How Will We Live Together? | The Plan
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How Will We Live Together?

Yehuda Safran e Hashim Sarkis: Conversazione sulla Biennale di Venezia 2020

Hashim Sarkis

Tutto è di tutti.

«[...] i mezzi di produzione essendo l’opera collettiva dell’umanità, fanno ritorno alla collettività umana. L’appropriazione individuale non è né giusta né utile. Tutto è di tutti, poiché tutti ne hanno bisogno, poiché tutti hanno lavorato nella misura delle loro forze ed è materialmente impossibile stabilire la parte che potrebbe appartenere a ognuno nella produzione attuale delle ricchezze. Tutto è di tutti!».

Peter Kropotkin, La conquista del pane (1892)

Manfredo Tafuri nel suo libro Progetto e utopia (1973) introduce già nelle prime pagine l’espressione “sublime inutilità”, molto probabilmente tratta dal Tonio Kröger (1903) di Thomas Mann. Il riferimento di Tafuri va inteso come critica all’amico Aldo Rossi e ad altri membri di “Tendenza”, che si interessavano alle geometrie pure di Étienne-Louis Boullée come forme idealizzate fini a se stesse. Nonostante la copertina del libro riporti l’immagine di un dipinto di Rossi raffigurante una “architettura a pezzi”, non si può dubitare che il dibattito intorno ai concetti di inutilità e utilità in architettura sia stato presente sin dal suo principio. Si potrebbe sostenere che l’utile è semplicemente un pretesto per tutto ciò che è stato definito architettura. Esemplificativa, per chiarire la natura di questo dibattito è la prima Biennale di Architettura di Venezia curata da Paolo Portoghesi nel 1980 e intitolata La Strada Novissima, che voleva far passare l’idea del passato come fonte più attendibile per l’architettura contemporanea, rispetto a qualsiasi forma di immaginazione. Ho incontrato Hashim Sarkis, da poco nominato curatore della 17. edizione della Biennale di Architettura di Venezia, nel suo studio della Facoltà di Architettura del MIT di cui è preside.

Hashim Sarkis: Esiste una specifica continuità tra le Biennali. Sono diversi i temi che, come un filo, partono da una Biennale passata e continueranno anche nella prossima edizione. Allo stesso modo vorrei che quest’anno ce ne fossero altri che possano essere ripresi in futuro. Uno dei temi ripresi da una Biennale passata consiste nel proporre l’impegno nella ricerca nell’ambito della progettazione architettonica. Questo significa che non verranno presentati soltanto progetti finiti ma anche lavori analitici svolti all’interno delle università e di altre organizzazioni.

Yehuda Safran: Sì, talvolta dal punto di vista ideologico questa continuità può essere molto forte. La Strada Novissima di Portoghesi, nella prima Biennale di Architettura, è stata una presa di posizione molto decisa.

H.S.: Quindi, a quel livello, trovo dei suggerimenti, oppure dei riferimenti, negli impegni presi prima da Ricky Burdett, poi da Rem Koolhaas, nella sua vasta ricerca “analisi dei fondamenti”.

Y.S.: Sì, credo che questo potrebbe essere un buon tema.

H.S.: Non intendo che sia primariamente una ricerca. Non ci sono né Koolhaas né Burdett. Intendo ricerca sul modo di impostare i progetti; ci sarà quindi una sezione dedicata alla ricerca sviluppata dalle università.

Y.S.: Credi fortemente in un’architettura che possa affrontare i problemi della società odierna?

H.S.: Sì, ma con un approccio e con elementi diversi rispetto alle versioni passate. Sento la continuità con il passato. Anche Kazuyo Sejima si era impegnata in questo senso. Allo stesso modo di Burdett.

Y.S.: Penso che tu abbia ragione.

H.S.: Seppur in maniera diversa, anche David Chipperfield si era preso questo impegno, e penso che in questa Biennale potrai vederne una versione ulteriore.

Y.S.: Sì, posso immaginare.

