formazione e tutoraggio senza la certezza che gli apprendisti continuino a lavorare per loro una volta acquisite competenze spendibili sul mercato. Il modello più corretto è quello di richiedere ai partecipanti di fare esperienza in più studi – contrariamente al più noto esempio di apprendistato degli Stati Uniti, quello di Taliesin, che ha prodotto un seguito di discepoli di Frank Lloyd Wright.

In teoria esiste già una struttura che normalizza lo sviluppo formativo degli architetti tirocinanti e alcuni Stati forniscono già un percorso verso l’abilitazione professionale basato sulla sola esperienza, senza – o con minima – istruzione universitaria. Questo tuttavia è un modello che non funziona su vasta scala. Un approccio più realistico potrebbe per esempio prevedere un modello di cooperazione, in cui più studenti imparano il fare (percependo uno stipendio), approfondendo al tempo stesso le materie teoriche in aula. L’apprendimento partecipativo potrebbe svolgersi nelle imprese di costruzione così come negli studi di architettura e ingegneria, offrendo agli studenti possibilità di accesso alla professione e opportunità di guadagno economico, nonché una più profonda conoscenza delle “arti e mestieri” dell’industria edilizia. In questo modo si favorirebbe una più stretta collaborazione tra insegnanti e professionisti.

Siamo aiutati anche dalla tecnologia, che sta creando piattaforme che superano i confini tra progettazione e costruzione. Per esempio, la consegna dei progetti attraverso modelli digitali e la realtà aumentata sono innovazioni che possono aiutare committente, architetto e costruttore a collaborare e a gestire i possibili rischi in modo più efficace. La prefabbricazione di edifici o elementi è una soluzione utile per creare alloggi a prezzi contenuti e di qualità, far fronte al cambiamento climatico e porre fine alle speculazioni nella filiera. Gli studenti sono entusiasti di partecipare e di mettere in pratica le loro conoscenze per risolvere questi problemi. Di sicuro il Bauhaus avrebbe adottato questi nuovi strumenti.

La formazione di un architetto è un processo costante che non termina con il completamento del ciclo di studi, lo stage, l’abilitazione professionale o il raggiungimento del successo, e va ben oltre l’ottenimento di crediti formativi che servono al percorso professionale. I professionisti hanno sviluppato e testato diverse metodologie di insegnamento e tutoraggio all’interno delle proprie organizzazioni e comunità; gli insegnanti hanno creato programmi innovativi e progressivi per risolvere i problemi che spesso la professione ha difficoltà ad affrontare a causa dei propri vincoli. Impariamo facendo esperienza ogni giorno all’interno del nostro stesso lavoro. È arrivato il momento di agire collettivamente, con empatia, di condividere la nostra migliore pratica e le lezioni apprese e infine di mettere alla prova la nostra capacità di risolvere i problemi in modo creativo per affrontare la sfida del mondo reale.

 

Imparare facendo – Alcuni esempi pratici

Sperimentazione

L’Innovation Lab alla Benchmark School

 Laboratorio didattico innovativo presso la Benchmark School, creato in collaborazione con SHoP

La diversità si presenta in molte forme, anche negli stili di apprendimento. Bill e Chris Sharples, due dei fondatori di SHoP, in seguito alla diagnosi di dislessia da bambini, negli anni ’70 hanno frequentato la Benchmark School. Sostengono sia stata questa scuola «ad insegnarci come insegnare a noi stessi». Col tempo le strategie didattiche si sono evolute ma la filosofia costruttivista su cui si basano è rimasta la stessa. Con la Benchmark School SHoP Architects ha avviato un laboratorio didattico innovativo dove gli studenti possono «testare le loro capacità attraverso un apprendimento basato sul progetto (project-based learning). Affrontando i problemi del mondo reale e le sfide a risposta aperta, gli studenti imparano le basi dell’apprendimento creativo (design thinking), dell’alfabetizzazione digitale e le quattro C: pensiero critico, creatività, collaborazione e capacità comunicative». Questo laboratorio, come alternativa all’apprendimento in aula, aiuta gli studenti neuroatipici a «trasformarsi in studenti sicuri di se stessi, sviluppandone il pensiero critico finalizzato all’analisi e alla risoluzione dei problemi, e capaci di assumersi le responsabilità dei risultati raggiunti». L’architettura dello spazio stesso è stata pensata per essere uno strumento didattico, definendo molti dei processi con cui gli studenti si misurano assieme all’interno della struttura. Gli elementi interni di supporto sono stati fabbricati nel laboratorio di prototipazione di SHoP e installati in loco dal gruppo di progetto, il quale ha consigliato anche le specifiche dei software e dell’attrezzatura e organizzato workshop con gli studenti per aiutare a fare partire il nuovo programma.

