“Abitazione” e “sociale”: una connessione da ristabilire | The Plan
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“Abitazione” e “sociale”: una connessione da ristabilire

L’architettura è un atto sociale

Lorcan O'Herlihy Architects - LOHA

Il 2020 si è rivelato un anno difficile per la socialità. Il distanziamento sociale indotto dalla pandemia e la paura degli americani per qualsiasi cambiamento che preluda a forme di socialismo hanno messo in discussione il reale significato della parola “sociale”. Noi siamo esseri sociali e il 2020 ci ha fatto comprendere a pieno il bisogno di un contatto fisico, fornendoci in alternativa ad esso diversi modi per aggirare l’ostacolo. A livello nazionale abbiamo vissuto tensioni sociali che, in seguito all’omicidio di George Floyd, hanno riportato alla luce le gravi ingiustizie all’interno della nostra società. Se non altro il 2020 ci ha posto di fronte a problemi già latenti, spingendoci a riflettere sul nostro modo di governare le città e su come gestirle per adattarle meglio alle esigenze di tutti i cittadini.

Noi architetti dobbiamo utilizzare strategie e avviare dibattiti per affrontare le rapide trasformazioni del mondo in cui viviamo. L’architettura è un atto sociale, è uno strumento con cui possiamo entrare in contatto con la politica, l’economia, l’estetica e promuovere idee per uno sviluppo intelligente che favorisca uguaglianza sociale, interazione umana ed evoluzione culturale. Il nostro approccio deve partire più dal basso, essere più sfaccettato, più attento nei confronti delle culture e degli ambienti in essere, evitando gli spostamenti della popolazione residente, come accaduto troppo spesso in passato, e raggiungere l’obiettivo di rendere più inclusive le nostre città e i nostri quartieri,  in termini di età, di etnia,  di status socio-economico.

Se la città rappresenta l’impalcatura della nostra struttura sociale, l’abitazione ne è la base. I dibattiti sul futuro dell’architettura e della pianificazione urbana ruotano attorno alla questione di garantire una casa a tutti. Per molto tempo e in diversi paesi la casa è stata considerata un diritto e non un privilegio. Oggi la situazione è diversa; semplicemente non ci sono sufficienti alloggi a prezzi accessibili per stare al passo con la crescita senza precedenti delle città. Si prevede che entro il 2050 il 70% della popolazione mondiale vivrà in città. Affrontare questo incremento e trovare alloggi per una popolazione in così rapida ascesa è diventato uno dei compiti più ardui dei nostri tempi.

Abbinando il concetto di “sociale” al concetto di “alloggio” possiamo riuscire a impostare correttamente il modo di affrontare un futuro incerto. Se uguaglianza sociale e impegno della collettività vengono considerati quali sinonimi in relazione alla necessità di disporre di un alloggio, allora possiamo fornire alla società alcune risposte in merito alla vexata quaestio sul dove e sul come vivere.

Collocare questi concetti in due ambiti separati ha creato una disconnessione, una divergenza ideologica, che nel corso degli anni è venuta ad accentuarsi. Il termine social housing è stato da sempre negli Stati Uniti fonte di pregiudizi; quantomeno a partire dagli anni Settanta, quando in tutta la nazione le città si trovarono di fronte a una gravissima crisi finanziaria che portò l’edilizia residenziale pubblica dall’essere un bene sociale a costituire un male sociale. Vengono in mente ad esempio quei progetti di housing, poi falliti, costruiti nell’epoca successiva alla Seconda guerra mondiale: comunità pianificate a basso reddito che si sono degradate ancor più velocemente di quelle che avrebbero dovuto sostituire e migliorare.