H.S.: Mi impegnerò a farlo, specialmente una volta stabilito il programma.

Y.S.: La Biennale curata da Sejima è stata particolarmente bella. L’ho recensita su Abitare. Ho pensato che aveva fatto davvero un ottimo lavoro e che uno dei motivi del suo successo fosse stato mettere se stessa al centro. Tutto ruotava attorno alle sue opere, che sono già di per sé bellissime, e questo ha funzionato. Il messaggio sociale, ovvero che l’architettura è dove le persone si incontrano, era valido, ma non era del tutto corretto dal punto di vista della descrizione formale. Non lo era. Non lo era perché non era centrale. La questione centrale era semplicemente l’architettura, la pura architettura.

H.S.: Un altro messaggio, che Alejandro Aravena ritengo abbia messo in evidenza in modo prioritario, è quello del ruolo sociale dell’architetto. È una questione cruciale che sarà presente anche nel mio programma, con la differenza che ho espresso nella mia dichiarazione, quando ho affermato che l’architetto può ricoprire quel ruolo, a patto che sia coordinatore e custode del contratto.
Per contratto intendo non solo il contratto spaziale e il contratto sociale, ma anche il contratto architettonico. Reintroduco quindi nell’attività dell’architetto la funzione propria del suo ruolo.

Y.S.: Sì, e qui entra in gioco il tema dei rapporti con la committenza; come sai, Leon Battista Alberti disse che ci sono due aspetti fondamentali nell’essere architetto: il programma di progetto e il committente. Nel senso che dovresti prima compiacere il committente... e poi reimpostare il progetto.

E questo è molto importante, perché spesso nella nostra società il committente e le persone che sono effettivamente coinvolte non sono neppure in grado di ordinare un paio di scarpe, figuriamoci se sono in grado di concepire un progetto architettonico.

H.S.: Ecco, penso che ci sia anche un altro aspetto, che riguarda la funzione dell’architettura di accogliere, di essere contenitore di altri campi. Ci si deve allontanare dall’approccio monomaniaco all’architettura, e aprirsi alle altre arti. Essere al contempo coordinatore e ospite, affermando la capacità di organizzare le altre voci tramite un’architettura intesa come condensatore sociale capace di un’ospitalità inclusiva.

Y.S.: Certo.

H.S.: Il concetto di ospitalità, di inclusione, quindi, sarà molto importante in questa Biennale.

Y.S.: Conosci la rivista Potlatch? Nell’ultimo numero, 85 pagine erano dedicate a una mia intervista a Vincent Scully. Un’intervista straordinaria. Ha toccato proprio queste tematiche. Scully è stato fondamentale per portare a Yale diversi architetti, fra cui Louis Kahn.

H.S.: A questo proposito vorrei introdurre un altro tema, che ha un po’ a che fare con i diversi ruoli che ricopre l’architetto in termini sociali. Penso anche che abbia a che fare con l’ottimismo insito nell’atto del trasformare un’idea in un costruito, e che dobbiamo appropriarci di tale ottimismo. Un ottimismo responsabile dove la volontà e l’atto del costruire sono molto importanti. Credo ci sia anche una dimensione poetica, di cui parliamo raramente, ma in questa Biennale sarà chiara e centrale.

Y.S.: Lo sarà davvero?

H.S.: Lo sarà. Un’altra questione, direi, è fino a che punto la Biennale si presenta come la proposta dell’Europa e degli Stati Uniti al mondo di ciò che fa l’avant-garde o quanto invece è il resto del mondo che viene a mostrare insieme, da terre diverse, specialmente dai suoi margini e da voci inascoltate, che cosa è il “nuovo”.

Y.S.: C’è stata una presenza molto importante di cinesi e giapponesi...

H.S.: In questa Biennale saranno presenti anche altre voci, per...

Y.S.: …bilanciare…

H.S.: …e anche per livellare le differenze…un’equità più globale. Vorrei una rappresentanza importante dell’Africa, dell’Asia Centrale e dell’America Latina. Non intendo occuparmi io in modo diretto del fatto che tutti vengano rappresentati, ma grazie al tema di questa edizione - How Will We Live Together? - saranno partecipi.

