Un’esortazione a sognare utopie | The Plan
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Un’esortazione a sognare utopie

Werner Sobek

L’architettura assume diverse forme, ma anticipa sempre il futuro. Gli architetti e gli ingegneri di oggi, infatti, progettano l’ambiente costruito di domani. Pertanto la ragione stessa del loro operare è intuire le aspettative, i desideri e le necessità dei futuri fruitori delle loro architetture. Non compete ovviamente ai progettisti assumersi l’intera responsabilità di questo compito, ma possono sperare di ottenere almeno un successo parziale. Allo stesso tempo, l’obiettivo di anticipare i tempi rappresenta per loro un’ottima opportunità, in quanto le strutture che prenderanno vita grazie alle loro visioni avranno un’importanza significativa nel dare forma al mondo di domani, e con esso a ogni aspetto della nostra vita quotidiana. Con il loro lavoro hanno inoltre l’opportunità non solo di progettare il mondo futuro e la sua interazione con l’ambiente naturale, ma di contribuire anche all’evolversi dei nostri comportamenti sociali e, in definitiva, del nostro intero tessuto culturale.

A questo punto sorge una domanda: cosa si immaginano gli architetti e gli ingegneri di oggi quando progettano un complesso di costruzioni, paesaggi o infrastrutture che faranno parte del mondo di domani? Intendono proseguire lungo il cammino attuale, rispettando i vincoli economici e le restrizioni dettate dai regolamenti edilizi contemporanei? Se questa è la scelta, è essa percorribile considerata la reciproca interazione e a fronte delle trasformazioni radicali che il nostro pianeta sta affrontando a causa della rapida crescita demografica mondiale e dei cambiamenti climatici che interessano tutto il pianeta?

È sconcertante dover constatare che da anni architetti e ingegneri si sono solo raramente domandati di che cosa tener conto nel progettare il domani. È ormai noto che rispetto ad altri settori, quello edilizio sia il maggior responsabile del riscaldamento globale, del consumo sfrenato delle risorse e della produzione di una quantità esorbitante di rifiuti. Con la stessa logica, l’edilizia è in grado di promuovere una sana e pacifica convivenza tra gli abitanti di questo pianeta. Dopotutto - citando una frase di Ernst Bloch che riflette la mia stessa interpretazione del termine - cos’è l’architettura se non il “tentativo di costruire una dimora universale per l’umanità”?

La nostra riluttanza nell’affrontare il futuro, è riconducibile allo stesso fenomeno riscontrabile nella nostra società nel suo complesso? La stessa reticenza che da decenni, nonostante l’esplosione del turismo e l’evoluzione sempre crescente dei media internazionali, ci vede cercare rifugio in un mondo che è una nostra rappresentazione, una sfera auto-definita le cui sinapsi sono connesse soltanto a quegli ambiti dell’ambiente esterno che ancora crediamo di capire? Ambiti che ci mostrano un’immagine del mondo come vorremmo che sia, un mondo che siamo in grado di gestire, in cui possiamo sperare di trovare delle soddisfazioni, se non addirittura la felicità? Un immaginario fortemente legato al passato e quasi mai al futuro? Questo ritorno al passato nasce forse anche dal sentimento di paura che affligge sempre più persone quando pensano al proprio domani e a quello dei loro figli? Un futuro che non possono più comprendere, influenzare, che sembra inevitabilmente incombere su di loro? Come più volte affermato da Paul Watzlawick, per la nostra sopravvivenza emotiva dobbiamo credere di vivere in un mondo consapevole e razionale, in quanto una vita percepita come priva di significati sarebbe insostenibile. Il nostro regredire, il nostro rifugio nella limitatezza e nel passato nascono dunque dallo “stato di disperazione” descritto da Bloch - ovvero dalla constatazione di un’incombente e insostenibile incapacità di agire, dall’idea dell’immutabilità delle cose nonostante i tentativi di cambiarle? Nei prossimi decenni dovremo fare i conti con gli effetti devastanti del riscaldamento globale, ma perché nessuno, nemmeno architetti e ingegneri, sta pensando a come attivarsi concretamente per dare forma al futuro?