Negli Stati Uniti, quella che per anni veniva definita edilizia residenziale pubblica è stata ora ridefinita edilizia abitativa “di supporto” o “a prezzi accessibili”. Per farla breve, sono progetti destinati a una piccola porzione della popolazione più bisognosa, come reduci di guerra ex-senzatetto, anziani e persone con disabilità. I destinatari di questo tipo di edilizia sono negli Stati Uniti una cerchia ancora più ristretta a confronto dell’Europa. In passato non era così. Dagli anni Trenta sino ai primi anni Sessanta disporre di un alloggio era considerato un diritto, e il governo federale copriva i costi per lo sviluppo di abitazioni a prezzi contenuti. Non solo i più poveri tra i poveri ma anche il ceto medio aveva diritto a un alloggio dignitoso supportato dal governo. Questa pratica edilizia, retaggio del New Deal di Franklin Delano Roosevelt, è stata adottata fino agli anni Settanta, quando il governo federale ha iniziato a favorire sviluppi privati e adottare politiche abitative di libero mercato che persistono tuttora. Da un punto di vista estetico, se pensiamo alla maggior parte dell’edilizia abitativa sovvenzionata o a costi contenuti vengono subito in mente le stesse immagini di desolazione e degrado, sia nella progettazione sia nella realizzazione, degli alloggi pubblici di una volta. Abitazioni estemporanee per persone considerate marginali perché con meno mezzi a disposizione.

 

L’agenda sociale storica

Nell’America pre-anni Settanta troviamo tuttavia alcuni esempi rappresentativi degli sforzi compiuti nella realizzazione di un’edilizia sociale, nel vero senso della parola. A Los Angeles, l’emigrato viennese Richard Neutra ha incarnato l’ambizione del modernismo di rendere il mondo un posto migliore, progettando ogni tipologia edilizia, dai piccoli complessi residenziali per “comunità di persone” ai grandi progetti di edilizia sociale nei quartieri più poveri della città. Molte delle sue idee per i cittadini della classe media e operaia non si sono mai concretizzate, ma una sì: Amity Village, una comunità progettata per Compton, una città operaia a circa 24 km dal centro di Los Angeles. Questo progetto, rinominato Channel Heights, in realtà fu poi costruito nel distretto costiero di San Pedro per dare alloggio ai reduci della Seconda guerra mondiale che lavoravano come operai nei cantieri navali di South Bay.

Per Neutra, ma anche per i funzionari del settore abitativo, Channel Heights rappresentava un modello di housing da replicare nella regione del Southland. Ciascuna delle 222 unità residenziali era inserita in una sorta di parco. Le case bifamiliari monopiano e gli appartamenti su due piani, entrambi con configurazione a T, si aprivano su un giardino, al piano terra con una veranda e al piano superiore con un balcone. I giardini posti all’estremità di ciascun gruppo di case andavano a sommarsi agli estesi spazi aperti. Facevano parte del complesso un supermercato, un centro artigianale, un asilo, edifici scolastici e uno spazio comune per uso sociale e ricreativo. Ogni unità costava 2.600 dollari, equivalenti a 68.000 dollari attuali. Ancora tanti anni dopo, i residenti descrivevano Channel Heights come “l’ambiente più piacevole” in cui avevano vissuto. Quest’area venne poi venduta a sviluppatori privati, i quali hanno mandato a monte la visione di Neutra. Nel 1980 Channel Heights non esisteva più.

A Los Angeles, prima dell’entrata in guerra e subito dopo la Seconda guerra mondiale, furono realizzati diversi progetti di edilizia pubblica sovvenzionata dal governo federale in base all’Housing Act del 1937. Erano ottimi esempi, ognuno a modo suo, dei princìpi esposti dal progressista Garden City Movement - il movimento città giardino - che prevedeva aree verdi separate dalle zone di traffico e un avvio all’integrazione di etnie diverse. A queste realizzazioni, meno di dieci anni dopo l’intervento di Channel Heights, fece seguito un rapido declino: fu la conseguenza della trasformazione in negativo del concetto di housing sociale. La paura negli USA di un “socialismo strisciante” condannò all’insuccesso il progetto di un’edilizia residenziale pubblica e, per ironia della sorte, fu proprio il master plan di Richard Neutra (e del collega Robert E. Alexander) per Elysian Park Heights a condizionare l’opinione dei cittadini riguardo a un alloggio dignitoso per tutti.