Y.S.: Quando pensi alla parola “together”, cosa ti viene in mente? È una parola molto forte.

H.S.: Intanto partiamo dal titolo. È la prima volta che il titolo di una Biennale è una domanda, una domanda aperta.

Y.S.: Come mai?

H.S.: È una frase che termina con un punto interrogativo in quanto attraverso questo titolo potremo spiegare molte cose riguardo alla Biennale stessa.

How. Il come rende la domanda molto attiva nella ricerca di nuovi metodi, di nuovi approcci e della capacità dell’architettura di trovare soluzioni concrete a certi problemi, e il “come” risolverli.

Y.S.: La competenza?

H.S.: Sì. Will: il futuro rappresenta sia l’avvenire stesso, sia la determinazione. Il volere.

Y.S.: Un auspicio?

H.S.: We, noi, prima persona plurale, sta per la molteplicità; è un termine inclusivo, siamo ugualmente importanti. Non si tratta di mettere insieme astrattamente le persone. Si tratta proprio di noi stessi.

Live, vivere, è un altro aspetto essenziale, perché riguarda sia la sopravvivenza che diventa importante quando parliamo di sopravvivenza del pianeta ma anche dei migranti e delle loro vite, sia la vita in comunità con altre specie. Ecco di cosa parlerà la prossima Biennale. Vivere, significa anche “prosperare”, ma anche “abitare”. La concezione che il vivere deve essere sempre definito come una…

Y.S.: ...finalità?

H.S.: Finalità dell’architettura, esatto. Andando oltre il concetto di vita in generale, o di vita biologica.

Together, infine, lo stare assieme, ha molto a che fare con un altro aspetto dell’architettura, rappresenta il bene comune, la condivisione, la comunità, ma implica anche valori universali.
?. Il punto interrogativo riguarda la volontà di cercare risposte e provare a chiedere a ogni partecipante di dare al proprio lavoro un titolo che possa significare una risposta diretta alla domanda. Ma non un’unica risposta, tante.

Come sai, il titolo non è una domanda nuova. Se la pose anche Aristotele. Tutti i preti, filosofi, consulenti matrimoniali hanno fatto questa domanda. Ma nonostante ciò mi sembra che al giorno d’oggi, nella società così polarizzata in cui viviamo, questa domanda stia drammaticamente cercando ancora una risposta.

Bruno Latour se la pose, Roland Barthes e altri ancora. Ma io preferisco pensare ad Aristotele per una semplice ragione: quando si pose questa domanda per trovare una risposta alla questione sociale e politica, propose lo spazio. La città. Non poté separare la città dalla sua forma politica poiché considerava che la struttura politica stessa fosse il risultato della struttura urbana.

Y.S.: La città come opera d’arte.

H.S.: Sì. La sua risposta è molto più illuminante di altre. Penso, anche, che abbiamo bisogno di un nuovo contratto spaziale che sperimenti, anticipi e definisca un nuovo contratto sociale. Ma non possiamo aspettare il contratto sociale per poi dare all’architettura semplicemente il compito di rappresentarlo. Vorrei che quella formulazione aristotelica conducesse alla determinazione del risultato. Ecco come è nato il titolo in forma di domanda. Per lo meno in parte è questo il motivo.

La risposta però ci porta a due altre questioni, da un lato ci pone un problema molto pratico, dall’altro solleva il problema della curatela. Sono stato sia presidente della giuria due edizioni fa, sia partecipante, e ogni volta che visitavo la Biennale, di Architettura o d’Arte, ho notato che lo spazio espositivo era molto ampio. A un certo punto non si ha più energia, ci si stanca, si perde concentrazione perché sovraccarichi di informazioni. Ma è normale, succede in ogni Biennale, anche in quelle che vengono curate con molta attenzione.

