Design for Life | The Plan
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Design for Life

Kimberly Dowdell

La città in cui vivo, Chicago, ha il più ampio divario di aspettativa di vita degli Stati Uniti. Chi vive lungo il “Magnificent Mile”, nel quartiere benestante di Streeterville, abitato prevalentemente da bianchi, può raggiungere i 90 anni. Una persona che risiede a Englewood, quartiere prevalentemente di neri circa 15 km più a sud, arriva appena ai 60. Non dovrebbe esistere, tra nessun gruppo di persone e da nessuna parte nel mondo, una differenza nell’aspettativa di vita così accentuata. Le domande che ci si pone di fronte a queste statistiche sono da un lato la ragione per cui questo accade, dall’altro come è possibile porvi rimedio.

Sfortunatamente Chicago non è l’unica città statunitense con una così ampia disuguaglianza nella speranza di vita. Anche Washington D.C., New York, San Francisco e New Orleans, praticamente quasi tutte le principali città americane, presentano un preoccupante divario di mortalità a seconda del luogo in cui si vive. Più spesso di quanto vorremmo ammettere, i quartieri con la peggiore aspettativa di vita sono quelli poveri, e principalmente abitati da neri.

Questa grande disparità si è rivelata ed è diventata ancora più evidente durante la pandemia da coronavirus. Da quando il
Covid-19 è arrivato negli Stati Uniti, i neri americani lo hanno contratto tre volte in più rispetto ai bianchi, raddoppiando il rischio di decesso a causa di complicazioni dovute al virus. Purtroppo l’impatto del Covid-19 non ha fatto altro che dare credito al proverbio che recita “Quando l’America bianca prende il raffreddore, l’America nera si ammala di polmonite”.

Spesso, però, è molto peggio di così. I neri in America muoiono generalmente a causa di leggi e azioni discriminatorie, in gran parte incontestate, che persistono da decenni, persino da secoli. Il video virale che mostra l’omicidio di George Floyd avvenuto a maggio per mano della polizia di Minneapolis ha aperto gli occhi al mondo soltanto su una di queste ingiustizie: è doppiamente più probabile che muoia un nero durante uno scontro con la polizia rispetto a un bianco.

Il razzismo e l’ineguaglianza non riguardano soltanto gli Stati Uniti. Come disse il reverendo Martin Luther King: «L’ingiustizia in qualunque luogo accada minaccia la giustizia ovunque. Siamo presi in una rete di reciprocità alla quale non si può sfuggire, avvolti da un’unica trama del destino. Qualunque cosa riguardi direttamente uno, riguarda in modo indiretto tutti».

Le parole di King rappresentano esattamente il motivo per cui ingiustizie e disuguaglianze razziali dovrebbero essere oggetto di riflessione per tutti, e specialmente per noi che operiamo nel mondo dell’architettura. In quanto architetti professionisti abbiamo fatto voto di proteggere la salute, la sicurezza e il benessere delle persone che vivono negli edifici da noi progettati, ovvero di tutti noi. Questa sorta di giuramento di Ippocrate degli architetti dovrebbe motivarci a fare qualcosa contro la discriminazione che vediamo attorno a noi, in quanto anch’essa influisce negativamente sulla salute delle persone, sul loro benessere e sostentamento.

Se da un lato è vero che gli architetti non hanno il potere diretto di riscrivere leggi e regolamenti che hanno portato al razzismo sistemico e all’ingiustizia, dall’altro abbiamo il potere - e il privilegio - di mettere in atto cambiamenti positivi attraverso tre procedimenti principali: 1) Adoperarsi per un’equità nell’assistenza sanitaria, capire cosa sono e che influenza hanno i determinanti sociali della salute e utilizzare questa competenza nel nostro lavoro di progettazione. 2) Individuare l’impatto del razzismo ambientale e del cambiamento climatico sulle comunità dei neri e delle minoranze e capire che un progetto può essere sia causa sia rimedio a questo genere di ingiustizia. 3) Diversificare il mondo professionale dell’architettura ampliando il numero di architetti sensibili e coscienti del problema

Nessuno di questi obiettivi è facile da raggiungere; dobbiamo educare noi stessi, i nostri committenti e le nostre comunità. Ma ciascuno di essi è di vitale importanza se vogliamo lasciare alle generazioni future città più sane, più prospere e più eque.

