L’Italia s’è desta | The Plan
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L’Italia s’è desta

Considerazioni sul sentimento di appartenenza in un mondo cosmopolita

Sono una strana italiana.

All’età di 14 anni ho cominciato a studiare fuori dall’Italia e vi sono ritornata solo per frequentare l’università a Venezia, città che mi aveva fatto innamorare.
La tesi universitaria l’ho fatta però vivendo a New York, e da lì mi sono trasferita a Barcellona, rapita da un uomo straordinario che ha segnato completamente la mia vita e che la segna ancora, vent’anni dopo la sua prematura scomparsa.
Con Enric Miralles, che mi ha portata a Barcellona nel 1989, siamo partiti così tante volte in viaggio: viaggiare, viaggiare, viaggiare… e ancora oggi io viaggio, sempre e sempre di più.
Quando eravamo assieme su questa terra i viaggi li condividevamo, oppure facevamo a turno, ma da quando Enric non è più qui i viaggi per me sono aumentati a dismisura.

Il mondo più globalizzato ha reso spostarsi più facile per tutti e il fatto di muoversi e lavorare lontano rientra oggi nella normalità.
Sembra così remota l’epoca in cui discutevamo con Enric: «un architetto può fare progetti solo nella propria terra» (lui diceva) … «non sono d’accordo» (dicevo io) … «sì», «no» «sì», «no», «sì» …
Questo lo dicevamo nel 1989, ma forse Enric non se ne ricordava più quando nel 1997 abbiamo vinto il concorso per il Comune di Utrecht e per la scuola di Musica di Amburgo, o ancora nel 1998, quando vincemmo il concorso per costruire il Parlamento di Scozia e la nuova sede universitaria dello IUAV a Venezia.
Allora, all’avvicinarsi del cambio del millennio, lavorare come architetto in altri paesi europei era ritenuto esotico, ma comunque accettabile. In Spagna gli studi che negli anni Novanta avevano progetti al di fuori della frontiera nazionale si contavano ancora sulle dita di una mano.

Adesso lavoriamo in tutto il mondo, soprattutto con la Cina.

Perché racconto tutto questo?

Perché vorrei far capire quanto sia complesso per me sentirmi italiana. Ho spesso avuto la sensazione di essere una cosa strana sbalzata nel mondo, parlo giornalmente tante lingue, e tutte male, ho fatto sforzi sovraumani per cercare di capire le tante umanità con cui mi sono confrontata durante i miei viaggi incessanti.
Nonostante tutto, l’Italia ultimamente è riapparsa nella mia vita con grande forza, a volte anche sfrontatamente, quasi provocandomi:
«Dimmi, adesso davvero ti sono indifferente?»
No, non mi sei indifferente, cara Italia, qui sono nata e ho ricevuto la mia educazione, e tu mi piaci! Mi piaci persino al di là delle mille fregature che dissemini sul tuo cammino!
Nonostante tutto, vali la pena.
Nel gennaio 2011 mi chiamò un certo Signor “Carpi” per invitarmi a partecipare alla Biennale d’Arte di Venezia, nel Padiglione Italia.
Il Signor “Carpi” risultò poi essere Vittorio “Sgarbi” che mi chiese di aiutarlo nell’allestimento del Padiglione.
Come potete immaginare il ritorno all’Italia in quell’occasione fu scioccante, e nella nostra ingenuità allestimmo i 5.000 m2 di Padiglione scrivendo in pianta la frase “l’Unità d’Italia, 150”.

Ricorreva infatti il 150ennale dell’Unità italiana, che per la maggior parte degli italiani rappresentò un’occasione di riscoprire l’entusiasmo per la loro giovane nazione. Nessuno si accorse del gigantesco messaggio su cui poggiavano le oltre 200 opere d’arte scelte dal curatore, ma la mia dedica nostalgica verso quell’Italia che avevo dovuto lasciare era stata scritta.

Intanto un’altra magnifica città italiana, Napoli, ci aveva invitato a partecipare a un’opera rivoluzionaria, incaricandoci di progettare una stazione della sua ambiziosa linea metropolitana. Una linea metropolitana nuova, che andava in controtendenza rispetto all’idea che in Italia sia impossibile scavare nel sottosuolo delle città storiche.

In questo caso l’ingegno italiano rilanciò il problema rendendolo un punto di forza: i reperti archeologici che si sarebbero trovati durante gli scavi avrebbero fatto parte della scenografia delle stazioni (e sarebbero stati restaurati a spese della Società Metropolitana). Quest’idea di abbellire le stazioni con l’archeologia fu seguita da quella di abbellirle anche con opere d’arte contemporanea e di chiamare a realizzare ogni stazione un architetto che potesse imprimere un segno di carattere.

Ne risultò la linea metropolitana delle “3 A”: Arte, Archeologia e Architettura. Alcune delle stazioni inaugurate hanno mostrato al mondo il potere delle 3 A: una di queste è stata eletta come la più bella del mondo e le successive che si stanno inaugurando ne mettono tutte a repentaglio il titolo.