Ogni tanto può essere d’aiuto proporre una varietà di tematiche e avere degli elementi che mettono in discussione il tema scelto. Ma anche la dimensione della città di Venezia aggiunge un effetto di sfinimento. Mi ricordo di aver pensato - dovrebbero poter chiudere uno o due spazi espositivi, ciò aiuterebbe. Quando mi è stata affidata la curatela, ci ho pensato, ma mi è stato detto: Hashim, non appena comincerai a organizzare il tutto, ti renderai conto molto presto che gli spazi si riempiono in fretta e che ti servirà altro spazio.

Prima che questo accadesse - e, per inciso, avevano ragione - ho pensato che un modo per organizzarla poteva forse consistere nell’affrontare i problemi su scale diverse. Passare dal pianeta alle regioni, alle comunità, ai villaggi, arrivando fino allo spazio interpersonale, allo spazio di un corpo in relazione agli altri. La mostra sarà quindi organizzata in cinque scale.

 

Y.S.: Hai nominato un architetto per la Biennale? Qualcuno che ti aiuti a organizzarla?

H.S.: A organizzare lo spazio? Questo è il compito del curatore. Lo sto portando avanti io. Però capisco la tua domanda, perché non sempre i curatori sono architetti e quindi devono assumerne uno di proposito con questa funzione.

Y.S.: Esattamente. La Biennale d’Arte, per esempio, nomina di solito un architetto.

H.S.: Questo ruolo me lo sono assunto io. Ovviamente è la prerogativa del curatore.

Potrei dire che ci sarà più fluidità, più chiarezza in termini di organizzazione, e anche una connessione più evidente con le strutture storiche. Ma ci sarà anche un rapporto più stretto tra gli spazi della Biennale, nel senso che lo scopo delle installazioni sarà, tra le altre cose, quello di valorizzare le aree dedicate alla mostra. Anche le grandi installazioni saranno collegate a una delle cinque scale.

Y.S.: Qui stai entrando nell’area d’intervento di Carlo Scarpa, che a suo tempo è stato fondamentale per progettare questo genere di spazi.

H.S.: Vedrai che ci sarà un piccolo omaggio a Scarpa, che ho riscoperto per caso. Volevo intervenire nella percorrenza degli spazi e ho scoperto che Scarpa aveva già fatto un intervento, molto diverso, ma ciò nonostante abbiamo individuato un momento, un punto, che anche lui aveva già colto come elemento chiave. Che altro posso dirti?

Y.S.: Non lo hai mai conosciuto?

H.S.: No.

Y.S.: Il mio amico Philippe Duboy ha pubblicato un libro che descriveva tutte le mostre progettate da Scarpa. È un libro interessante.

H.S.: Penso che le fotografie degli spazi e gli schizzi vengano proprio da questo libro.

Yehuda, con questa suddivisione in cinque scale, penso che sia la prima volta che la Biennale si apre alla scala del pianeta, per poi arrivare alla scala del corpo, allo spazio che, convenzionalmente, precede l’architettura.

 

Y.S.: Chi assoceresti al tema del pianeta in architettura?

H.S.: Molte persone sono rimaste affascinate da questa tematica. Infatti, ho appena terminato di scrivere un libro con Roi Salgueiro Barrio e Gabriel Kozlowski, The World as an Architectural Project, che studia, da Élisée Reclus e Patrick Geddes fino al presente, gli architetti che hanno analizzato l’architettura come questione cosmica.

Y.S.: Adoro Reclus per molte ragioni. E anche Patrick Geddes. La strada in cui sono cresciuto da bambino a Haifa, sul monte Carmelo, era stata progettata proprio da lui, e io ne ero incantato. Geddes aveva collegato la strada che saliva sul monte con scale, giardini…bellissimo.

H.S.: Questa Biennale, credo, sarà più varia. Ci sarà paesaggio, più ecologia, più empatia.

Y.S.: Come architetto ti sei occupato di architettura e urbanistica.

H.S.: E di geografia.