Nell’esplorare le possibilità di realizzazioni futuribili e nell’ideare progetti utopici bisogna in primo luogo domandarsi da dove cominciare. Si dovrebbero poi individuare i limiti - e forse persino gli ostacoli - nonostante i quali si possa continuare a nutrire la speranza di costruire il nostro futuro definendo gli obiettivi utili a dare un orientamento ai nostri pensieri e alle nostre azioni.

Per iniziare a definire il contesto del compito da affrontare, possono aiutarci alcune semplici osservazioni. La popolazione mondiale attuale ammonta a 7,7 miliardi di persone, delle quali 6,3 miliardi vivono nei cosiddetti paesi emergenti e in via di sviluppo. In linea generale, questo significa che non hanno accesso né a una fonte sicura di acqua potabile, né a un sistema efficiente di fognature o di smaltimento rifiuti, ma neanche a un livello minimo d’istruzione e di cure mediche. Eliminare questo deficit - ossia fare in modo che anche questi paesi possano godere di stabilità sociale e prosperità, con una conseguente diminuzione del tasso di natalità - presuppone, tra le varie cose, il creare le condizioni indispensabili per promuovere un avanzamento di questi paesi: reti di approvvigionamento, infrastrutture per la gestione dei rifiuti, ospedali, scuole, università e molto altro. Tale impresa richiederebbe circa 1.700 Gt (1 Gt = 1 miliardo di tonnellate) di materiale da costruzione, il doppio rispetto a quanto presente nel mondo costruito di oggi. Questa cifra, che né esperti, né persone comuni riescono a immaginare, può essere scomposta grazie a una formula facile da ricordare e capire: se la stessa quantità di materiale venisse usata per costruire un muro spesso 30 cm lungo i 40.000 km dell’equatore, la struttura che ne risulterebbe sarebbe alta 56 km. Un progetto quindi irrealizzabile; non soltanto per via dell’enorme quantità di risorse necessarie, ma anche perché uno degli effetti collaterali dovuti alla produzione di questi materiali e componenti sono le emissioni grigie, che causano un innalzamento della temperatura della Terra tale da impedire la continuazione della vita umana.

Se pensiamo alle strutture aggiuntive necessarie per far fronte alla crescita della popolazione mondiale, allora si presentano problematiche simili. Ogni secondo nascono in media 2,6 persone; per garantire a ciascuna di loro una fonte sicura di acqua potabile, un sistema efficiente di fognature o di smaltimento rifiuti, l’accesso a un’istruzione di base e alle cure mediche, dovremmo ogni secondo - in base al regolamento edilizio che abbiamo selezionato - estrarre dalla crosta terrestre circa 800-1.300 t di materiali da costruzione, trasformarli in prodotti semifiniti e utilizzarli nelle strutture. In base a questi dati, il muro lungo l’equatore eretto ogni anno da questi materiali sarebbe alto circa 2.000 metri. Anche questo muro equatoriale “relativamente basso” desterebbe preoccupazioni riguardo alla disponibilità delle risorse e all’impatto sul clima delle emissioni grigie che derivano dalla sua costruzione.

Senza inoltrarci troppo in altre questioni chiave come la produzione di energia, la gestione delle risorse idriche, l’istruzione, la salute e i trasporti, è già evidente che creare un ambiente costruito per le persone nei paesi in via di sviluppo e per i cittadini futuri del nostro pianeta comporterebbe una miriade di complicazioni di scala e complessità senza precedenti. Tocca quindi ad architetti e ingegneri, in quanto professionisti, assumere un ruolo - anzi, il ruolo decisivo - nella risoluzione di questi problemi. Tali sfide ovviamente non potranno essere superate con gli stessi metodi e strumenti che abbiamo sempre usato, e ancor meno operando negli stessi contesti e prefiggendoci gli stessi obiettivi del passato.

La risposta alla domanda “che fare? Quale direzione vogliamo intraprendere?” comporta una varietà di valutazioni sulle limitazioni tecniche ed economiche da superare. Tuttavia, dal momento che tutto ciò porterà a un cambiamento radicale in quasi ogni aspetto della nostra vita, questo nuovo indirizzo necessariamente porterà a una trasformazione globale della nostra società. La questione diviene decisamente politica.

