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Come cambia la formazione in un’epoca di cambiamento

Martha Thorne

Sono tempi difficili per l’educazione all’architettura. Problematiche significative e pressanti come la globalizzazione e l’utilizzo della tecnologia, oltre alle sfide che la società è chiamata ad affrontare seriamente, come il riscaldamento globale o il rapido aumento dell’urbanizzazione, hanno un forte impatto sia sulla formazione sia sulla professione. L’educazione all’architettura nel ventunesimo secolo è un soggetto indubbiamente complesso. Quando sono stata coinvolta direttamente nel mondo accademico circa dieci anni fa, erano tempi particolarmente duri. La recessione economica stringeva in una morsa l’architettura e l’edilizia, alimentando il senso di incertezza. La tecnologia ha consentito in quasi tutto il mondo la comunicazione e lo scambio in tempo reale di voce, testi e immagini, facendo aumentare il timore che la globalizzazione avrebbe a breve annullato le differenze storiche, culturali e di altro genere facendo posto a un monotono appiattimento. Questi fattori (assieme ad altri) hanno influito sull’educazione all’architettura così come sulla professione. L’analisi introspettiva dell’educazione all’architettura, alla luce delle diverse influenze e cambiamenti (talvolta inaspettati) in questo settore, ha portato negli ultimi anni all’organizzazione di molti simposi, conferenze e incontri, oltre alla pubblicazione di articoli e libri sull’argomento. Da tutte queste discussioni è risultato lampante il fatto che non esiste un singolo modello da seguire per insegnare l’architettura. Non si è riusciti a raggiungere un vasto consenso al di là dei pareri espressi dai singoli sulle sfide da affrontare. Ma questo non ci dovrebbe sorprendere. Sin dall’istituzione, oltre cento anni fa, dell’abilitazione professionale o della regolamentazione della professione ci sono stati continui dibattiti su cosa e come insegnare l’architettura. Nel corso degli ultimi decenni si è discusso animatamente su natura, contenuto, durata dell’educazione all’architettura, e su quali capacità essa dovrebbe trasmettere, essendo obbligata ad avere a che fare con pressioni sia dall’esterno sia dall’interno, rappresentate oggi da urbanizzazione rapida, riscaldamento globale, ascesa della tecnologia e globalizzazione. Dall’interno di questo settore possiamo capire le preoccupazioni per il legame tra formazione e professione, in quanto persino quest’ultima è alla ricerca di una sua ridefinizione. Il modello tradizionale dell’architetto-progettista come unico ruolo valido a cui aspirare viene messo in discussione e stiamo rivalutando i diversi ruoli che gli architetti possono e devono ricoprire. Non vale più riconoscere l’architetto come unico autore dietro a un progetto, e negli ultimi anni sembra essersi affievolito anche il dibattito sulle archistar. È stato deciso di utilizzare metodi più collaborativi e di riconoscere il merito di ciascun membro del team. La strada verso il cambiamento non è sempre priva di ostacoli, specialmente nell’ambito della parità dei sessi. La questione della discriminazione è salita alla ribalta con azioni come il movimento “Me Too” nel cinema e in altri campi, e l’architettura non fa eccezione. È tra le professioni che registrano un record negativo di donne che lasciano il proprio incarico, non riuscendo a ottenere ruoli di responsabilità, e di ineguaglianza in termini di compensi, oltre ad altre forme di discriminazione. Oggi le donne sono più organizzate e hanno più voce nell’affrontare le ineguaglianze nella professione. Ci sono, per questi motivi e in questo panorama così dinamico, dei principi guida su cui tutti possiamo essere d’accordo? O, in alternativa, esiste come minimo una “luce in fondo al tunnel” per l’educazione all’architettura? Possiamo identificare diversi temi osservando i dibattiti su questa materia. Spesso due concetti apparentemente indipendenti l’uno dall’altro vengono messi a confronto, ad esempio una formazione più tecnica contro una artistica; accademia contro prassi; sperimentazione o esplorazione teorica contro preparazione per la pratica professionale; manualità contro computer, e molti altri temi importanti riguardo la struttura della professione e il ruolo dell’architetto nelle realtà del ventunesimo secolo. Penso che molte di queste dicotomie siano fittizie, anche se riescono però a portare in evidenza delle questioni interessanti. Invece