Il progetto denominato Elysian Park Heights prevedeva la realizzazione di alloggi pubblici su un’area di 93 ha, 3 km a
nord-ovest dal centro; era un programma ambizioso che avrebbe dotato la città del dopoguerra di migliaia di unità residenziali di cui aveva urgente bisogno. Neutra e Alexander avevano in mente un quartiere molto denso che mantenesse vivo “il calore e il piacere di stare insieme” della comunità, prevalentemente ispanica, che risiedeva a quel tempo sulle colline in baracche e case di legno. Per poter ospitare 3.300 famiglie bisognava costruire circa 20 grandi torri di 13 piani fiancheggiate da giardini: una perfetta fusione tra il carattere austero dei progetti utopico-modernisti, tipo la Ville Radieuse di Le Corbusier e il Rush City Reformed dello stesso Neutra, e un modello di vita all’aperto tipico della California del Sud. Purtroppo tre anni dopo la stesura del progetto, con tutte le centinaia di documenti necessari in mano per partire, Elysian Park venne denunciato dagli sviluppatori immobiliari, dal capo della polizia, dal Los Angeles Times e dai politici attenti anticomunisti come “insediamento socialista”. In seguito a questa furia maccartista il progetto venne fermato, e il terreno fu venduto alla squadra di baseball Brooklyn Dodgers che si trasferì da New York a Los Angeles e vi costruì uno stadio privato.

 

Riappropriarsi degli obiettivi del modernismo

Non sapremo mai cosa avrebbe comportato per la città di Los Angeles e il suo problema degli alloggi la realizzazione di questi progetti, ma una cosa è certa: dobbiamo affrontare ora una crisi molto più grave rispetto a quella del dopoguerra, e sembrano non esserci soluzioni a portata di mano. Nell’ultimo decennio il numero di persone che non dispone di un riparo sicuro è aumentato costantemente, a livello nazionale e locale. Nella sola Los Angeles si contano più di 60.000 persone senza fissa dimora. Oramai vedere qualcuno vivere sotto i ponti, nei vicoli e sui marciapiedi è diventata cosa normale, ma il fenomeno non si limita più al centro città; si sta espandendo nei quartieri e sobborghi più agiati, rendendo più difficile per gli americani negare l’esistenza del problema. Lo stesso vale per le disuguaglianze razziali rese evidenti dalla morte di Floyd: ciò che una volta passava inosservato, è ora drammaticamente evidente.

Alla domanda su quale ruolo potrebbe ricoprire l’architettura in questo momento cruciale, rispondo che il nostro compito in quanto architetti è quello di adottare un approccio all’ambiente costruito più umanitario, andando a incidere sul destino delle nostre città. Dobbiamo rifare nostri gli obiettivi del modernismo, rendendo il mondo un posto migliore e trovando soluzioni ai mali che affliggono la nostra società. Non dobbiamo più progettare gli edifici come oggetti isolati, ma considerare tutte le forze che concorrono a dare un assetto al nostro pianeta.

Il problema dei senza fissa dimora, sempre più incalzante, non si limita al bisogno di un riparo. È un problema sociale più ampio, e riguarda il fatto di fare sentire queste persone parte del luogo in cui vivono. Significa dare loro lo status di cittadini, un ruolo preciso nella società. Progettare questi spazi non significa soltanto considerare l’aspetto estetico o funzionale, bensì restituire dignità umana a coloro che l’hanno persa. In generale, la società deve prendere coscienza della condizione di chi è meno fortunato e condividerne le difficoltà.

In primo luogo, dobbiamo tornare ad abbinare il concetto di sociale al concetto di alloggio realizzando progetti di housing socialmente equi e con un fine sociale strategico. Nel nostro libro di recente uscita Architecture is a Social Act presentiamo due esempi esplicativi. Entrambi illustrano il pieno significato di cosa può rappresentare un alloggio a un costo accessibile. Altrettanto importante è capire come questi progetti possano far fronte alla nostra nuova realtà sociale, post-pandemica, attraverso un approccio all’architettura più umanitario e olistico; un approccio che ci permetta di evolverci definitivamente, da semplici architetti autori di edifici isolati, a strateghi urbani che riflettono sul destino delle nostre città.