 

I determinanti sociali della salute

Iniziamo analizzando come siamo potuti arrivare a questo punto. Come mai, a 150 anni dall’abolizione della schiavitù in America e a 50 anni dal movimento per i diritti civili, esistono tutt’ora tali differenze nella qualità della vita tra neri, minoranze e bianchi?

Prendiamo intanto in considerazione che il reddito netto di una famiglia di neri in America è un decimo rispetto a quello di una famiglia di bianchi. Il tasso di disoccupazione dei neri negli Stati Uniti supera quello dei bianchi del 50%; l’aspettativa di vita degli individui neri è di cinque anni inferiore rispetto alla controparte. Inoltre è sei volte più probabile che un nero venga incarcerato rispetto a un bianco, ed è meno probabile che egli riceva un diploma di scuola superiore o si laurei all’università rispetto a qualsiasi altra etnia. Un nero presenta più sintomi persistenti di stress emotivo, e riceve meno sostegno o terapie adeguate per la sua salute mentale.

Questi fattori socio-economici rappresentano ciò che gli operatori sanitari chiamano determinanti sociali della salute. Da una loro ricerca è emerso che cinque cause in particolare influiscono sulla salute e mortalità delle persone: 1) comportamenti personali, ad esempio fumo, alcool e altre abitudini dannose; 2) storia familiare e patrimonio genetico; 3) condizioni ambientali, inclusi alloggi e quartieri sicuri, e accesso ai mezzi di trasporto; 4) accesso ai servizi sanitari; 5) determinanti sociali quali educazione, impiego, discriminazione, difficoltà finanziarie, povertà, reclusione e mancanza di servizi di sostegno. Per quanto riguarda la mortalità, gli stili di vita personali e la genetica sono i fattori che più incidono sulla salute - rispettivamente 40% e 30%. Quello che più mi colpisce è il ruolo dei determinanti sociali (15%) e dell’ambiente (5%), le cui percentuali, se sommate, risultano essere il doppio rispetto all’accesso ai servizi sanitari (10%).

Riflettiamoci un momento.

I contesti sociali e ambientali hanno un impatto maggiore sull’aspettativa di vita delle persone rispetto alle cure mediche e all’assistenza che esse ricevono. Sono cresciuta credendo fortemente nel “potere curativo della medicina occidentale”, per cui questo dato mi colpisce; ma al contempo mi incoraggia, perché, in quanto architetto, le condizioni ambientali e i fattori sociali sono entrambi aspetti su cui possiamo intervenire per migliorarli.

Cosa possono fare esattamente architetti e designer per migliorare tali fattori determinanti della salute nelle comunità di colore? La risposta è semplice. Dobbiamo affrontare la questione in modo più olistico. Dobbiamo andare oltre il cliente e l’inquilino e pensare a come un progetto potrebbe impattare sull’intera comunità e servire come risorsa pubblica o spinta verso il cambiamento.

Questo significa che dobbiamo focalizzarci sui sistemi di trasporto, assicurandoci che i progetti che realizziamo siano accessibili per persone e lavoratori provenienti da tutte le aree di una comunità. Dobbiamo capire, come ha fatto il mio collega Domenic Salpietra, come ottenere che aziende di trasporto tipo la Chicago Transit Authority investistano nelle aree poco servite occupate da comunità di colore.

Dobbiamo sostenere programmi che allineino i nostri progetti alla comunità, senza limitarci all’aspetto fisico. Una collaborazione, per esempio, con una scuola o università locale in che modo può arricchire un progetto? Il quartiere e gli utenti di un edificio in che modo possono trarre beneficio dall’integrazione di uno spazio dedicato a organismi di servizio sociale o ad associazioni non profit?