Y.S.: Sì, in effetti più di urbanistica che d’architettura.

H.S.: Tendenzialmente mi sono occupato di architettura, ma ogni tanto lavoro anche a progetti più grandi. In effetti, alla connessione tra architettura e geografia mi sono interessato più di recente, e un po’ lo si noterà in questa Biennale.

Y.S.: Oltretutto la geografia appartiene al tema della memoria.

H.S.: Da questa angolatura c’è molto poco. Anche se la geografia, quella fisica, è molto presente.

Y.S.: Uno dei modi per costruire l’arte della memoria è attraverso la geografia. La si può costruire con gli edifici, vedi il Rinascimento, ma anche con la geografia. Almeno questo è quello che insegno ai miei studenti: come costruirsi da soli l’arte della memoria. Spiego loro che se associano i vari elementi come avviene nella geografia della terra, potranno sempre viaggiare con la loro mente e imparare!

 

H.S.: Cos’altro ti posso dire? Penso di avere scoperto molte cose riguardo a quello che sta accadendo nel mondo attuale dell’architettura. Non credo che ci sia esercizio migliore del curare una Biennale per continuare a monitorare questa disciplina.

È stata un’esperienza significativa per me, e continuo ogni giorno a imparare grazie al rapporto con gli architetti.

Y.S.: Sì, capisco.

H.S.: Fino a pochissimo tempo fa, ho strategicamente lasciato libere alcune parti della Biennale, perché non volevo imporre il mio pensiero su tutto, volevo aspettare un feedback da parte degli architetti. Ogni tanto, ad esempio, ho pensato che una sezione sarebbe andata da “qui a qui”, ma poi quella sezione della mostra in realtà è diventata da “qui a là”. Talvolta ero soddisfatto e andavo avanti così, altre volte lo spazio era troppo sbilanciato e ciò mi dava l’opportunità di inserirvi dell’altro. È stato un esercizio sorprendentemente utile. E poi il dialogo, fondamentale. Ho ricominciato spesso da capo, giungendo alla conclusione che si tratta di un procedimento decisamente iterativo.

Y.S.: Non è lineare.

H.S.: Non è lineare, esatto. Parlo, ascolto, faccio dei compromessi. Poi cambio idea. E quindi parlo di nuovo a un altro gruppo più ampio, lo coinvolgo, mi fa scoprire altre possibilità, cambio ancora idea, e così via.

Sono già molto attento di mio, e ora, con questa opportunità sempre in mente, sto prestando ancora più attenzione a ciò che faccio, a ciò che dico, per non apparire troppo impositivo. Non è una dissertazione o una tesi o un intervento: è una Biennale. Questo è un concetto molto importante.

Vorresti rappresentare il mondo, con tutte le sue voci, le sue contraddizioni, ma non puoi farlo in modo disordinato. E devi pensare a come poter risolvere questo problema, a come assicurarti di non essere troppo autoritario facendo al tempo stesso in modo che il risultato sia convincente. Ecco perché penso che l’organizzazione in cinque scale sia stata d’aiuto, come il titolo sotto forma di domanda per trovare risposte molto dirette e precise.

 

Y.S.: Stai ragionando con i diversi Paesi affinché adottino questo pensiero per i loro eventi espositivi?

H.S.: Propongo il tema e loro impostano un iter per scegliere un curatore. A meno che non lo chiedano…

Y.S.: Tu non ti intrometti.

H.S.: Sì. E questo mi piace perché permette al tema di svilupparsi in forme diverse.

Y.S.: Sì, ovviamente.

H.S.: Allo stesso tempo però organizzare il mondo secondo nazioni e stati rimanendo imparziali rappresenta un’ulteriore sfida per il curatore di una Biennale.

Y.S.: Eh già...

H.S.: I Giardini, dove c’è la gran parte dei padiglioni, sono organizzati come un unico pianeta, superando il concetto di regioni e di confini: due modi alternativi alla classica visione nazione/stato con cui osservare il mondo.