Álvaro Siza, Massimiliano Fuksas, Óscar Tusquets, Dominique Perrault e tanti altri - me compresa - tutti a contendersi il titolo della più bella stazione metropolitana del mondo. E chi raccoglie i frutti di questa contesa è questa nuova linea, che sta rivoluzionando i preconcetti su Napoli (non era Napoli la città dal traffico impossibile? Non era la città dai monumenti vandalizzati?) e insegnando al mondo intero che i luoghi pubblici in cui le tre A siano esposte con Amore vengono rispettati dai loro fruitori.

La linea metropolitana del Grand Paris, (a cui anche stiamo lavorando) ha segretamente in mente l’esempio di Napoli, che ci insegna come una stazione non sia solo un luogo di passaggio ma possa rappresentare un luogo d’educazione e di bellezza, un piacere per i passeggeri che vi transitano.

La nostra stazione sta crescendo nel cuore del Centro Direzionale: una struttura lignea che rompe la freddezza schematica di questo quartiere così poco napoletano e reintroduce la continuità e il fluire dei differenti livelli di questa magica città lavica.

Mi piace venire a Napoli, città che sempre m’insegna.

Ma un’altra città italiana mi ha fatto l’onore di permettere di aggiungere un’opera al suo splendido patrimonio architettonico.

A Ferrara, meta del nostro viaggio di nozze nel 1993, abbiamo recentemente vinto un concorso per una nuova chiesa indetto
dalla CEI.

L’incarico ha preso tempo, ma poco a poco le proposte di progetto e d’arte si stanno plasmando; è questo il momento dolce in cui la materia rivela ai nostri sensi la forza dei disegni preparatori.

La collaborazione con Enzo Cucchi per questo progetto mi fa felice, così come l’intelligenza del cliente e del liturgista.

La relazione della Chiesa con la bellezza e con l’arte costituisce una forza attraverso i secoli ed è magnifico che anche in epoca contemporanea la Chiesa continui a considerare l’arte come una delle massime espressioni in terra della spiritualità.
Sono grata alla Chiesa come istituzione per essere stata capace di esprimere questo concetto in tante opere che accompagnano la storia dell’umanità.
La Chiesa di San Giacomo a Ferrara, che stiamo proprio ora costruendo, è parte di questo cammino. E ne stiamo godendo.

Vicino a Ferrara, proprio in questi giorni, stiamo tracciando le linee guida per il lungomare di Rimini.

È bello poter migliorare un luogo storico, già amato da moltissimi italiani. Il nostro lavoro vorrebbe farlo amare ancora di più, stemperando tutto il brutto che esiste tra dune di sabbie e arbusti, all’ombra dei pini.

Rimini romana, balneare, felliniana, di donne e di motori… nel nostro lungomare c’è tutto questo.
Tutto è come una scusa magnifica per reimmergermi a casa, per rituffarmi in Italia.

Molti altri progetti italiani sono recentemente arrivati sui nostri tavoli di lavoro: Milano, Padova, Salerno, Bologna…
Ma da Roma è venuto più forte in questi anni il richiamo italiano.
Non so perché mi hanno chiamato a disegnare un allestimento al Vittoriano e a Palazzo Venezia per una mostra dal titolo “Voglia d’Italia”.Una mostra bellissima che raccontava il fascino esercitato dall’Italia sugli animi sensibili di tutto il mondo.
I collezionisti americani, tedeschi, inglesi, russi che si recano a Roma per immergersi nella forza dell’origine. E trovano nel viaggio miraggi, inganni e tante altre cose che legano il loro destino al suolo italiano.
Questo destino l’ho condiviso anch’io, mentre disegnavo e costruivo l’allestimento.
Ho rivissuto questa relazione complessa.
Non ho propriamente lavato i panni in Arno, ma sono sprofondata nel sottosuolo romano, esattamente là dove sorgeva il Foro.

E l’esperienza si è ripetuta e ampliata l’anno dopo.
Nelle gallerie più profonde del Vittoriano, il Monumento all’Italianità, siamo stati chiamati a disegnare le linee guida di un museo dell’identità italiana.
Questa volta il mondo della costruzione romana è entrato letteralmente nel nostro allestimento, con quella capacità costruttiva invidiabile che rende plausibile a Roma convivere con strutture di più di 2.000 anni fa.
Con un collage di monumenti italiani abbiamo tracciato le linee di una pianta. Questa volta l’allestimento della mostra Lessico Italiano, volti e storie del nostro Paese non si costruiva sulle linee di una scritta, ma su quelle delle architetture che l’Italia ci ha tramandato.

Amo particolarmente questo primo frammento del Museo Italiano al Vittoriano. So che non è facile da credere, ma questo progetto viene da un sogno… nel dormiveglia mi apparvero le figure dei fregi del Vittoriano. Al risveglio non ricordavo niente di preciso, solo la presenza di un vago spirito.

Ma nel nostro studio di architetti gli spiriti si fanno disegni, piante, alzati. Siamo abituati a rendere reali i sentimenti, a trasformare i desideri in disegni costruttivi…
Lavoriamo sempre plasmando uno spirito e rendendolo concreto.

E lo spirito dell’Italia ancora mi provoca: «sei davvero cittadina del mondo, cara Benedetta? O nel tuo intimo, quando disegni le linee di un progetto, stai ancora cercando solo me?»

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