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And the world goes green

I precursori dell’Eden e il ritorno della natura

Benedetto Camerana (Camerana&Partners)

Rispondo all’invito di THE PLAN ripercorrendo quella via illuminata che parte dalla green architecture e porta alla green economy. È una storia di almeno 40 anni, ed è cruciale per la nostra cultura e per la civiltà terrestre. Ed è anche una mia storia personale. «Green architecture, philosophy of architecture that advocates sustainable energy sources, the conservation of energy, the reuse and safety of building materials, and the siting of a building with consideration of its impact on the environment»1. Questa lettura, elaborata dal fondatore di SITE, James Wines, è l’interpretazione ambientalista del termine green. In realtà, non è questo l’autentico punto di partenza della strada che voglio ripercorrere: ma è comunque un innesco cruciale di questo percorso culturale. Questo significato si cristallizza nell’idea di architettura sostenibile. Una filosofia dell’architettura che mette al centro del progetto la riduzione dell’impatto della costruzione sull’ambiente. I pionieri della green architecture ecologista I precursori contemporanei di questa filosofia sono quei pensatori che dalla seconda metà del ’900 hanno indagato da prospettive diverse il rapporto tra civiltà umana e natura. Tra loro spiccano le figure di Lewis Mumford, filosofo della tecnologia e della cultura urbana2, di Ian McHarg, fondatore del dipartimento di Landscape Architecture alla Penn University e dal 1957 del corso Man and Environment3, di James Lovelock, scienziato dell’ambiente, futurista che definisce la figura di Gaia, l’intero pianeta visto come un unico organismo4. Sollecitate dal loro pensiero, emergono figure di architetti interessati soprattutto a minimizzare l’impatto ambientale di un edificio, come William McDonough, che elabora la filosofia del Cradle to Cradle e si concentra sulla carbon reduction. Ritorno all’Eden. Natura come componente estetica dell’architettura Ciò premesso, a mio parere il senso culturalmente più profondo della green architecture è quello di un naturalismo tardoromantico come scelta autentica, che privilegia l’esperienza estetica dell’architettura. Ed è questo percorso che vorrei indagare: accogliere la natura come valore estetico e intellettuale dell’architettura e di conseguenza come necessaria componente materiale del progetto. L’innesco del progetto è l’idea di natura come bellezza vitale, emozione, irrinunciabile opzione estetica. Rinasce il mito dell’Eden, del ritorno a una natura accogliente, nella quale gli esseri umani possono abbandonarsi con assoluta fiducia. In termini antropologici questa visione si affianca ad espressioni di libertà dalle costrizioni sociali e tecniche, come la filosofia FKK - Freikörperkultur. In termini critici, il movimento green architecture è la preziosa occasione per una rottura culturale: per sviluppare un’architettura a-stilistica, come scelta di percorrere una strada alternativa, libera da questioni formali come la discussione tra moderno e postmoderno. Prende forma un nuovo linguaggio, un’architettura che nell’utilizzo della natura come materia del progetto può esplorare i codici visuali e tecnici di un nuovo lessico. Questo filone estetico-artistico di green architecture è innescato da alcuni progettisti anticipatori come Kevin Roche con l’Oakland Museum (terminato nel 1968), Gabetti e Isola con il residenziale Olivetti di Ivrea, detto “talponia”, del 1971 e poi con il Quinto palazzo Uffici SNAM a San Donato Milanese del 1991 e i SITE Architects del citato James Wines, con i leggendari BEST Store e il Best Forest Building a Richmond del 1980. L’eredità di queste sperimentazioni viene raccolta e sublimata da Emilio Ambasz, il riconosciuto padre spirituale dell’architettura naturale, da lui condensata nella filosofia del green over grey. Dopo una fase come (giovanissimo) curatore