che considerare questi argomenti come idee opposte, notiamo che in realtà spesso riflettono un continuum. Una volta considerate le diverse opzioni (ed eliminata la confusione), sarebbe vantaggioso per le scuole impegnarsi a fare uno studio introspettivo e poi prendere una posizione. È necessario che ogni scuola renda pubblica la propria linea di indagine, i propri obiettivi di insegnamento e ricerca, la propria metodologia, e i ruoli che spera che i propri studenti siano in grado di ricoprire dopo la laurea e nel corso della carriera professionale. Aumentare il pluralismo nell’educazione all’architettura è una cosa di per sé né positiva né negativa, il cui potenziale risiede nella promozione dell’indipendenza intellettuale degli studenti, dello sviluppo di una mente critica e aperta, e dell’abilità di adattamento ai tempi che cambiano. In molti hanno pensato che la globalizzazione avrebbe portato alla standardizzazione delle scuole di architettura. È evidente che le cose non stanno così. Da un lato la circolazione di informazioni, la ricerca e i viaggi ci hanno avvicinato, ma non hanno portato all’omogeneizzazione che alcuni temevano. Il numero di ragazzi che studiano all’estero per l’intero corso di laurea o parte di esso (grazie al programma Erasmus, per esempio) ha raggiunto un record. Ci sono sempre più studi che collaborano in tutto il mondo e altri tipi di scambi, che non hanno ridotto o eliminato la diversità tra scuole, anzi. In molti casi gli scambi culturali e lo spostamento di persone e conoscenze hanno fatto nascere nuovi metodi e messo in discussione i vecchi canoni di insegnamento e apprendimento. Duo Dickinson, architetto e autore, lo dice chiaramente: «Non c’è nessun’altra professione che è cambiata tanto quanto quella dell’architetto. Dimenticatevi dell’estetica, tecniche e metodologie della progettazione stanno cambiando più velocemente di quanto il mondo accademico riesca a sviluppare una didattica adeguata. Dobbiamo prendere in considerazione un semplice fatto: come per la legge o la medicina, il sistema grazie al quale la nostra professione funziona sta cambiando, e quindi anche i modelli di insegnamento dovranno necessariamente cambiare».1 Vale la pena tenere gli occhi aperti su questa professione mentre valutiamo e proponiamo nuove idee per la formazione. Con il rapido avvento dei computer negli anni Novanta, alcuni studi professionali hanno spianato la strada al loro utilizzo. Si può dire che è anche grazie a professionisti come Frank Gehry o Greg Lynn che i computer sono entrati a far parte degli studi di architettura. Oggi invece potremmo asserire che in alcune aree della tecnologia sono le scuole a essere all’avanguardia. La customizzazione di massa, l’utilizzo della robotica per gli esperimenti di costruzione, e della realtà aumentata per la progettazione, non sono nient’altro che tre settori che alcune scuole stanno sperimentando in modo serio. La tecnologia diventerà sempre più importante nella società e quindi c’è bisogno che le scuole la incorporino nell’educazione in modo organico. Invece che considerarla semplicemente uno strumento che rimpiazza mansioni più banali solitamente compiute dagli esseri umani, le scuole di architettura dovrebbero essere in grado di vedere il potenziale dell’inserimento della tecnologia in nuovi settori. E come scuole, non dovremmo già trovarci in prima linea nel campo dello sviluppo urbano, della mobilità e degli edifici smart, invece che essere dei semplici testimoni di cosa stanno facendo le compagnie tech? Questo accadrà solo se i nostri studenti verranno incoraggiati a capire, sviluppare e sperimentare nuove tecnologie per l’ambiente costruito. Sembra giusto affermare che l’educazione all’architettura stia affrontando delle sfide complicate senza precedenti. Ma se guardiamo al futuro, sembrano esserci diversi aspetti importanti che ci aiuteranno nei nostri tentativi di andare avanti. In primo luogo, come detto prima, le scuole devono prendere una posizione e comunicarla agli studenti, sia in corso sia futuri. Promettere tutto agli studenti e prepararli a nulla non li aiuterà ad affrontare qualsiasi sfida tramite la forza dell’architettura, ma li lascerà soli a cavarsela, facendo far loro affidamento solo su modelli passati. Le scuole non devono comunicare solo con gli stakeholder interni ma anche relazionarsi con tutta la comunità, facendo presenti i ruoli e i potenziali benefici dell’architettura per la vita quotidiana. Per una