Dobbiamo sostenere progetti ritenuti “controversi”. Si è parlato molto delle ingiustizie arrecate dal sistema giudiziario, e ci siamo chiesti se sia un comportamento etico coinvolgere studi di architettura e design in questo tipo di progetti. In misura sproporzionata queste ingiustizie ricadono sui neri americani - un dato comprovato dal fatto che vengono arrestati più di frequente rispetto a qualsiasi altra etnia e spesso è loro negato un processo equo, dovuto al razzismo sistemico associato spesso all’impossibilità da parte loro di sostenere le spese per una difesa legale appropriata. Condanne politiche e incivili basate su pregiudizi razziali conducono da decenni all’incarcerazione di massa negli USA, andando a colpire soprattutto i neri americani. La prigionia spezza le famiglie ed è fonte ulteriore di stress emotivo ed economico su comunità vulnerabili, specialmente nei quartieri di neri, aggravandone le disparità socio-economiche e sanitarie.

Anche con alcune, indispensabili, revisioni delle sentenze, la nostra società avrà sempre più bisogno di strutture per amministrare la legge, come tribunali e centri di pubblica sicurezza, ma anche luoghi di riabilitazione per persone con disabilità mentali e strutture per collocare chi è stato condannato per avere violato la legge. Dobbiamo studiare modalità migliori per amministrare la legge, sollecitando il nostro sistema giudiziario affinché apporti modifiche che riducano la necessità di luoghi di detenzione ed esigere dai nostri responsabili politici l’attuazione di programmi per evitare che le persone entrino nel sistema carcerario sin dall’inizio.

Nel caso in cui l’incarcerazione risulti necessaria, spetta agli architetti rendere più umani i penitenziari, elemento fondamentale per ridurre il tasso di recidività. Il mio collega Jeff Goodhale ha passato gli ultimi 30 anni a sostegno di approcci creativi per proteggere la salute, la sicurezza e il benessere di tutte le persone che si trovano all’interno del sistema giudiziario.

 

Razzismo ambientale e cambiamento climatico

Dal punto di vista progettuale, gli architetti e i designer devono affrontare due ulteriori minacce che insidiano la salute, soprattutto delle minoranze: il razzismo ambientale e il cambiamento climatico.

Gli Stati Uniti, come tanti altri paesi, si trovano in difficoltà quando si parla di equità e giustizia per i neri e le altre minoranze. Sebbene la schiavitù in America sia stata abolita alla fine della Guerra civile nel 1865, la discriminazione legale è perdurata anche nel secolo successivo sotto forma delle leggi Jim Crow.
Nate negli Stati del sud, queste leggi si diffusero presto in tutta la nazione e mantennero la segregazione razziale, limitando i luoghi in cui i neri potevano lavorare, fare la spesa, viaggiare e vivere, li privarono dei loro diritti, limitando il diritto al voto e ad ottenere giustizia per circa 5.000 esecuzioni extragiudiziali di uomini, donne e bambini neri avvenute dal tardo 1800 sino ai primi anni del 1900.

Una delle più funeste eredità delle leggi Jim Crow è stata il redlining, il criterio di assegnazione di assistenza federale su base geografica. Il risultato di questo esempio di razzismo istituzionalizzato, che ha bloccato gli investimenti e le nuove infrastrutture nelle comunità delle minoranze, è tuttora palese. Il redlining è stato causa del fatto che i quartieri abitati da neri si trovano spesso in “deserti di cibo” dove mancano supermercati con frutta e verdura fresca, con edifici in stato di abbandono, con meno parchi, meno percorsi verdi e meno aree per attività all’aperto.

Al contempo, questa politica ha introdotto in questi quartieri una tipologia di investimenti non voluta altrove, come fabbriche, raffinerie e altre forme di industria altamente inquinante. Ancora oggi è più probabile che siano i neri ad abitare in zone in cui l’aria è più inquinata - chiamate “zone di sacrificio” - ed essere quindi a maggior rischio di morte prematura per l’esposizione alle tossine presenti nell’aria. In un’epoca di cambiamento climatico e pandemia, le conseguenze del razzismo ambientale potrebbero aggravarsi prima ancor di poter migliorare.