Oltre ad analizzare la situazione attuale, per pianificare il percorso futuro potrebbe tornare utile riesaminare i nostri valori fondamentali. Se facciamo della salvaguardia dello strato sottilissimo di terra del nostro pianeta su sui si crea la vita - che Bruno Latour chiama “zona critica” - la nostra priorità assoluta, allora la mia teoria, Natura mensura est, sembrerebbe dirci tutto quello che abbiamo bisogno di sapere. Secondo questo principio, la misura di tutte le cose, il punto di riferimento di tutti i nostri sforzi e delle nostre azioni, non è un dio (Deus mensura est), né un essere umano (Homo mensura est, secondo la teoria adottata sin dall’Illuminismo), né tantomeno il singolo individuo (Ego mensura sum, un’idea che oggi è diventata realtà). La misura di tutte le cose deve essere l’impegno senza limiti a preservare la natura stessa. Raggiunto questo risultato, gli esseri umani che vivono nella zona critica avranno bisogno di un’unica regola in più per godersi la vita tutti assieme in una società organizzata razionalmente: l’incondizionato rispetto nei confronti del prossimo in quanto di per sé stesso portatore di un valore comune a tutti. Questo principio va oltre l’articolo 1 della Costituzione tedesca (“La dignità umana è inviolabile”), in quanto aggiunge al termine legale “inviolabile” una componente morale.

La scala e la complessità dei problemi da risolvere sono spesso occultate, ignorate o deviate dai titoli sensazionalistici che cambiano di ora in ora; panem et circenses, pseudo-informazioni e sistemi di intrattenimento superficiali caratterizzano la nostra vita quotidiana. Una società che vive nel presente e che per decenni ha evitato di parlare del futuro non avrà una risposta alla domanda circa la direzione da intraprendere. Per questo motivo, architetti e ingegneri dovranno ricoprire nel nostro futuro un ruolo estremamente importante. Dovranno immaginarsi come conciliare costruito e ambiente naturale e al contempo assicurarsi che la base del loro lavoro rimanga la salvaguardia della continuità dei cicli naturali. Dovranno inoltre dare avvio a discussioni pubbliche necessarie per promuovere questa iniziativa, portarla avanti, formulare dei potenziali obiettivi e introdurli all’interno dei dibattiti. In breve, saranno loro a dover attivare la nostra utopia.

La domanda di cosa tener conto nel progettare il domani è parte di quella ben più sostanziale su quale direzione vogliamo veramente intraprendere. Trovare una risposta a tali quesiti richiede una profonda riflessione, ma anche coraggio; richiede di sviluppare un’utopia per la società nel suo complesso; che non sia però un’utopia irrealizzabile - come spesso intendiamo noi questo termine - ma che abbia caratteristiche positive, che corrisponda appieno al concetto di docta spes di Bloch: la speranza di una prosperità futura basata sulla conoscenza e sulla scienza.

Architetti e ingegneri devono intraprendere il progetto di rimodellamento e riorientamento dell’industria edilizia collaborando con sociologi, ambientalisti e molti altri, al fine di avviare un dialogo che raggiunga l’intera società. Nonostante questo dialogo sia di natura partecipativa, non deve ovviamente cominciare con la domanda di cosa piacerebbe a livello individuale. Prima di parlare di ipotesi e desideri, bisogna farsi un’idea dell’impossibile, dei confini della “terra incognita”. A tale scopo, dobbiamo trovare un gruppo di persone audaci che possano fare da apripista, cercando e analizzando l’utopico e il possibile. È inevitabile che facciano degli errori e smarriscano la strada. In realtà, questi errori sono un privilegio di coloro che prendono l’iniziativa. Forse la frase celebre di Georg Wilhelm Friedrich Hegel - “la paura di errare è già essa stessa l’errore” - può fare apparire l’inizio di questo viaggio meno arduo.

Non sappiamo chi abbia soffocato il futuro, chi sopraffatto il nostro impulso a elaborare un’utopia. Ciò che sappiamo, tuttavia, è che noi architetti e ingegneri dobbiamo, adesso, reinventare il nostro futuro e riprogettarlo ex novo. Altrimenti, se non lo facciamo noi, chi lo farà?

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