del Department of Architecture and Design del MoMA, Ambasz si dedica alla progettazione. Nel 1982 il primo lavoro è il Lucille Halsell Conservatory del San Antonio Botanical Center in Texas, nel quale i prismi trasparenti delle serre, emergenti da prati verdi coprenti un sunken garden, irrompono nel mondo dell’architettura con un nuovo linguaggio naturalista e tecnologico. Il lessico di Ambasz raggiunge l’apogeo nel 1990, con il disvelamento del grandioso giardino a gradoni della Prefectural International Hall di Fukuoka, una gigantesca scalinata green-tech che partendo dal Giappone propone un simbolo che farà strada proprio in Oriente. Green tech o seconda natura Il rapporto tra natura e architettura confluisce, a partire da queste esperienze progettuali, nel tema cruciale della natura artificiale. Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, del biotech, delle protesi innestate nel corpo umano, il senso di una natura modificata viene indagato da filosofi della tecnologia, scienziati, artisti, antropologi. L’obiettivo è quello di mettere a punto una seconda natura che superi il puro dominio della tecnica sull’elemento naturale, in una nuova armonia tra l’elemento primigenio e la sua trasformazione. Tra i citati precursori, Lewis Mumford aveva scritto di biotechnics, James Lovelock aveva sostenuto la teoria e la pratica del cryonics, la crioconservazione degli umani. Michelangelo Pistoletto ha coniato l’idea del Terzo Paradiso: la terza fase dell’umanità, che si realizza nella connessione equilibrata tra l’artificio e la natura. È di nuovo Ambasz, che mi ha preceduto nella serie degli editoriali di THE PLAN, a proporre in Solutions for a Post Technological Society - 1972 MoMA - una Università che elabori gli effetti della consolidata creazione di una nuova natura artificiale: «We now need a university concerned not only with measuring nature as found, but dealing with the fact that in the process of mastering nature, we are creating a new manmade nature». Nel mondo del progetto questa seconda natura si deve tradurre nell’integrazione tra componente tecnologica innovativa ed elemento naturale, e sulla grande scala, nell’ibridazione tra città e paesaggio. Oggi la natura, nelle sue varie forme (terra, prato, arbusti e alberi, acqua, ma anche aria e tutti i fattori naturali di funzionamento dell’edificio), può essere un dispositivo del progetto, un materiale per la costruzione di un edificio, una presenza necessaria della nuova città. Come sempre è il linguaggio a testimoniare una rivoluzione in corso: nuovi termini come vertical garden, green wall, vegetecture sono diventati di uso corrente. Estetiche della natura Il tema della seconda natura richiede un’analisi sintetica del sentimento della natura, la prima. Quale pensiero della natura precede e costruisce quello dei nostri anni? Le culture della natura sono state molteplici: non si possono non citare il sentimento bucolico, l’estetica del sublime, la passione romantica, ma anche il mistero del cosmo. L’idillio campestre del bucolico muove dalla poesia pastorale di Teocrito e risale a Et in Arcadia ego, tema celebrato da Guercino e da Nicolas Poussin. A questa natura seicentesca, serena ed accogliente, si contrappongono le spaventose vette e i crepacci che nel passaggio delle Alpi durante il Grand Tour definiscono l’esperienza estetica del sublime. Lo stupore, che si tramuta quasi in terrore, al cospetto della grandiosità talvolta incommensurabile delle forme della natura, si converte in un processo di comprensione estetica dell’inconoscibile, fino all’universo infinito. Edmund Burke, filosofo empirista, scrive «Infinity has a tendency to fill the mind with that sort of delightful horror, which is the most genuine effect, and truest test of the sublime» e «The sublime, which comes upon us in the gloomy forest, and in the howling wilderness»5. Disorientamento e ricerca dell’infinito sono alla base anche della sensibilità