Vivere insieme | The Plan
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Vivere insieme

Tatiana Bilbao

Nel 1989, Martha Rosler fece proiettare sul display Spectacolor di Times Square la scritta in arancione “Housing is a Human Right” (l’abitazione è un diritto fondamentale dell’uomo). Queste significative parole erano parte del progetto del Public Art Fund, Messages to the Public, che intendeva trasmettere messaggi a firma di artisti tra i quali “What if everyone had a home” (come sarebbe se tutti avessero una casa) di Anne Turyn. Nello stesso anno in Germania la regione della Ruhr fu protagonista di un progetto di ricerca e condivisione chiamato IBA - Internationale Bauaustellung Emscher Park (Mostra Internazionale di Costruzione e Architettura Emscher Park) che aveva come obiettivo la rigenerazione e rimodellazione del paesaggio post-industriale del bacino della Ruhr. Il programma includeva proposte di iniziative in ambito architettonico e urbanistico per nuove tipologie abitative. Dopo le prime due edizioni dell’IBA svolte nel 1957 e 1979, la decisione di incentrare l’agenda della terza edizione sul tema pressante dell’abitare non costituì un fatto nuovo, dato che la manifestazione affrontava da sempre problematiche sociali, economiche e politiche.

In precedenza, nel 1976, le Nazioni Unite avevano ospitato a Vancouver Habitat I, la prima conferenza mondiale sugli insediamenti umani. Lo scopo di questa iniziativa era porre come primo e più importante obiettivo il diritto di tutti a un’abitazione, diritto definito tra quelli fondamentali dell’uomo in occasione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite del 1948 e disciplinato dall’art. 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

Il programma dell’IBA portò all’attenzione del Nord e del Sud del mondo la crescente crisi di alloggi causata dall’urbanizzazione globale, mettendo in luce quanto le città in espansione fossero in difficoltà nel fornire in tempi rapidi insediamenti dignitosi per le fasce svantaggiate e a basso reddito, iscrivendo così nell’agenda politica internazionale una questione che, ad oggi, rimane irrisolta.

L’articolo 4 della Costituzione Messicana del 1917 stabilisce che ogni cittadino ha diritto a un alloggio decoroso. Su questa base venne elaborato un piano urbanistico su scala nazionale, per la realizzazione di città moderne che prevedessero anche insediamenti destinati alla classe operaia. Questo periodo di sviluppo urbano, inquadrabile tra gli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, vide non solo la collaborazione tra responsabili politici e ONG ma inaugurò, altresì, una stagione di sperimentazioni architettoniche. I progetti su larga scala di Mario Pani, Teodoro González de León e Pedro Ramírez Vázquez affrontarono il tema della casa quale unità indipendente, portando contemporaneamente avanti anche la pianificazione urbana già avviata nel passato che prevedeva per il singolo e la comunità la fruizione di servizi e spazi verdi.

Sull’esempio di Habitat I, il governo messicano istituì il Ministero degli insediamenti umani e delle opere pubbliche, a cui fece seguito nel 1979 il Programma nazionale di edilizia abitativa che promosse strategie per la realizzazione di alloggi sociali tramite finanziamento pubblico.

I flussi migratori del XX secolo nel paese, dalle zone rurali verso le aree urbane e, di conseguenza, la richiesta di nuovi alloggi, non si ridussero affatto. Si stima infatti che ad oggi il Messico, con 126 milioni di abitanti e solo 35,6 milioni di case, necessiti di ulteriori 9 milioni di abitazioni. L’era del “miracolo messicano” e dei progetti di edilizia popolare promossi da programmi federali risentì della nomina di Vicente Fox a Presidente nel 2000. Lo sviluppo residenziale divenne un gioco di numeri in cui la quantità veniva premiata a discapito della qualità e diversità, come dimostrano i 2,35 milioni di unità costruite in 6 anni. Un risultato impressionante, guidato dal principio della produzione standardizzata di massa e a basso costo imposta dai promotori immobiliari, che diede vita a sconfinati sprawl urbani di identiche e anonime unità monofamiliari ai bordi delle città. Questa monotona ripetizione produsse uno stato di inquietudine e perdita di senso del luogo, per la difficoltà di accesso ai servizi comunitari quali scuole, parchi e centri commerciali. Il fallimento di questo approccio trovò una conferma nel progressivo abbandono di queste soluzioni abitative indifferenziate.