 

Partnership multidisciplinari

Lavori in corso al laboratorio di SHoP a Brooklyn Sviluppo di una parete verde modulare “attiva”, chiamata Fresh Air Building Systems (FABS)

SHoP ha collaborato con numerosi partner industriali in progetti che variano dai software ai sistemi a energia solare. Una delle partnership di più lunga data vede coinvolti i ricercatori dell’attuale Center for Ecosystems + Architecture di Yale, i cui scienziati e insegnanti lavorano con istituzioni, governi e professionisti delle varie aree per proporre soluzioni ai problemi ambientali più pressanti che affliggono tutte le comunità del mondo. Al momento stiamo lavorando con uno di questi gruppi di ricercatori per sviluppare e testare una parete verde modulare “attiva” – chiamata Fresh Air Building Systems (FABS) – studiata per migliorare la qualità dell’aria interna e raccogliere dati per ulteriori sviluppi del processo. Il team aveva implementato con successo una prima installazione e voleva verificare l’idea di una versione modulare e trasferibile in una rielaborazione successiva; l’obiettivo consisteva nello sviluppo di un’unità replicabile per risanare la qualità dell’aria risolvendo i problemi di natura tecnica per renderla compattabile, utilizzare componenti già disponibili e identificare quali soluzioni illuminotecniche fossero adatte sia per l’ambiente di lavoro, sia per le piante. Il prototipo è stato fabbricato e assemblato nel nostro laboratorio a Brooklyn, utilizzando cassette prodotte da Windsor Fiberglass, e infine portato nel nostro ufficio per i primi test e per raccogliere i dati che forniranno feedback costanti per i futuri miglioramenti del sistema.

 

Studio Ricerca autonomo – SHoP U

 Una sessione in corso dell’iniziativa SHoP U tenuta dai collaboratori dello studio. Gli studenti stanno imparando come saldare una scheda madre

SHoP U è un’iniziativa di collaboratori dello studio che da anni organizzano corsi su un’ampia gamma di argomenti, dalla mixologia alla ricerca di possibili applicazioni di materiali nuovi e innovativi. Nel 2019 un gruppo composto da diversi membri del nostro staff – sia chi lavora alla produzione, prototipazione e collaudo dei modelli, sia chi si occupa di progettazione – ha condotto dei laboratori di progettazione e costruzione di componenti elettronici. Inizialmente questa ricerca puntava alla risoluzione di un problema specifico: superare le limitazioni dei modelli architettonici illuminotecnici poste dai kit preconfigurati di luci a LED e ampliare le nostre capacità di personalizzarne le caratteristiche. Sono stati elaborati dei sensori per la parete verde FABS (vedi foto 2 e 3) che permettono sia la raccolta sia la visualizzazione dei dati. Gli “studenti” hanno imparato ad assemblare sensori ambientali di base, caricare i codici e collezionare e visualizzare i dati in un ambiente immersivo tridimensionale. Al momento stanno studiando come mettere in pratica le loro conoscenze, per raccogliere, analizzare e trasmettere informazioni sulla qualità dell’aria interna dal momento che si ritorna in ufficio in seguito alle restrizioni anti Covid-19.

 

Ideazione, prototipazione e test

Flotsam & Jetsam, padiglione stampato in 3D per DesignMiami/, USA, 2016 Processo di stampa della struttura cellulare presso la sede di Branch Technology © Spirit of Space

Due progetti di allestimento avviati a distanza di poco tempo hanno fornito a SHoP opportunità di studio dei materiali alquanto diverse. Nel 2016 il padiglione Flotsam & Jetsam per Design Miami/ celebrava l’avanguardia per cui è nota la città stessa. Le due strutture che lo compongono sono state stampate in 3D, la prima da Branch Technology, utilizzando un reticolo polimerico a forma libera ispirato alla struttura organica di una cellula per ottenere la massima resistenza con il minimo utilizzo di materiali; la seconda da Oak Ridge National Laboratories, utilizzando un supporto di stampa in bambù raccolto in modo sostenibile e completamente biodegradabile. Il nostro gruppo di progetto ha collaborato con gli ingegneri di Thorton Tomasetti per analizzare la struttura che al tempo era una tra le più grandi stampate in 3D.
Dato il sito e le tempistiche era fondamentale che i padiglioni potessero essere installati e rimossi velocemente e con facilità da una “forza lavoro non specializzata” (il team di progetto!). Le fascette si sono rivelate la soluzione più adatta per ottenere una perfetta connessione delle parti.

Il secondo progetto è stato realizzato nel 2017 in occasione della Milano Design Week. Allora stavamo studiando i possibili utilizzi della ceramica per le facciate degli edifici e volevamo valutare le proprietà di questo materiale antico per poterlo reinterpretare in maniera non convenzionale. La ceramica sembrava inoltre il materiale più adatto alla collocazione proposta, il cortile di un palazzo storico. Conosciuta con il nome di Wave/Cave, l’installazione era una struttura dall’aspetto “geologico” composta da tubi in terracotta estrusa non vetrificata, tagliati da una macchina a controllo numerico in 797 profili differenti. Per ridurre i costi relativamente alti di produzione, abbiamo deciso di utilizzare soltanto una forma, la cui superficie presenta scanalature e una sezione trasversale reticolare. Se i tubi estrusi sono tagliati ad angoli diversi si crea una varietà complessa di profili geometrici. Il design team ha dovuto affrontare un impegnativo percorso di collaborazione con il nostro partner, l’azienda tedesca NBK Keramik; in pratica ha dovuto imparare un nuovo metodo per impostare le macchine da taglio, creando infine un sistema di documentazione completamente automatizzato grazie al quale le schede di fabbricazione venivano generate in tempo reale, mentre si sviluppava il modello. Molti dei concetti appresi grazie a questa ricerca sono stati prontamente messi in pratica in altri progetti e processi dello studio. La struttura è stata ingegnerizzata da Arup e assemblata utilizzando un sistema di connettori non visibili sviluppati e installati da Metalsigma Tunesi.

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