 

Superare i pregiudizi - MLK1101

Il primo progetto, MLK1101, si trova a Exposition Park, a circa
5 km a sud di downtown Los Angeles. L’area era un tempo totalmente priva di servizi a causa della pratica del redlining, una forma di discriminazione creditizia che impediva ai neri e ad altre minoranze di acquistare case nei quartieri bianchi e al tempo stesso disincentivava gli investimenti in determinati quartieri. Questa pratica è cessata formalmente 50 anni fa dopo l’approvazione del Fair Housing Act (che bandiva la discriminazione abitativa), ma ora in questa parte povera della città si stanno tracciando nuovi confini. I ricchi si arricchiscono, i poveri si impoveriscono, e la questione dei senzatetto presente in tutto il mondo colpisce duramente Los Angeles. Quasi tutti sembrano voler risolvere il problema dando loro una dimora dignitosa, ma nessuno vuole mettere a rischio la propria sicurezza e il proprio quartiere facendo entrare coloro che una casa non ce l’hanno. Possiamo dire che i senzatetto sono vittime di un nuovo genere di redlining.

Nel 2014 siamo stati contattati dalla Fondazione Clifford Beers Housing (CBH), un developer non profit di alloggi a prezzi contenuti, che ci ha commissionato la progettazione di un complesso a basso costo con 26 alloggi e servizi su Martin Luther King Jr. Boulevard, a cinque minuti dal Los Angeles Memorial Coliseum, dove si svolsero le Olimpiadi estive del 1932 e del 1984 e a dieci minuti dalla University of Southern California. Gli appartamenti sono destinati a veterani in difficoltà, persone senza fissa dimora e a famiglie troppo povere per riuscire a trovare un alloggio decente a prezzi abbordabili. Il sito era un lotto vacante non edificato all’interno di un isolato anonimo accanto a un McDonald’s, a un centro commerciale e a unità abitative a due piani costruite tra gli anni Venti e gli Ottanta. Il viale su cui si affaccia è eccessivamente ampio, privo di vegetazione e percorso da un traffico ad alta velocità.

Queste sono caratteristiche tipiche delle strade di Los Angeles, in particolar modo di South Los Angeles, dove molte delle vie principali sono spoglie e trascurate. Con MLK1101 volevamo dimostrare la capacità dell’architettura di abbellire e valorizzare anche i siti più problematici, e il suo potere nel ridare un senso di dignità alle persone emarginate e ai quartieri in cui vivono. Questo progetto ha rappresentato per noi l’occasione per cambiare la percezione delle persone riguardo alle abitazioni destinate ai senzatetto.

Questi valori erano condivisi dal nostro committente CBH, il cui obiettivo era dare un alloggio alle persone senza fissa dimora prendendo in considerazione la persona nei suoi aspetti fisici, comportamentali e sociali, le contingenze e il benessere dell’intero nucleo familiare. Anziché discriminare coloro che vivono in povertà, CBH punta a creare un ambiente inclusivo, in cui individui con disturbi fisici o mentali possono vivere assieme a famiglie senza particolari esigenze, evitando così l’isolamento.

Per i residenti era importante sentirsi parte del quartiere; l’edificio è stato di conseguenza progettato il più aperto e poroso possibile, senza comprometterne la sicurezza. L’obbligo dell’amministrazione cittadina di prevedere un parcheggio - illogico per inquilini con poche macchine o senza - ci ha costretto a elevare il piano delle residenze sopra il parcheggio e i negozi al livello stradale. In realtà questa circostanza alla fine ha giocato a nostro favore, in quanto la sopraelevazione fornisce agli appartamenti la sicurezza richiesta, oltre il riparo dal rumore e dall’inquinamento della strada. Sopra lo spazio commerciale, nell’angolo a sud-ovest dell’edificio, abbiamo inserito una sala comune affacciata verso l’interno, la cui copertura a verde inclinata segue l’andamento dei profili delle vicine unità abitative risalenti agli anni Venti. Questo tetto spiovente crea inoltre un’area verde comune che fornisce, sia ai residenti sia ai passanti, un distacco visivo e un’area di respiro al riparo dalla confusione del drive-through del McDonald’s al lato est della proprietà.

La nostra priorità era il benessere dei residenti piuttosto che il loro isolamento. Il risultato è un edificio con pianta a L che consente ampie aperture e abbondante apporto di luce naturale, fattori chiave per un equilibrio mentale - come direbbe un qualsiasi portavoce dei senzatetto. In contrapposizione ai corridoi distributivi male illuminati tipici dei complessi residenziali di monolocali in cui spesso essi finiscono per vivere, questi appartamenti si raggiungono attraverso ballatoi pedonali esterni. Man mano che si sale i passaggi si ampliano, ombreggiando i piani sottostanti e accentuando la spaziosità complessiva del progetto. Questa distribuzione alleggerisce l’impatto della disposizione rigida e ripetitiva dei balconi di una diffusa tipologia di condomini a Los Angeles  (chiamati “dingbat”), introducendo invece dinamicità e ospitalità. Percorrendo l’interno di MLK1101 si percepiscono il continuo espandersi dello spazio e la molteplicità delle vedute.