scuola di architettura cosa c’è di meglio che stabilire connessioni e collaborazioni di studio con il contesto locale, per rafforzare l’idea del radicamento dell’architettura al luogo, nonostante i sempre più forti legami che uniscono oggi realtà distanti sulla terra? La relazione con la professione è ancora più complicata. Dovremmo abituare gli studenti a fare pratica? Se sì, quale modello dovremmo utilizzare? Gli architetti dovrebbero diventare più imprenditoriali e approcciarsi al loro ruolo in modo più proattivo invece che andare alla ricerca di commissioni convenzionali tramite canali convenzionali? Penso che dovremmo educare gli studenti all’incertezza del futuro e riconoscere che alcuni vecchi modelli hanno un’importanza limitata, specialmente quelli più rigidi. Essenziale è fornire degli esempi di nuove modalità con cui concepire la professione, dando agli studenti gli strumenti necessari per comprendere la dimensione commerciale dell’architettura e per operare in questo contesto. UNStudio ad esempio sostiene che gli architetti debbano essere più coinvolti nella fase di consulenza, specialmente dopo essersi specializzati negli anni in una particolare tipologia di edificio. Questa condivisione della conoscenza è un valore aggiunto a un processo che va oltre la semplice progettazione di uno specifico edificio in uno specifico posto. Lo studio SHoP Architects di New York ha sviluppato sue compagnie spin-off come SHoP Construction nel 2015, ed Envelope, lanciata come società a sé nel 2016, e impegnata nel realizzare un sistema di lettura e interpretazione delle modalità di zonizzazione. Oggi sono diventati sempre più accettati e utilizzati anche altri modelli di attività professionale, che una volta venivano considerati critici o alternativi. Un esempio è Assemble, il collettivo multidisciplinare “radicale” che lavora nei campi di architettura, design e arte e che ha vinto il Turner Prize nel 2015. L’educazione all’architettura non deve solo rendere note queste realtà, ma deve analizzarle quali valide alternative ai metodi storici della pratica. Gli studenti sono sempre più interessati a questioni ambientali come il surriscaldamento globale. Sia in classe sia fuori parlano (e talvolta anche manifestano a favore) di voler fare la differenza. L’architettura e l’ambiente costruito sono strettamente collegati, quindi ciò che riguarda la società riguarda anche la disciplina. Assieme agli studenti possiamo focalizzarci su questioni come sostenibilità, resilienza e altri problemi urgenti globali e sfruttare il mondo accademico per fare ricerca e agire. Architetti, aziende e organizzazioni stanno ricercando numerosi metodi con cui essere coinvolti e apportare dei cambiamenti positivi nell’ambiente. Le scuole hanno la responsabilità di andare oltre a sforzi superficiali che magari fanno una bella figura su Instagram, ma contribuiscono ben poco alla disciplina o alla risoluzione di un vero problema. Le istituzioni educative sono in una posizione privilegiata per fare ricerca - utilizzando talvolta risorse multidisciplinari -, agire e infine valutare i risultati. Possiamo citare l’esempio dell’architetto Alejandro Aravena, il quale, con alcuni studenti di Harvard, ha condotto ricerche sulla politica degli alloggi e sull’effetto sulle comunità a basso reddito in Cile. Aver approfondito il concetto di alloggio da un punto di vista più ampio, includendo anche l’ambito politico ed economico, ha portato allo sviluppo dell’approccio “Half a House”. Il suo studio ha realizzato con successo più di 2.000 unità abitative, e ha anche influenzato la politica degli alloggi. L’architettura continuerà a essere una materia che immagina il futuro e propone scenari alternativi, tenendo conto dei parametri dei contesti spazio-tempo e degli impatti che una particolare azione può causare. Grazie al nostro approccio olistico ci distinguiamo dalle altre discipline, ed è questa la vera forza dell’architettura e del design. I quesiti quindi diventano: le scuole metteranno in discussione i modelli educativi e pratici tradizionali e parteciperanno o condurranno dibattiti per il futuro in maniera significativa? Sapranno considerare cambiamenti tecnologici, surriscaldamento globale, urbanizzazione rapida e altre questioni sociali maggiori come componenti naturali e necessari per l’educazione all’architettura, oppure cercheranno semplicemente di costruire una torre d’avorio?

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