Y.S.: Bene, ai Giardini c’è anche il Padiglione Centrale, per te il padiglione più importante, attorno a cui gli altri ruotano come satelliti.

H.S.: Sì, due scale saranno ai Giardini, cioè il pianeta e le regioni. All’Arsenale si passa dal corpo, dall’individuo, alle comunità.

Y.S.: Sono appena tornato da Lisbona e Porto, dove ho presentato il mio libro intitolato I Have a Weakness for a Touch of Red (2019), che è una raccolta di miei scritti su architetti e artisti portoghesi. A Porto c’erano due esposizioni fantastiche, una di Álvaro Siza al Museo Serralves.

H.S.: Quello progettato da lui?

Y.S.: Esatto. E l’altra era di Eduardo Souto de Moura, nella Casa da Arquitectura, una mostra bellissima dei suoi progetti disposti lungo una galleria lunga 60 metri.

H.S.: Possiamo invertire questa intervista, o non posso farlo?

Y.S.: Certo che puoi!

H.S.: So che hai esaminato tante edizioni della Biennale, vorrei chiederti quindi: secondo te le problematiche, o le sfide, sono radicate nella struttura dell’evento, oppure cambiano di volta in volta?

Y.S.: Penso che cambino. Penso che non ci dovremmo mai scordare che la Biennale nasce da un’idea non degli architetti ma degli artisti. Lo scopo era portare loro il mondo, creare connessioni; era questa l’essenza della Biennale. Il ruolo della Biennale di Architettura è stato molto diverso. Dipende davvero dal momento e credo che quello più straordinario lo abbiamo vissuto durante la prima Biennale di Architettura, con Paolo Portoghesi. Gli permise di motivare il suo lavoro, positivamente e negativamente. Quella Strada che aveva ideato fu un risultato notevole, e diventò parte della memoria collettiva dell’architettura.

Naturalmente per un pubblico più ampio, si presentò anche Aldo Rossi con il Teatro del Mondo, la sua opera più importante.

H.S.: Persino oggi se parli con qualcuno di Biennale a tutti vengono in mente queste due immagini, la Strada Novissima e l’opera di Rossi. Ci sono rimaste impresse.

Y.S.: Precisamente. Portoghesi era un personaggio simpatico, l’ho incontrato diverse volte. Il libro Roma Barocca (1973) è la sua opera migliore. È in due volumi e scritto davvero bene, con alcune citazioni di Giordano Bruno. È un libro interessantissimo. Ma Portoghesi stesso delude, e le sue due moschee a Roma non sono dei progetti eccezionali. È un personaggio difficile da interpretare, perché da un lato è stato di fondamentale importanza, dall’altro era difficile da apprezzare. Però un uomo simpatico, molto affascinante…

Penso che capitino momenti come questo, e per qualcuno dopo di lui è stato molto arduo raggiungere un risultato come quello, consolidato nel tempo.

Hans Hollein è stato un direttore provocatorio, con una concezione errata di tempo e luogo.

H.S.: Prima mi chiedevi del progetto; ti posso raccontare un altro aspetto. Sto facendo affidamento sulle altre arti affinché mi aiutino a trasmettere un messaggio di invito a partecipare e sto collaborando con grafici e artisti per dare forma allo spazio.

 

Y.S.: Saprai sicuramente che David Adjaye ha progettato lo spazio centrale per una delle più recenti Biennali d’Arte; un progetto ottimo e pensato con attenzione. Mi ha parlato del suo ruolo in quella Biennale in un’intervista che è stata pubblicata su THE PLAN.

H.S.: Sfortunatamente il curatore di quella Biennale, Okwui Enwezor, è deceduto.

Y.S.: Lo so. Lo conoscevo perché ero stato invitato alla sua edizione di Documenta. Ci sono andato con Stefano Boeri, editore della rivista Abitare. Boeri aveva realizzato un progetto per i migranti nordafricani che sbarcavano in Sicilia. Mentre mi accompagnava a vedere il suo progetto ho incontrato Enwezor, che poi ho rivisto altre volte. Era un direttore molto bravo.

