Riportare la natura in città | The Plan
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Riportare la natura in città

Carlo Ratti Associati

Il dualismo tra città e natura - quel conflitto tra costrizioni sociali da un lato e libertà primordiali dall’altro - è un tema ricorrente nel pensiero occidentale. Desiderata, amata, odiata, rimpianta, cantata - come dimenticare gli idilli bucolici del poeta greco Teocrito, che inventò addirittura un nuovo genere letterario per narrare la bellezza della vita campestre? Oggi, mentre l’urbanizzazione del pianeta sta crescendo a ritmi incalzanti e l’individuo si sta trasformando in un “animale da interni” - diviso tra ufficio, casa e automobile - il bisogno di integrare natura e ambiente costruito sta diventando più sentito che mai. E oggi, grazie a una pianificazione urbana più ragionata e forse anche alle nuove tecnologie, tale riconciliazione potrebbe diventare più vicina e realizzabile. Ma andiamo per ordine. Non è la prima volta nella storia dell’uomo che le metropoli hanno vissuto una fase di grande espansione. In Europa, il Diciannovesimo e il Ventesimo secolo sono stati testimoni di una migrazione dalle campagne alle città priva di precedenti. Le realtà urbane divennero presto luoghi sovraffollati e inquinati. Ed è proprio da questa nuova condizione urbana che emerse una prima generazione di progettisti visionari e rivoluzionari. In Gran Bretagna, Ebenezer Howard coniò il termine “Garden City” (città-giardino), ispirato dai numerosi piani di città ideali partoriti nella seconda metà del Diciannovesimo secolo. Partì dall’idea di salvare la città dal sovraffollamento e la campagna dall’abbandono: la città-giardino da lui immaginata avrebbe riconciliato i vantaggi della vita urbana con i piaceri di quella campestre. Ecco allora che intorno a Londra iniziarono a sorgere numerosi satelliti, progettati per mantenere alti standard abitativi e ricchi di aree verdi. L’obiettivo era chiaro: riportare la città nella natura. Solo pochi anni più tardi, sull’altro lato dell’Atlantico, Frank Lloyd Wright maturò l’utopia semirurale di Broadacre City: un insediamento ideale, in cui ciascuno avrebbe avuto a disposizione un acro di terra e avrebbe potuto vivere a contatto con la natura, lontano dalle metropoli disumanizzanti. Un ideale che si ritrova anche in uno dei suoi progetti più noti, Fallingwater - celebrato come l’edificio “più bello” del Novecento, in cui natura e architettura si rincorrono e si integrano in uno spazio che scorre fluido tra esterno e interno, attraverso grandi vetrate, balconi e scale, rendendo la casa un tutt’uno con l’ambiente circostante: le rocce, l’acqua, gli alberi. Tuttavia ci vollero solo pochi decenni per capire che l’idea di urbanistica proposta dalla maggior parte di quei progetti presentava diverse ambiguità: si basava sul predominio dell’automobile e sull’idea di un’espansione urbana incontrollata, che rischiava persino di portare a una rinnovata segregazione etnica e sociale. La storia dell’America post-bellica è stata infatti, per decenni, la storia della città che fa breccia nella natura, con la diffusione di infiniti sobborghi collegati l’uno all’altro da nastri di asfalto. Oggi abbiamo capito quindi che quelle utopie novecentesche non sono desiderabili. Mentre l’urbanizzazione del mondo continua a ritmo sostenuto, dobbiamo minimizzare il consumo di suolo e abituarci a vivere in ambienti sempre più densi, che non impongano l’uso dell’auto privata per ogni spostamento. La grande domanda diventa allora non come portare la città in campagna, ma come riportare la campagna in città - una sfida che come dicevamo potrebbe essere oggi a portata di mano. Si possono già fare molti esempi. Ad esempio la Highline di New York - il parco sopraelevato nella parte sud di Manhattan - è diventata la manifestazione conosciuta in tutto il mondo di queste nuove ambizioni nella pianificazione urbana. Non è un caso che oggi ogni città voglia la propria Highline - da Londra, con il suo esitante Garden Bridge, a Seoul con il parco pubblico di Seoullo 7017, appena ultimato. Con nuove tecnologie architetti e progettisti possono realizzare sogni ancora più ambiziosi. Il Garden by the Bay di Singapore, con i suoi iconici “Supertree” (superalberi) realizzati dallo studio Grant Associates, è un buon esempio di come la tecnologia possa venire incontro a progetti tanto audaci quanto fantasiosi. Celle fotovoltaiche e turbine che prendono energia dal sole e dall’acqua, mentre la pioggia viene raccolta in taniche all’interno della “chioma” dell’albero e l’aria deumidificata è usata per raffreddare gli edifici circostanti. Anche il CityTree, progetto