romantica della natura, rappresentata in modo ideale e assoluto da Caspar David Friedrich nel 1818 con le due opere del viandante solitario e della scogliera di Rügen6. A Friedrich vorrei affiancare le illuminanti parole di Samuel Taylor Coleridge che durante il suo Tour del Lake District salendo sull’Helvellyn Peak annota sul suo diario «Travelling along the ridge, I came to the other side of those precipices, and down below me to my left no, no! no words can convey any idea of this prodigious wildness that precipice its ridge sharp as a jagged knife»7. Un’educazione naturale A proposito di sentimento della natura, vorrei ora tracciare quella mia storia personale cui ho fatto cenno all’inizio. Sono cresciuto in una casa nella collina torinese, circondata da grandi alberi, che fin dall’infanzia ho frequentato e abitato, studiandone le forme e i rami, scalandoli, costruendovi piccoli rifugi. Avevo anche un orto. Più avanti ho iniziato ad andare in giro a cercare gli alberi più imponenti per fotografarli e ritrarli a china. Nell’adolescenza sono diventato un po’ astronomo: passavo notti a studiare col telescopio i pianeti e le galassie, cercando l’infinito e il sublime. All’università ho frequentato architettura, e anche storia dell’arte e filosofia: durante gli studi ho sempre cercato il rapporto con la natura e il paesaggio. Ho studiato e visitato i grandi giardini in Francia e in Inghilterra, i landscape garden di Lancelot Brown e le geometrie di André Le Nôtre. Ho sviluppato così una cultura degli spazi aperti, un occhio per la veduta a distanza e in movimento. Da studente ho lavorato con Oliva Collobiano alla realizzazione di diversi giardini in Toscana: ho poi editato il catalogo storico dei suoi progetti. La mia tesi con Roberto Gabetti ha indagato il rapporto tra architettura e paesaggio, con un progetto nel territorio di caccia della Palazzina di Stupinigi. Un riferimento culturale fondamentale è stata la Land Art: come giovane architetto guardavo più ai lavori di Michael Heizer o James Turrell o anche Dan Graham che alle discussioni tra postmodernismo e decostruttivismo. Sullo sfondo, il focus era sempre rivolto alla green architecture. Ho poi completato con Carlo Olmo un Dottorato in Storia dell’architettura e della città con una ricerca sul progetto di Piazza Vittorio a Torino, uno straordinario luogo che integra città e paesaggio in un disegno neoclassico unitario. Poco dopo ho tenuto una presentazione di Torino per l’International Council del MoMA: qui è avvenuto il fondamentale incontro con Emilio Ambasz. Il fascino di Fukuoka era divenuto concreto e tangibile. Segue l’incontro con Bruno Alfieri, editore raffinato e con un’importante storia nel campo dell’arte e dell’architettura: fondatore di Electa, Lotus, Rassegna. Vista la mia tesi, Bruno mi chiede di fondare e dirigere EDEN - L’architettura nel paesaggio, un magazine annuale dedicato alla relazione tra architettura e natura. Il tema centrale del primo numero nel 1993 è la green architecture di Emilio Ambasz, che nell’introduzione ne definisce un albero genealogico nel quale Gabetti e Isola sono i nonni, Emilio il padre, Benedetto il nipote. L’obiettivo di EDEN è quello di esplorare e promuovere l’integrazione della natura e del paesaggio nell’architettura e nella città. In senso tecnico, filosofico, progettuale. Infine l’aggiudicazione, nel 1997, del concorso per la progettazione di Environment Park - Parco Scientifico Tecnologico di Torino, proprio insieme ad Emilio Ambasz. Environment Park: un progetto che anticipa il futuro L’aggiudicazione del Concorso per Environment Park è un miracolo, una convergenza di fattori qualitativi. Nella Torino del piano strategico e del nuovo PRG, è il primo concorso pubblico secondo le regole della Legge Merloni. Gianni Vernetti assessore allo Sviluppo Sostenibile decide di non localizzarlo in un green field fuori città ma di portarlo in un brown field vicino al centro, nel mezzo dell’immenso