Il progetto riveste un ruolo di utilità non solo sociale, ma anche ambientale. Incorpora infatti impianti passivi e tecnologie ecosostenibili come il tetto verde, la ventilazione trasversale, un impianto solare termico per la produzione dell’acqua calda, una postazione di ricarica per veicoli elettrici, infissi e
riscaldamento/raffrescamento ad alta efficienza e altre attrezzature e dispositivi. L’edificio ha ottenuto la certificazione LEED Gold.

Per finire, sono da menzionare elementi non meno importanti, quali la scalinata d’ingresso o “veranda”, le panche esterne e gli spazi comuni dove potersi incontrare superando la divisione
pubblico-privato e sentirsi parte dell’ambiente circostante. Lo spazio della scala, che non è solo una successione di gradini ma un luogo dove riposarsi o socializzare, permetterà ai nuovi residenti di diventare membri attivi della loro comunità e di non restare relegati nei luoghi in cui vivono, come quando vivevano per strada o in ripari temporanei. Un giorno, forse, il pregiudizio verso i senza fissa dimora diventerà un sentimento irragionevole, sia per gli abitanti di MLK1101 sia per i residenti confinanti, i quali temevano l’inserimento del “diverso” nella loro comunità.

MLK1101 ha voluto essere una risposta alla crisi degli alloggi quando sembrava tollerabile che ci volessero anni e non mesi, milioni e non migliaia di dollari, per costruire un’unità residenziale. Nei quattro anni che ci sono voluti per costruirlo, il problema dei senzatetto in città si è amplificato e le strade si sono riempite di persone senza una fissa dimora. Abbiamo imparato una lezione preziosa, seppur difficile: dobbiamo essere più veloci nel realizzare alloggi, e devono essere più creativi e a costi più contenuti.

 

Pensare a un nuovo contesto - Isla Intersections

Questa constatazione ci porta al nostro secondo progetto, Isla Intersections, nato nel periodo di recessione del 2011, quando il governatore californiano di allora - Jerry Brown - chiuse le 400 Redevelopment Agencies (RDA) supportate dallo stato. Create nel 1945 con l’intento di contrastare il cosiddetto degrado urbano, queste agenzie distribuivano fondi per sostenere investimenti economici, di cui il 20% era riservato ad alloggi per famiglie a basso reddito. Nell’arco di questi 60 anni lo stato ha distribuito circa 1 miliardo di dollari l’anno alle città, in parte per acquistare e consolidare le proprietà terriere e costruire nuove residenze. Sono passati dieci anni dal 2011 e la California sta vivendo la peggior crisi degli alloggi sin dai tempi della Grande depressione. La chiusura delle RDA ha prosciugato i fondi destinati alle città per costruire nuove case, lasciandovi inoltre tantissimi lotti vacanti inutilizzabili.

Da quel momento i singoli comuni hanno cominciato lentamente a svincolare migliaia di proprietà ed ettari vuoti affidandoli a soggetti privati e developer. Nel 2018 Los Angeles ha messo a disposizione di sviluppatori di alloggi a prezzi contenuti centinaia di appezzamenti di proprietà della città. Molti sono in condizioni precarie, disposti lungo arterie fortemente trafficate o sono aree inquinate vicino alle tangenziali. In altri casi sono agglomerati di lotti malamente raggruppati e lasciati degradare per anni. È proprio in uno di questi spazi liminali, desolato e ostile, che abbiamo visto l’opportunità e il potenziale per un salto di qualità verso uno sbocco positivo della questione degli alloggi nella città. Immaginarsi come rendere fruibile anche solo una di queste aree difficili, progettando una serie di alloggi sociali a costo contenuto, ci dà l’impulso a pensare come trasformare centinaia, se non migliaia, di altri siti similari.