Durante il primo decennio del XXI secolo, il paese è stato deturpato da imponenti complessi residenziali (alcuni vasti quanto 100 mila case) e da centri urbani isolati con un tasso di abbandono pari al 30%. è a questo punto che il Messico ha iniziato a pensare a nuove tipologie abitative, più a misura d’uomo. Le sovvenzioni da parte di enti governativi quali Infonavit (istituto federale per l’insediamento della classe operaia) e Fovissste (fondo per l’edilizia abitativa dell’istituto di sicurezza e servizi sociali dei lavoratori statali) hanno consentito di coinvolgere architetti e altri operatori con l’incarico di formulare nuove proposte rispondenti alla domanda di alloggi a basso costo.

Nel nostro studio abbiamo iniziato così ad acquisire piena conoscenza della crisi insediativa del paese. Ci siamo impegnati ad esplorare modalità di sviluppo, mediante una corretta progettazione architettonica, che offrissero un sostanziale miglioramento delle condizioni di vita, lontane dalla reiterazione mono-tipologica così disfunzionale. Ci siamo dedicati con impegno a questa nuova area d’intervento e abbiamo iniziato a capire, non solo come influenzare i processi legislativi, ma anche come fornire soluzioni spaziali rispondenti alle problematiche sopra esposte e ottenerne l’approvazione.

 

Vivienda Popular

Nel 2013 ci è stato commissionato il progetto di un prototipo per il programma di housing sociale “Vivienda Popular”, promosso dal governo e rivolto alla fascia di reddito più bassa. L’obiettivo era dare alle famiglie la possibilità di costruirsi la propria abitazione con prestiti a condizioni agevolate. Il nostro progetto, con un budget molto limitato, era destinato alla popolazione del paese più disagiata e intendeva proporre soluzioni che tenessero conto dei materiali locali, del clima e delle esigenze dei futuri residenti.

Decidemmo così di elaborare una strategia su come affrontare la realizzazione di tipologie diverse di abitazioni, piuttosto che preparare un prototipo standard. Con questo obiettivo abbiamo organizzato laboratori e colloqui in sito per raccogliere desideri ed esigenze dei futuri abitanti. Vivienda Popular, con il suo programma aperto a modifiche, ha dimostrato flessibilità sotto vari aspetti. Ogni unità accoglie due camere da letto, bagno, cucina e un soggiorno a doppia altezza. Il nucleo della casa è progettato per adattarsi a ogni materiale disponibile in loco (blocchi in cemento, laterizio, adobe, legno), supportando così l’economia locale. Abbiamo cercato di considerare composizioni familiari e dinamiche domestiche eterogenee, da famiglie plurigenerazionali a nuclei ridotti. Ogni unità è stata realizzata con moduli in pallet di legno, organizzati secondo un sistema ampliabile, senza rinunciare all’immagine di una casa ben definita. Il nostro progetto è stato concepito per contesti rurali e suburbani. A San Cristóbal de las Casas, nello stato del Chiapas, abbiamo realizzato tre case di questo tipo, tinteggiandole con cromie vivaci e inserendole in un’area rurale boschiva. Successivamente, lo stesso modello è stato replicato in scala 1:1 per la Biennale di Chicago del 2015.