recinto industriale delle ex Ferriere. Un tempio del dominio della tecnica sulla natura, dove gli ingegneri della produzione negli anni ’60 avevano “tombato” il fiume Dora per quasi un chilometro, ricoprendolo con una piastra indistruttibile capace di reggere gli altoforni come il terreno. E realizzando cosi quello che il Guinness dei primati definiva il ponte più largo del mondo. Il programma prevede di costituire il primo centro di ricerca dedicato alle tecnologie dell’ambiente: è l’alba della green economy. Il bando chiede un’architettura green, tetti verdi, tecnologie di risparmio energetico: è presto fatto l’accordo tra me ed Ambasz per concorrere insieme. Il progetto che presentiamo è radicalmente naturale, senza compromessi. La nostra fortuna sta nel coraggio e nella libertà di Franco Mana, committente, e di Sergio Jaretti, architetto intellettuale che presiede la giuria, e di Impregilo, capogruppo dell’appalto concorso, che ci ha creduto. In una seconda fase, in un nuovo concorso, mi aggiudico anche il progetto del Centro Servizi8. La proposta è il primo progetto di green architecture in Italia e il più grande in Europa. La riconversione dell’area industriale attua in pieno lo slogan del green over grey. La nuova tecnocity è completamente ricoperta di parco pubblico, di percorsi nel verde, con alberi e cascate d’acqua. Il progetto restituisce 10 ettari di parco alla città e supera totalmente l’opposizione tra tecnologia e natura, ricomposte nell’idea di un Eden high-tech. Environment Park è una svolta. La componente estetico-romantica del sentimento per la natura resta il motore cruciale delle scelte progettuali, ma per la prima volta viene intimamente integrata da una tecnologia innovativa di matrice ecologista avanzata. La parte ambientale è rigorosa: tutta l’energia è rinnovabile. La produzione del calore è affidata al cippato di legna, derivato anche della potatura degli alberi della città, il raffrescamento avviene con lo scambiatore di calore con l’acqua del già esistente canale della Dora per il raffreddamento delle ferriere. La tecnologia delle facciate è assolutamente sperimentale: il Blue Building sviluppato da Permasteelisa è il primo esempio di tripla facciata con recuperatore di calore, applicata solo sul lato sud del complesso. Il grande tetto giardino, realizzato con le più innovative tecniche di sistema artificiale stratificato con terreno minerale, non è solo un sistema passivo ma anche un fattore attivo in estate nel microclima locale, con le cascate, la ionizzazione dell’aria e una mini centrale idroelettrica. Il complesso si completa con un grande totem fotovoltaico (sistema allora ancora molto costoso). La matrice ambientale di un luogo che si chiama Environment Park realizza un modello: le componenti tecnologiche innovative si integrano nella visione idilliaca della natura accogliente, nel quadro della green economy. Ma non è tutta luce (verde). Chi proponeva un ritorno così forte della natura era visto come una mente irregolare, una specie di stregone o un deviato dedito a pratiche per iniziati. Non a caso il primo a parlare su La Stampa di questa nuova poetica pragmatica è Nico Orengo, un poeta ligure-piemontese che si divertiva anche a scrivere di trasformazioni culturali sui quotidiani. È un progetto troppo avanti per essere accolto da un mondo di architetti ancora interessati alle discussioni sulla forma, tra postmoderno e decostruttivismo. Ben poco interessati i costruttori. E la stessa città di Torino non è pronta a capire e comunicare la carica esplosiva di questa innovazione. Né lo sono gli autori architetti, per promuovere il progetto nella cultura critica internazionale: io allora 33enne, Emilio Ambasz con il suo aristocratico distacco. Eppure il progetto è secondo finalista del premio Architectural Record Business Week Award 1999. Seguono altre collaborazioni per concorsi, dove presentiamo progetti ancora più radicali, ma meno fortunati. Al