Il nostro intervento su questo sito problematico, e quindi stimolante, ci ha coinvolti sia come architetti sia come urbanisti in questa nostra terza collaborazione con CBH. Isla de Los Angeles Supportive Housing and Annenberg Paseo è un progetto di housing di più di 3.000 m2 composto da 54 unità, che insistono su un sito triangolare di 1.840 m2 affiancato da un percorso pedonale a South Los Angeles, posto all’intersezione tra uno svincolo autostradale e una ferrovia con servitù di passaggio. Il luogo in cui si trova è complesso sotto diversi punti di vista: non è mai stato qualificato ufficialmente come lotto di terreno (è privo di un allaccio alla rete elettrica e idrica) ed è ubicato nel quartiere di Harbor Gateway, una delle comunità più povere e inquinate della regione. Dista 50 m da uno dei raccordi autostradali più trafficati del mondo, l’intersezione tra le tangenziali 110 e 105. Questa confluenza tra una dozzina di imponenti cavalcavia, rampe circolari in calcestruzzo e massicciate stradali penetra all’interno di un quartiere densamente abitato, caratterizzato da case basse. Per Los Angeles è una caratteristica visiva, per la salute un enorme pericolo: centinaia di casi di asma e innumerevoli malati di cancro sono stati rilevati all’interno del quartiere.

Questi dati compongono la geografia fisica ed economica di Isla Intersections. Ci sono però altre urgenze di cui occuparsi nell’immediato. Nei prossimi dieci anni Los Angeles avrà bisogno di 568.000 nuove unità abitative a prezzi accessibili, che dovranno essere costruite velocemente e in modo economico. L’ironia sta nel fatto che per costruire questi alloggi ci possono volere sino a cinque anni, con un costo per unità che può superare i 500.000 dollari (il costo approssimativo di una casa unifamiliare in un quartiere di famiglie a reddito medio o basso). Utilizzando un terreno in disuso siamo riusciti ad abbattere una delle spese principali per un alloggio a basso reddito: il costo del terreno. Inoltre, il sistema modulare a container consente di lavorare al contempo sia in loco sia off-site, riducendo i tempi di costruzione a due anni e sfruttando un approccio più sostenibile (in linea di principio).

Tuttavia, rivedere i metodi di costruzione tradizionali e creare alloggi sociali con meno soldi e in meno tempo non erano i nostri unici obiettivi. Isla Intersections vuole rendere vivibile uno spazio che non lo è. Il progetto si sviluppa lungo South Broadway, un tempo arteria principale della Los Angeles dei neri, e si presenta come una serie di 16 parallelepipedi formati da una pila di box abitativi. Ogni box misura 44,6 m2 ed è composto dall’accorpamento di tre container lunghi 6 m e larghi 2,5 m. Ogni unità a pianta libera è compatta ed efficiente, con cucina e bagno conformi alle norme dell’Americans with Disabilities Act (ADA) e un soggiorno che si trasforma in camera da letto. Le unità sono impilate e disposte in caseggiati collegati da una serie di passerelle per creare un unico complesso. Questi diversi agglomerati sono stati distribuiti di proposito lungo i margini del sito triangolare e affiancati da un lato da una sequenza di piccoli giardini che hanno il sorprendente effetto di fornire alle residenze private un’area verde. Il risultato è uno spazio verde comune che viene a far parte del complesso.

L’intento era creare un volume edilizio frazionato ma al contempo compatto; dare vita a una realtà sufficientemente resiliente per far fronte all’ubicazione del progetto ma abbastanza permeabile da coinvolgere le singole persone in attività all’aperto e disporre di luoghi in cui lavorare e socializzare. Abbiamo così deciso di differenziare l’altezza degli edifici: lungo South Broadway, verso nord, in direzione del quartiere con basse unità abitative sull’altro lato della strada, i livelli degli edifici si riducono da cinque a due. Qui, sul lato ovest del sito, inizia il viale pedonale Annenberg Paseo lungo il percorso dell’attuale Athens Way. Il profilo più basso dei tetti rafforza la rispondenza tra il costruito e l’Annenberg Paseo che si incunea tra il complesso degli edifici e un tratto del raccordo della superstrada; è un percorso a mobilità “lenta” per favorire biciclette e pedoni anziché macchine. Anche se il progetto è prevalentemente residenziale, abbiamo previsto di inserire al piano terra una serie di spazi fronte strada per negozi, uffici per l’orientamento professionale, servizi di supporto, ma anche attività amministrative.