proposto dalla start-up tedesca Green City Solutions, utilizza muschio vivo su una parete verticale per ripulire l’aria urbana inquinata e contribuire ad abbassare la temperatura nelle nostre città surriscaldate. Tali “muri verdi” o “giardini verticali” hanno iniziato a proliferare in città di tutto il mondo, dal progetto Verdevertical a Città del Messico al Café Trussardi a Milano. Ma le nuove tecnologie ci permettono anche di entrare nel campo dell’agricoltura per portarla nel cuore delle nostre città. La coltivazione idroponica, ad esempio, ha origini antiche, ma è soprattutto negli ultimi due decenni - grazie anche alle ricerche della NASA sulla vita nello spazio e a una crescente sensibilità ecologica - che le sue possibilità hanno iniziato ad apparire evidenti. L’idroponico permette di trasformare grandi superfici urbane in spazi verdi, come dimostrato dal paesaggista Patrick Blanc nei suoi lavori quali il Musée du Quai Branly a Parigi o il Caixa Forum a Madrid. E sebbene non dobbiamo illuderci che l’agricoltura urbana da sola sarà in grado di nutrire tutti gli abitanti delle nostre città (i vincoli di spazio e di energia renderebbero uno scenario del genere impraticabile), essa può giocare un ruolo chiave nell’aiutarci a rafforzare il nostro legame con la natura - e con la sorpresa della vita che si rinnova con le stagioni. È questo ad esempio quello che abbiamo cercato di fare di recente con il padiglione L’uomo e il Futuro - Hortus, realizzato per FICO Eataly World, il grande parco agroalimentare aperto a Bologna. Il padiglione, che nasce con l’intento di consentire a chiunque di riappropriarsi del gesto primordiale della semina, propone una combinazione tra agricoltura idroponica e tecnologie digitali. Seguendo semplici istruzioni, i visitatori possono piantare in una vasca idroponica un seme - a scelta tra basilico, lattuga riccia, rucola e lattuga cappuccina -, per poi seguirne la crescita attraverso un’applicazione web. In fondo, chiunque sia cresciuto in campagna conosce bene il sentimento con il quale, dopo aver piantato un seme, se ne controlla ossessivamente il progresso giorno dopo giorno. La magia della natura che cambia nel tempo, cadenzata dal trascorrere delle stagioni, è stata anche alla base della ricerca portata avanti dal nostro padiglione Living Nature, progettato per il Salone del Mobile.Milano 2018, con quattro stagioni sotto lo stesso tetto. Grazie a un’innovativa gestione dei flussi energetici e al controllo del microclima urbano, il progetto suggerisce anche una diversa prospettiva su come affrontare i temi della sostenibilità ambientale e del cambiamento climatico, portando anche nel cuore di Milano uno spazio nel quale soddisfare il nostro istintivo amore per la natura - quella “biofilia”, per dirla con il biologo di Harvard Edward O. Wilson, che ci fa sentire tutti meglio quando siamo immersi tra gli elementi naturali. Ed è proprio il benessere proveniente dalla natura che rende necessario un suo ritorno anche nei luoghi di lavoro - soprattutto in un’era in cui restiamo, per lunghe ore, in uffici sigillati quasi ermeticamente - e che vede tanti esperimenti nascere in varie parti del mondo. Nel centro di Seattle, il nuovo ufficio di Amazon ha tre cupole in vetro e acciaio, che coprono una foresta di oltre 40.000 piante. Venticinque minuti a est, case sull’albero sono spuntate nel sobborgo suburbano di Microsoft Redmond, Washington. Un parco sul tetto adorna la sede centrale di Facebook, il Menlo Park in California, non lontano dalla nuova costruzione, simile a una nave spaziale, di Apple a Cupertino che circonda un parco di 30 acri, un frutteto e uno stagno. Il grattacielo di 280 metri, che abbiamo progettato a quattro mani con gli architetti danesi di BIG a Singapore, presenta una facciata che si apre per svelare al suo interno una foresta tropicale. Nella sede rinnovata di Fondazione Agnelli a Torino, anche il giardino circostante diventa uno spazio di lavoro, curato dal paesaggista francese Louis Benech, in cui le scrivanie sono il manto erboso. Quale dunque la speranza per il futuro? Che le nuove tecnologie possano domani permettere un’inedita integrazione tra città e natura. Realizzando l’antico sogno di Elysée Reclus, il geografo anarchico francese che alla fine dell’Ottocento scriveva: «L’uomo dovrebbe avere il doppio vantaggio di un accesso ai piaceri della città […], alle opportunità che offre allo studio e alla pratica dell’arte, e, allo stesso tempo, dovrebbe poter godere la libertà che si trova nella libertà della natura, e che si spiega nel campo del suo vasto orizzonte».

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