H.S.: Prima citavi Portoghesi e la forza di quel momento, la sua Strada Novissima e il messaggio che trasmette. Io sono stato invitato da Terence Riley per una nuova “Strada Novissima” che ha proposto in Cina, a Shenzhen.

Y.S.: Davvero?

H.S.: Sì, voleva che ne progettassi una parte. È stata un’esperienza divertente, perché bisognava riprendere in mano i valori trasmessi dalla Strada Novissima e domandarsi a che punto fossimo rispetto a quelli. Il prospetto, la strada, gli elementi neoclassici, l’iconografia della facciata.

Una cosa molto importante che volevo sottolineare è, come dici tu, la distinzione tra arte e architettura. Nelle mostre d’arte, l’arte è presente. In quelle di architettura, l’architettura reale non è presente. Il modo scelto per rappresentarla è l’unico strumento a disposizione per attirare le persone, quindi bisogna lavorare duramente. Gli artisti non devono preoccuparsene. Per l’architettura è molto più difficile.

Y.S.: Hai assolutamente ragione.

H.S.: Un’altra differenza sostanziale riguarda il pubblico. È stato deciso solo recentemente, credo dopo la Biennale curata da Koolhaas, che la Biennale di Architettura sarebbe dovuta durare sei mesi, come quella d’Arte. Prima di allora durava solo due o tre mesi. Il pubblico ovviamente è aumentato, adesso si arriva quasi a 300.000 visitatori. La Biennale d’Arte ne ha 600.000, il doppio.

Y.S.: Ci sono più cose da vedere!

H.S.: La Biennale d’Arte, oltretutto, attrae anche mecenati, artisti, collezionisti, musei, gallerie, mercanti d’arte. Qualsiasi figura del mondo dell’arte. Sul Canal Grande si vedono gli yacht uno in fila all’altro. È un pubblico decisamente diverso.

La Biennale di Architettura mi sta a cuore, mi motiva. Metà delle persone che la visitano non sono architetti. Una metà, non la stessa, ha 25 anni o meno. Bisogna tenerne conto; anche solo il fatto di avere un pubblico giovane.

Y.S.: Certamente.

H.S.: Attraverso la Biennale dobbiamo presentare al mondo il meglio dell’architettura. Ho incoraggiato i curatori dei padiglioni nazionali in tal senso; ho detto loro: immagino che desideriate condividere i vostri problemi, raccontateci invece le vostre esperienze migliori. Per quanto consideriamo che le vostre esperienze siano uniche, raccontateci ciò che potete condividere. Per quanto vogliate promuovere l’architettura, permetteteci di aumentarne il valore.

Una delle maggiori difficoltà per raggiungere un pubblico più ampio è come poterlo fare senza indebolire l’importanza del messaggio, evitando la perdita delle particolarità materiali ed estetiche dell’architettura.

Y.S.: Sono pienamente d’accordo con te. In generale il pubblico della Biennale di Architettura è molto vario.

H.S.: Il che è un bene! Anzi, mi incoraggia. È una responsabilità ancora più grande.

Y.S.: È una caratteristica positiva.

H.S.: Penso che se tornassimo indietro dovremmo estendere da subito non solo la durata ma anche la dimensione. La Biennale infatti negli anni è diventata sempre più grande. La mia risposta sono le cinque esposizioni più piccole all’interno di quella grande. Una conseguenza del cambio di scala è che non si possono mantenere gli stessi ritmi. A una certa scala deve essere abbinato un certo ritmo. Quindi sto usando diverse tecniche per diversificare le singole mostre. Tutta la parte riguardante la ricerca nasce dal progetto per cui...si possono avere...

Y.S.: Momenti, riflessioni...

H.S.: Momenti. È proprio questo a cui sto pensando adesso. Stiamo facendo progressi, dobbiamo farli. Mi sento fortunato perché ho avuto un periodo più lungo del solito per pensare e mettere in campo il programma, permettendomi di introdurre aspetti complessi, parlare di collaborazioni più ampie, eccetera.