Un recente studio dell’università di Harvard ha dimostrato che i pazienti affetti da Covid-19 residenti in zone ad alto livello di inquinamento dell’aria erano più esposti al rischio di morte da coronavirus rispetto ai residenti in zone meno inquinate. Altri studi hanno constatato che le alluvioni colpiscono molto più frequentemente i quartieri neri, che spesso si trovano nelle zone urbane più basse e più a rischio inondazione per l’innalzamento del livello del mare dovuto al cambiamento climatico. Sempre a causa del redlining, questi quartieri hanno più strade lastricate, meno alberi e temperature più alte, rendendo i residenti più esposti a colpi di calore e ad altre malattie legate alle alte temperature. Spesso i neri hanno a disposizione meno mezzi con cui poter reagire agli effetti del cambiamento climatico.

Anche in questo caso l’architettura ha la possibilità, e la capacità, di alleviare gli effetti del razzismo ambientale e del cambiamento climatico e rendere le nostre città più sane e resilienti per tutti.

In quanto architetti possiamo iniziare proponendo un aggiornamento dei regolamenti edilizi e di zonizzazione. Anica Landreneau, direttore del settore Sustainability dello studio HOK, è, secondo me, un modello da seguire. Anica ha sostenuto davanti alla Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti la necessità di produrre nuovi regolamenti edilizi nazionali per ridurre le emissioni di gas serra e di conseguenza la mortalità. È stata di supporto nella elaborazione del Clean Energy Act di Washington D.C., uno degli strumenti più efficaci in risposta al cambiamento climatico. Ha inoltre collaborato con l’American Institute of Architects (AIA) nella stesura di nuove linee guida per una normativa edilizia che renda le città più sicure e resilienti. Come dice Anica: «Comunità sicure sono comunità resilienti».

Possiamo rendere più sicure - e più resilienti - anche le comunità delle minoranze, grazie a nuovi investimenti e incentivi fiscali per rimediare ai decenni in cui è stata applicata la pratica del redlining. I quartieri neri si trovano spesso nelle parti più vetuste della città che hanno un patrimonio edilizio favorevole a reinvestimenti e migliorie. Nel periodo di ripresa economica post Covid-19, i quartieri abitati dalle minoranze potrebbero essere luoghi ideali per investimenti e rivitalizzazioni, evitando così il trasferimento favorito dalla gentrificazione. Le ristrutturazioni ben progettate hanno inoltre il vantaggio di essere più salubri per l’ambiente in quanto consumano meno energia rispetto alle nuove costruzioni.

Noi pianificatori, progettisti e attivisti dobbiamo informare committenti e amministrazioni cittadine sull’importanza di avere spazi verdi da cui dipendono una lunga serie di benefici per la salute, in quanto riducono lo stress, migliorano la qualità dell’aria, incrementano l’attività fisica e permettono la realizzazione di orti comunitari per la produzione di prodotti locali. Ma non è sufficiente considerare soltanto la qualità dell’aria esterna. Dobbiamo batterci anche per avere abitazioni salubri, attraverso progetti come il WELL Building Standard, in modo che gli utenti di un edificio abbiano ambienti interni salutari, con accesso alla luce naturale e confortevoli per vivere e lavorare.

Per raggiungere questi obiettivi, secondo me, si dovrebbero formare team di progettazione che mantengano un contatto diretto con le comunità minoritarie. Ma anche sotto questo aspetto gli Stati Uniti risultano carenti.

 

Diversificare l’architettura

Al giorno d’oggi i neri negli Stati Uniti rappresentano il 13% della popolazione ma soltanto il 2% degli architetti professionisti. Ed è scarso soprattutto il numero di donne nere architetto: meno di 500 professioniste, lo 0,4% degli architetti del paese (più di 116.000).

Ecco dove entra in gioco il razzismo. Oggi molti studi cercano di diversificare la composizione del proprio team, ma il settore dell’architettura non è sempre stato disponibile nei confronti delle minoranze né facilmente alla loro portata. Per decenni molte università e facoltà di architettura si sono rifiutate di accettare studenti neri, e coloro che infine si sono laureati hanno fatto fatica a trovare lavoro. Basta guardare vecchie foto di studi di architettura, dove ci sono solo architetti bianchi chinati sui tavoli di lavoro, per capire e toccare con mano quanto questa professione sia stata, e in gran parte continui ad essere, esclusiva.

