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housing sociale: essere o non essere?

Ripensare l’architettura della città

Alison Brooks Architects

Molte parole sono già state spese sull’era dell’urbanizzazione globale: dai forum accademici alle analisi di politica urbana, dalle strategie nazionali alle conferenze internazionali. Il tema, riassunto nel programma di ricerca Urban Age della London School of Economics, ha prodotto importanti analisi valutate con occhio critico che mettono in guardia economisti, geografi, sociologi, ambientalisti, architetti e responsabili delle politiche urbane circa i problemi legati a questa intensa espansione delle città. La società, le istituzioni cittadine e il mercato immobiliare come dovrebbero reagire dinnanzi al crescente afflusso demografico? In questa fase critica, può l’architettura giocare un ruolo proponendo le risposte più adeguate? E gli architetti, possono dare il loro contributo indicando nuove prospettive? La questione del ritmo incalzante dell’urbanizzazione è stata fatta propria dai mass media e impressa nell’immaginazione collettiva con l’espressione di “crisi degli alloggi”; una formula che sottolinea in maniera onnicomprensiva la mancanza di nuove sistemazioni abbordabili, economiche e di qualità per la popolazione attiva nei centri in rapida espansione. Paradossalmente, questo problema non è di per sé una crisi generale del settore. È sintomo di forze macroeconomiche - politica nazionale fiscale, tributaria, monetaria, mercati valutari - e della loro relazione con la governance locale circa la destinazione d’uso dei terreni e la pianificazione urbanistica. Negli ultimi trent’anni nelle città più ambite del mondo queste forze si sono aggregate per influire direttamente sui valori fondiari facendoli crescere in maniera esponenziale. Un elevato valore fondiario richiede un modello di sviluppo imprenditoriale ad alta densità o un alto coefficiente di superficie edificabile. Costruire in zone ad alta densità e con elevato valore fondiario comporta un ingente sforzo economico sia nell’edificazione sia nel mantenimento; risulta quindi indispensabile un cospicuo ritorno per investitori e finanziatori (spesso fondi pensionistici internazionali). Questo modello conta, dunque, sul raggiungimento del valore di vendita più elevato possibile per ogni unità immessa sul mercato. Questa transazione, nei decenni, ha subito le conseguenze di politiche tributarie inadeguate: le autorità locali sono state infatti obbligate all'austerity e a caricare sui prezzi di mercato i costi necessari per le infrastrutture pubbliche sotto forma di tassazioni sui nuovi immobili. Gli sviluppatori, per aggiudicarsi la licenza edilizia, hanno dovuto e devono investire nei trasporti limitrofi e nella sfera pubblica o contribuire alla costruzione e gestione di biblioteche, ospedali e scuole. Il costo delle tasse per lo sviluppo va, dunque, inevitabilmente a maggiorare il valore commerciale delle nuove soluzioni abitative, rendendo le prospettive di accessibilità economica ancor più distanti per chi si appresta ad acquistare la prima casa (… e oggi non è più così giovane). La crisi degli alloggi si colloca quindi all’intersezione tra economia fondiaria, politiche urbanistiche, politiche sociali e qualità di vita. Una fotografia, questa, che lascia tuttavia margini di miglioramento. Il London Plan, per esempio, impone che tutti i progetti edilizi prevedano almeno il 30% di alloggi di edilizia sociale, costruiti al prezzo di costo dal developer in joint venture con il Comune. I regolamenti urbanistici stabiliscono che non debba esserci distinzione tra gli edifici in vendita a prezzo di mercato e a prezzo calmierato, né da un punto di vista progettuale, né dimensionale ed estetico, assicurando dunque una proprietà mista a reddito ibrido. Questa è una dimostrazione di governance illuminata che applica una distribuzione equa di alloggi urbani tra ceti sociali. È una politica che si avvale dell’architettura come sistema di welfare per promuovere l’inclusione sociale in maniera concreta e tangibile. Il tallone d’Achille di questo modello sta tuttavia nel costo finale sia dell'infrastruttura pubblica sia degli alloggi di housing sociale, poiché quest'ultimo indirettamente vincolato al valore generato dagli edifici ceduti al valore di mercato (sovvenzione incrociata). La sovvenzione incrociata presuppone, infatti, che l’offerta di alloggi sociali generata mediante iniziativa privata, “gonfi” i valori di vendita delle unità a prezzo di mercato: il risultato è che sul mercato londinese, non esistono nuove abitazioni abbordabili, bensì solo appartamenti in vendita o affitto a cifre inavvicinabili, oppure unità sovvenzionate solo per nuclei con reddito estremamente basso. Questa formula di erogazione di nuove abitazioni sociali rivela un’ovvietà: il modello di sviluppo urbano in regime di mercato libero non è strutturato per supportare l’infrastruttura pubblica e l’housing sociale, né viene stimolato a immettere sul mercato nuove sistemazioni in tempi rapidi, poiché ne provocherebbe la saturazione (per eccesso di offerta) e il deprezzamento delle unità. È chiaro, dunque, che le infinite sollecitazioni politiche, direttive dei governi nazionali e delle autorità cittadine, atte ad aumentare il numero di alloggi sociali per alleviare la crisi, sono incompatibili con la legge del libero mercato. Si è dunque di fronte a un bivio: mantenere alta la domanda e bassa l’offerta, oppure mantenere la crisi. Questa situazione presenta una realtà scomoda: gli architetti socialmente impegnati che si adoperano per progettare edifici di valore nel contesto urbano, si trovano ad operare al servizio del benessere globale transitorio, dei fondi pensionistici