 

Acuña

Poco dopo aver completato l’intervento di housing sociale nel Chiapas, abbiamo avuto l’occasione di ricorrere nuovamente a questo sistema modulare, ma in un contesto diverso. Il 25 maggio 2015 un tornado aveva colpito Ciudad Acuña, nel nord dello stato di Coahuila, danneggiando oltre 3 mila case. In collaborazione con Infonavit ci siamo dedicati alla ricostruzione. Il progetto comprendeva 16 abitazioni, oltre a un masterplan con impianto sportivo multifunzionale dotato di aree giochi per bambini, auditorium e palestra all’aperto, tribuna, piazze e spazi verdi, terrazze e declivi piantumati, fontane a pavimento, percorsi, sistemi di illuminazione e arredo urbano. Riprendendo l’approccio strategico, modulare e adattabile, siamo riusciti a rispondere non solo alle diverse condizioni climatiche, ma anche alla precarietà economica causata dalla calamità naturale. Le abitazioni, costruite con blocchi forati in calcestruzzo per favorire la ventilazione trasversale, potevano essere riconfigurate trasformando, se necessario, gli spazi a doppia altezza in ulteriori ambienti domestici. Il contesto urbano e socioculturale di Acuña privilegiava l’auto di proprietà, di conseguenza ogni casa è stata progettata con un ampio spazio esterno multi-uso. Il suolo pubblico tra le abitazioni è diventato un luogo ombreggiato di interazione e di attività sportiva all’aperto.

A distanza di qualche anno dalla costruzione, abbiamo potuto constatare come gli abitanti avessero utilizzato lo spazio secondo le proprie esigenze. Un residente aveva trasformato il proprio piano terra in un chiosco per gelati, vendendoli dalla finestra di casa. Un altro aveva convertito il giardino in una carrozzeria dove riparare auto. All’interno delle varie abitazioni erano state introdotte pavimentazioni o pareti per diversificare lo spazio disponibile, impiegando materiale a basso costo reperibile in loco; ogni alloggio fungeva da supporto e base di partenza per rispondere a determinate necessità e soddisfare precisi desideri. Il suolo pubblico era utilizzato tanto da bambini quanto da adulti, mentre il verde veniva curato collettivamente.

Questi due progetti, oltre ad essere motivo di soddisfazione, sono stati per noi un’opportunità per riflettere sul nostro approccio all’edilizia residenziale sociale. Proporre una progettazione accurata e corretta quale risposta al tema dell’housing di massa è sin troppo semplice e si discosta in modo non sufficiente dalla produzione standardizzata giudicata negativamente. I progetti da noi proposti, anche se perseguivano la flessibilità, nei materiali e nell’organizzazione spaziale, imponevano comunque una nostra visione degli stili di vita. Ci siamo resi conto che proporre un prototipo non era di per sé sufficiente, occorreva invece lavorare a più stretto contatto con i residenti facendo emergere le loro scelte autonome e la loro individualità in quanto individui partecipi di un’ampia comunità.

 

Ocoyoacac / Apan

Nel 2017 abbiamo dato avvio al progetto di housing sociale “Vivienda Minima Ocoyoacac”, un lavoro inserito successivamente dallo studio newyorkese MOS nel suo “Apan Housing Project”, un laboratorio che raccoglieva 32 prototipi di edilizia residenziale sociale finanziato da Infonavit. Vivienda Minima Ocoyoacac ci ha condotto verso un nuovo approccio al tema residenziale, in precedenza affrontato progettando strutture indipendenti e facilmente identificabili come case. In questo frangente, invece, abbiamo scomposto l’organizzazione degli elementi domestici (camera da letto, cucina, bagno e soggiorno), ridisponendoli secondo diverse configurazioni attorno a un patio centrale. I moduli potevano essere aggiunti o rimossi a seconda delle necessità, mentre le unità abitative, assemblate una accanto all’altra, formavano cortili comuni: si è creato così un senso di comunità che offriva momenti di interazione e creatività. Il progetto ha poi dato origine a una serie di variazioni passando dalla sfera personale e privata, a quella familiare giungendo fino a quella pubblica.