Ma l’America sta cambiando. Entro il 2045 si prevede che la percentuale dei bianchi negli USA scenda al di sotto del 50% della popolazione. Per il bene della professione e della salute delle persone, è fondamentale per l’architettura stare al passo con i tempi.

Immaginate se costruzioni famose di housing, come
Cabrini-Green a Chicago e Pruitt-Igoe a St. Louis, fossero state progettate da architetti neri provenienti da quegli stessi quartieri. Sarebbero state diverse rispetto agli edifici ispirati a Le Corbusier, eretti e rasi al suolo nel giro di pochi decenni?

Credo che i team di architettura abbiano urgente bisogno di persone provenienti da background e da esperienze diverse, con punti di vista differenti, per affrontare le sfide architettoniche delle nostre comunità. Ecco perché, in quanto presidentessa della National Organization of Minority Architects (NOMA), mi sono impegnata per promuovere il 2030 Diversity Challenge for Architecture. L’obiettivo è chiaro: raddoppiare la percentuale di architetti neri dal 2 al 4% entro il 2030, ovvero incorporare in questi dieci anni altri 2.500 o più architetti professionisti neri negli USA.

Diversificare l’architettura è una delle soluzioni con cui la nostra professione potrebbe, velocemente e significativamente, contribuire al miglioramento delle condizioni nelle comunità di colore. Con più rappresentanti delle comunità di neri o di minoranze negli studi di architettura potremmo rafforzare il nostro impegno collettivo e la nostra influenza sulla società. In tal modo produrremmo progetti più rispondenti ai bisogni della società. Diversificare questo settore è importante anche perché dimostreremmo ai giovani di tutto il mondo che questa nobile professione è aperta a tutti. Winston Churchill una volta disse: «Noi diamo forma ai nostri edifici, che a loro volta ci formano». Accogliere la diversità nella nostra professione significa dare forma a un futuro più equo e giusto.

L’ambiente costruito è solo uno dei lasciti di un architetto al mondo. Un altro, più importante e di più lungo termine, è il tentativo di essere fonte di ispirazione e arricchimento per le vite delle persone. Quanti di voi abitualmente dedicano parte del loro tempo a fare da mentori a giovani architetti o aspiranti tali, specialmente a membri di qualche minoranza? Molte organizzazioni come l’ACE Mentorship Program, la National Organization of Minority Architecture Students (NOMAS) e i NOMA Project Pipeline Summer Camps attendono con impazienza professionisti disposti a condividere il loro tempo, la loro esperienza e, soprattutto, i loro obiettivi.

 

Cosa fare adesso?

L’estate 2020 negli USA è stata contrassegnata dal Covid-19 e dal movimento Black Lives Matter. C’è un filo comune che collega questi due eventi: il razzismo. Il razzismo sistemico ha reso il virus molto più letale per i neri e ha portato la gente in piazza a protestare contro i troppi omicidi di cittadini neri da parte della polizia.

Questa estate, inoltre, ha portato alla luce il fatto che il razzismo è molto di più di un’ingiustizia civile e penale. È un’emergenza che riguarda la salute dell’intera comunità. In quanto architetti dobbiamo affrontarla urgentemente, cercando di capire in che modo il razzismo abbinato a fattori sociali e ambientali e al cambiamento climatico è riuscito a indebolire la salute della comunità nera e ad accorciare la sua aspettativa di vita. Forti di queste conoscenze, dovremo fare il nostro lavoro nel rispetto della vita di tutte le persone, senza distinzioni di etnie, classi o genealogie. Per raggiungere questi obiettivi dobbiamo fare di più per diversificare la nostra professione, per rappresentare al meglio tutte le comunità e impegnarci per proporre soluzioni olistiche.

Allora, e solo allora, avremo raggiunto condizioni di parità per dare a tutti, che si tratti di una donna bianca del quartiere di Streeterville a Chicago nord o di un uomo nero di Englewood a Chicago sud, le stesse opportunità, garantendo a tutti una vita più appagante, più lunga e in salute. In quanto architetti, dobbiamo progettare per la vita.

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