concorso per la sede della Regione Piemonte la torre si staglia come una montagna simbolica concepita secondo una geometria frattale9. Per l’area Falck a Sesto San Giovanni sviluppiamo un modello estremo di green city. Dalla green architecture alla green economy Negli ultimi anni questa scelta elitaria è diventata dominante, da imperativo culturale a opzione strategica, per urbanisti, developer, architetti e dietro (o sopra) di essi, politici, filosofi, economisti. L’umanità raggiungerà i 10 miliardi di individui, le città diventano immensi agglomerati di nuove costruzioni. In questo quadro di perenne crescita, al di là del global warming e del controllo delle condizioni di vita del pianeta (torna la Gaia di Lovelock), diventa cruciale lavorare sulla progettazione urbana, promuovere politiche di costruzione della città che incentivino la presenza della natura come sostanza del progetto. Siamo oltre il romanticismo: la green tech è la base della green economy. Le politiche green si intrecciano con strategie opportunistiche. Un property developer attrae i compratori con proposte che offrono innesti di natura come valore da abitare oppure da usare per migliorare l’ambiente familiare. Il sustainable è valore immobiliare: materiale ecologico nella provenienza, nella produzione, nel ciclo di vita, nell’eventuale smaltimento, certificazione ambientale, LEED, BREEAM, Minergie. Dopo il congresso di Kyoto 1997, e i successivi, la green economy diventa un mandato imprescindibile per il mondo del fare. Sono ammesse deroghe solo sul quando. Nel mondo occidentale abbiamo iniziato da tempo: Environment Park è un’idea del 1997. Anni dopo il tema green in architettura è stato celebrato da progetti iconici come il Bosco Verticale, ma le trasformazioni nelle nostre città europee sono ormai marginali. Negli ultimi due-tre anni è la Cina a dare una vigorosa accelerazione verso la sostenibilità in un mercato immobiliare che avanza al vertiginoso ritmo di due miliardi di metri quadri all’anno. Quando seguirà l’India? Il vero boom della green architecture è nelle culture più fresche, dove sono più grandi i capitali e la necessità di ridurre la congestione e l’inquinamento dell’aria. In Cina il 13th Five Year Plan for Building Energy Efficiency and Green Building Development 2016-2020 include obiettivi molto ambiziosi. Il 50% dei nuovi edifici urbani devono essere certificati come green building, ma una ventina tra le maggiori città, tra le quali Suzhou, Shanghai, Beijing, Shenzhen, e la inquinatissima Chongqing, hanno adottato politiche strategiche ancora più stringenti. Ci aspettiamo molto dalla Cina, ma al momento gli effetti più visibili sono a Singapore, dove il Green Building Council ha promosso progetti radicalmente green come Tree House con 24 piani di giardino verticale, NTU School of Design con la grande copertura verde, Oasia Hotel completamente rivestito di piante ricadenti, ParkRoyal Hotel con i suoi sei sky garden e soprattutto CapitaGreen, una torre di 240 metri rivestita di natura e coronata dalla Sky Forest. And the World goes green. 1- https://www.britannica.com/art/green-architecture, James Wines. 2- The Condition of Man (1944), The City in History (1962), The Myth of the Machine (1970). 3- Design with Nature (1969). 4- The Revenge of Gaia (2006), tema elaborato negli anni ’60. 5- A Philosophical Enquiry into the Origin of our Ideas of the Sublime and Beautiful (1757). 6- Der Wanderer über dem Nebelmeer e Kreidefelsen auf Rügen (1818). 7- Tour of the Lake District (1802). 8- Con noi Giovanni Durbiano e Luca Reinerio, miei colleghi torinesi, nella prima fase, e Stefano Dotta, Alessandro Fassi e Andrea Moro, guidati da Davide Damosso di Environment Park, a completare la seconda. 9- La proposta è la più apprezzata nella votazione on-line sul sito de La Stampa, ma la giuria preferisce le più tradizionali geometrie euclidee del progetto di Fuksas.

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