Ritengo che in questo momento, ormai, ci troviamo a un livello successivo di estetizzazione delle distopie, ed è un bene, in un mondo polarizzato in cui di qualsiasi cosa parliamo ci troviamo davanti a una netta divisione. Mi sto affidando all’ottimismo dell’architettura che è, ammettiamolo, la nostra condanna all’ottimismo in quanto architetti; mi sto affidando a questo per poter portare avanti il discorso.

Y.S.: Da un certo punto di vista gli architetti, molto più di altre persone, devono mantenere una misura utopistica, altrimenti verrebbe meno un orizzonte.

H.S.: Ecco, penso sia questo il momento giusto in cui l’architettura dovrebbe dire: possiamo utilizzare il contratto spaziale come guida per creare un nuovo contratto sociale?

Y.S.: Beh, è un compito arduo, perché il contratto sociale è tutt’altro che semplice e molto difficile da realizzare.

H.S.: Ma uno degli aspetti più belli dell’architettura è che in ogni tipologia, persino in ogni archetipo, è insita una visione della vita di oggi.

Y.S.: Ma certo!

H.S.: Le si può dare forma, organizzarla, immaginarla. Al tempo stesso stiamo parlando anche di geografia. Paul Vidal de la Blache propone una bellissima distinzione tra causalità e, come lo definisce lui, possibilismo. Questa geografia ci pone davanti a delle scelte, e noi scegliamo.

Y.S.: Ho appena letto questo libro bellissimo su Alexander von Humboldt di Andrea Wulf, L’invenzione della natura (2015).

H.S.: Davvero un bel libro!

Y.S.: Mi è venuto in mente parlando di geografia.

H.S.: E von Humboldt è molto presente in questa Biennale; lo vedrai.

Y.S.: Davvero?!

H.S.: Sì! Te ne renderai conto. La discussione circa il possibilismo mi piace molto, perché dà all’architettura un ruolo molto importante senza che essa debba dominare o imporsi.

Y.S.: Ne studia il potenziale. Ci sono anche tante altre persone che si collegano a questo discorso, a questa geografia, biologia eccetera. Prince (Peter) Kropotkin, ad esempio, ha scritto Il mutuo appoggio: un fattore dell’evoluzione (1902), uno dei miei libri preferiti. Lo devi leggere, è fantastico.

Kropotkin ha scritto molti libri, tra cui una sua autobiografia. Siccome è partito più o meno da dove è partito von Humboldt, anzi, un po’ dopo, grazie alla sua ricerca su flora e fauna della Siberia, ha scoperto che le specie non sopravvivono in quanto più robuste o adattabili, ma in forza del loro sostegno reciproco, un mutuo appoggio.

H.S.: È una dimensione etica molto forte.

Y.S.: Esatto, e da qui il titolo del suo libro che in Francia ha riscosso molto successo. Molte tendenze anarchiche si erano sviluppate in seguito al suo pensiero. Persino ora il sindacato più importante della Francia si chiama “Aide Mutuelle”.

H.S.: La geografia mi affascina, così ho fondato ad Harvard con un gruppo di miei studenti la rivista New Geographies, non so se la conosci.

Mi attrae per una serie di motivi, uno dei quali ha molto a che fare con il fatto che mi sono accorto che quando gli architetti si occupano di geografia, da un lato è un modo semplice per espandere l’effetto dell’architettura, dall’altro permette di aumentare la dimensione di quello che deve essere al tempo stesso dentro e fuori contesto. Perché in sostanza i geografi non parlano del luogo, nonostante questo sia in gran parte determinato dalla sua stessa particolarità. Si tratta del mondo, dell’universo. E Cosmo è intitolata l’opera fondamentale di von Humboldt.

Y.S.: Una visione complessiva del mondo. Attraverso la connessione.

H.S.: Ecco quello che voglio trasmettere con questa Biennale.

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