Questi spazi e il viale creeranno un polmone verde, con la funzione di filtrare le polveri sottili e gli altri inquinanti presenti nell’aria fino al 40%. Il progetto paesaggistico parte dal sito, con la piantumazione di alberi, arbusti e piante scelti per la loro capacità di purificare l’aria. Anche la presenza di tetti verdi diminuirà il forte impatto del calcestruzzo attorno al sito. Negli orti e nei giardini sulle terrazze in copertura si potranno coltivare prodotti agricoli da vendere nei mercati settimanali. Il progetto ha inoltre la possibilità di entrare a far parte di una rete più ampia di aziende agricole urbane di prossimità, il cui obiettivo è preservare la tradizione agricola di South Los Angeles, fornendo prodotti agrari a basso prezzo in un’area considerata un “deserto alimentare”. A 1,6 km da Isla, per esempio, si trova lo Stanford Avalon Community Garden, una fattoria urbana di 3,6 ha, sorta sotto 11 elettrodotti nel quartiere Watts, creato dopo che un gruppo di persone del luogo fece opposizione contro le autorità comunali per il diritto di mantenere le loro aziende agricole urbane. Isla vuole seguire il loro esempio, lavorando sulla possibilità di creare un polmone verde molto più ampio che potenzialmente potrebbe svilupparsi ulteriormente nella città.

In un momento in cui Los Angeles è alla ricerca disperata di soluzioni con cui risolvere la crisi degli alloggi, noi architetti possiamo incidere sugli sviluppi dei prossimi dieci anni.

 

Iniziare un nuovo percorso

I due progetti esposti sono esempi di come dovremmo affrontare il tema degli alloggi. È fondamentale abbandonare le vecchie politiche sociali che confinano i poveri, i senzatetto e persino il ceto medio soffocato dalla crisi degli alloggi, allo status di paria sociali che a malapena hanno il diritto a un riparo sopra la testa. Dobbiamo eradicare quelle leggi e quella mentalità che hanno portato all’edificazione di insediamenti fatti di baracche precarie anziché di veri e propri quartieri. Se riconosciamo i nostri fallimenti possiamo iniziare un nuovo percorso. Da questo punto di vista Isla Intersections è particolarmente significativo; la sua configurazione e il suo obiettivo mirano a risolvere la questione delle norme urbanistiche alla fonte, ed essere inoltre un esempio di come è possibile contrastare quel trend negativo grazie a una progettazione attenta alle persone, e non alla politica o al danaro.

Isla Intersections si trova nelle immediate vicinanze di uno dei grovigli di autostrade più grandi al mondo, in una città dominata dalle auto, e questo contesto rende la sua presenza ancora più simbolica. È un progetto di housing dove è stato previsto uno dei primi percorsi a mobilità “lenta” di Los Angeles, e questo vuole essere un forte messaggio volto contro quelle leggi che consentono la costruzione di autostrade proprio in zone come questa. Le superstrade della città non sono state progettate solo per fare scorrere le autovetture in modo più “fluente” attraverso il bacino di Los Angeles, ma per degradare quartieri esistenti e creare barriere fisiche che hanno generato una forma di apartheid sociale. Isla si presenta come un intervento pilota per superare un iniquo passato. Isla vuole affermare il diritto di revisione, la possibilità di mettere radici e di ricollegare le strade ai marciapiedi, creando un’identità sociale persino all’ombra delle macchine che sfrecciano sopra la testa a più di 110 km all’ora.

Il futuro degli alloggi sociali in un mondo post Covid-19 consiste nel mettere in luce queste piccole iniziative. Anziché andare alla ricerca di risposte generiche e radicali, dovremmo perlustrare le strade alla ricerca di opportunità presenti in ogni isolato, persino in ogni casa. Se avremo successo, potremo concorrere ad attenuare gli effetti causati dall’isolamento sociale di massa imposto dalla pandemia e, all’occasione, contribuire a risanare le nostre città.

 

Questo articolo contiene estratti dal libro Architecture is a Social Act di LOHA pubblicato da FRAME.

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