Il progetto Vivienda Minima Ocoyoacac è stato un’opportunità stimolante per concepire modalità di scomposizione della casa tradizionale, dando modo ai residenti di decidere come organizzare il proprio spazio domestico. Quest’esperienza ci ha arricchito in termini di idee e concept di progetto ma ci ha dato la consapevolezza che questo risultato non fosse replicabile in ogni contesto climatico. Partecipando al progetto Apan insieme ad altri architetti e istituzioni abbiamo avuto la conferma di come la collaborazione aumenti la possibilità di ideare una vasta gamma di soluzioni diverse e sia quindi più produttivo rispetto a un modo di lavorare chiuso e isolato. Le idee più innovative per risolvere la questione dell’housing sociale sono frutto di un processo condiviso.

 

ReconstruirMX

Nel 2017, dopo il terremoto di magnitudo 7.1, migliaia di famiglie sono rimaste senza un tetto. Il Fondo di solidarietà per le catastrofi naturali ha messo a disposizione la liquidità strettamente necessaria per riparare le abitazioni, ma niente di più. Si sarebbe dovuto procedere a un reale intervento di ricostruzione; le famiglie colpite, per contro, non disponevano delle risorse necessarie per potersi avvalere di professionisti e si sono dovute quindi affidare a prestazioni occasionali e spesso non qualificate, pregiudicando la sicurezza delle abitazioni sommariamente riparate. Le ONG e gli architetti hanno unito le loro forze e competenze a supporto di quanto sovvenzionato dal governo.

Tatiana Bilbao Estudio ha partecipato al programma in qualità di consulente: alcuni di noi, sotto la direzione di Soledad Rodriguez, hanno lavorato assieme alle famiglie del paese di San Simon el Alto nella municipalità di Malinalco, per aiutarle a progettare e costruire le nuove abitazioni. Uno dei nostri architetti, Percibald García, si è poi trasferito in loco per lavorare a stretto contatto con la comunità, supportando con la propria competenza tecnica le famiglie a trovare la soluzione abitativa più confacente. A volte, le richieste degli abitanti contrastavano con le nostre idee, e ciò ha costituito un’esperienza formativa importante: abbiamo imparato a fare un passo indietro e a cercare di capire meglio il punto di vista del destinatario, abbandonando i preconcetti del nostro modo di operare.

 

Ambienti domestici in comunità organizzate

In un’ottica futura, il nostro desiderio è continuare a operare nell’ambito dell’housing sociale. Mentre scrivo questo testo, qui in Messico siamo in isolamento a causa del Covid-19; una condizione che ci ha dato una consapevolezza ancora più forte dell’importanza di vivere in abitazioni dignitose e ben progettate, e del diritto alla casa come un diritto primario. Ciononostante, nel nostro Paese il sovraffollamento e la povertà aumentano le tensioni nel mercato immobiliare. Per noi è sempre più chiaro quanto sia basilare rispondere alle esigenze di spazio delle famiglie. Dinnanzi a situazioni non prevedibili, dobbiamo ripensare lo stesso modo di vivere. Dobbiamo promuovere delle realtà urbane che non sono quantificabili ma che ci indirizzino verso il senso di appartenenza e di connessione tra noi tutti.

Le strutture abitative collettive ribaltano il concetto tradizionale di vita domestica: forniscono un modello di condivisione delle spese e al tempo stesso del lavoro domestico, mettendo in comune le risorse per dare un efficace sostegno ai residenti. In questa visione, noi architetti possiamo contribuire nel progettare un ambiente domestico in funzione di una più estesa vita di relazione della comunità. Il paesaggio sociale e urbano è cambiato per sempre e, secondo noi, l’architettura deve avere un ruolo chiave in questo processo, mettendo a disposizione e in condivisione le proprie conoscenze e competenze per favorire lo sviluppo di comunità sicure e collaborative.

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