off-shore e di investitori per meri fini finanziari, piuttosto che intervenire per realizzare alloggi sociali a lungo termine per quelle comunità locali che noi architetti, i nostri clienti e gli organi di governo professiamo di servire. In questo contesto, dobbiamo fondamentalmente ripensare la relazione tra le forze socio-economiche e le politiche datate che generano condizioni di vivibilità urbana sempre più precarie nelle città contemporanee. È tempo di riconsiderare utenti, spazi e significati dell’architettura residenziale per il sociale attraverso un nuovo modello tecnologico, di lavoro e di comunicazione. È un compito cruciale nel quadro dell’urbanizzazione odierna. L’edilizia abitativa urbana definisce lo spazio comune della collettività: la strada, la piazza, il quartiere. Non solo, demarca anche lo spazio privato del singolo cittadino. È l’architettura che media la relazione tra individuo e collettività. Ma non è, forse, il momento per il settore abitativo di fare di più? Come può l’architettura farsi promotrice di un’etica umanitaria e aprire nuovi scenari di realtà urbana? Gli alloggi collettivi di inizio Novecento posseggono un valore duraturo poiché culla di ideali sociali e architettonici, di sperimentazioni formali e strutturali. Esisteva, allora, una diretta connessione tra il sistema di valori sociali e la sintassi, la tipologia e la forma dell’architettura. Il progettista, operando in un quadro ideologico dichiarato, aveva la possibilità di generare un’opera al tempo stesso pragmatica, sperimentale, idiosincratica e inimmaginata. I progressi radicali nella configurazione e nella funzione dell’architettura abitativa venivano in tal modo a configurarsi come sfida alla percezione collettiva della realtà. A Londra, il Barbican Centre di Chamberlin, Powell and Bon rappresenta un ideale di co-esistenza urbana capace di accogliere sale concerti, gallerie, infrastrutture per il trasporto e architettura paesaggistica, il tutto all’interno di grandi quadrilateri superplastici a destinazione abitativa. Il Barbican, inizialmente etichettato come tempio brutalista ostile e ingovernabile, è oggi apprezzato per l’ottimistica originalità, la sua texture, l’audace teatralità e l’identità inconfondibile. Ogni visita al Barbican è un’esperienza memorabile. Le origini delle utopie abitative tipo Barbican risalgono al XVIII e XIX secolo, quando l’architettura era vista da imprenditori filantropi come modello formale e socio-economico per integrare nel medesimo complesso unità abitative e attività produttive con l’idea di dare vita a comunità autosufficienti. Il progetto di Claude-Nicolas Ledoux per le Saline Reali di Arc-et-Senans su commissione monarchica o il falansterio di Charles Fournier commissionato da privati, e più pertinente per i tempi attuali, accoglievano spazi di lavoro, ricreativi e turistici in una struttura fondata sull’uguaglianza tra i sessi. Con la rivoluzione industriale, il passaggio dal modello di impresa domestica alla manifattura e infine alla fabbrica portò a una graduale separazione dell’ambiente casa da quello lavorativo. Nonostante alcuni industriali avessero tentato di creare insediamenti utopici, come Port Sunlight nel Merseyside, dalla metà del XIX secolo fra abitazione e luogo di lavoro si creò un rapporto di opposizione, chiaramente rappresentato dalle case a schiera costruite in massa nel XIX secolo in Inghilterra. Queste soluzioni monofamiliari su due piani si trasformarono poi in complessi multifamiliari ad alta densità per la classe operaia in città come Glasgow, Liverpool, Manchester e Dublino. Parallelamente alle grandi migrazioni del XIX secolo dalla Gran Bretagna al Nord America, anche queste tipologie si “trasferirono” e si adattarono per diventare, nel tempo, i grattacieli della East Coast. Ma, come sappiamo, il Novecento ha visto più sperimentazioni radicali in Europa, come per esempio le case popolari condivise. Uno degli esperimenti più famosi è il complesso Isokon Flats (1934) di Londra, progettato da Wells Coates, dove gli alloggi di 25 mq non avevano una camera da letto separata, come le prime case popolari in Scozia, prive di zona notte e di servizi igienici; negli Isokon Flats, tuttavia, le unità condividevano un’ampia cucina comune e il famoso Isokon Bar. Nel secondo dopoguerra l’intero edificio venne acquistato dall’amministrazione comunale, finì in rovina e rimase in stato d’abbandono per trent’anni, fino al recupero nel 2014. Oggi è un’architettura tutelata (Grade 1), di grande richiamo e con spazio espositivo. Nel mercato libero, un monolocale della metratura di 25 mq ha un valore che oscilla tra i 500 mila e 1 milione di Euro. Oggi la realtà è che le uniche soluzioni “abbordabili” in contesti metropolitani come quello londinese sono i progetti sperimentali degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso: monumenti delle politiche del dopoguerra sull’uso del terreno che associavano un approccio dichiaratamente scientifico a una politica sociale e a costruzioni modulari sperimentali. In quei casi, le buone intenzioni del progetto di razionalizzazione scientifica si tradussero in monoculture architettoniche estreme e in una perenne condizione di isolamento non solo in termini di utilizzo, ma anche dal punto di vista formale, materico, tipologico, demografico e di ceto. Oggi, l’architettura modernista dei complessi di housing sociale si fa largo tra le sottoculture urbane: nei video su Youtube degli esponenti britannici del genere musicale grime e degli artisti drill francesi funge spesso da fondale scenico ed elemento cardine, ergendosi a simbolo di radicamento territoriale, ma anche di isolamento sociale e brutalismo della cultura gang.

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