La fantasia è un posto dove ci piove dentro | The Plan
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La fantasia è un posto dove ci piove dentro

Fabio Novembre

«La fantasia è un posto dove ci piove dentro», così scriveva Calvino nelle sue Lezioni Americane mutuando un verso dantesco. La fantasia descritta come un luogo delimitato, ma aperto verticalmente per essere permeabile alla pioggia. Questa immagine ricorre, nella cultura popolare italiana, in una filastrocca per bambini dove “una casa senza soffitto” può trovarsi soltanto in “Via dei Matti”, e ci vuole comunque la sensibilità di un cantante per parlare di “cielo in una stanza”, non quella di un architetto. Affrontiamo quindi l’argomento da architetti, e chiediamoci perché l’idea di un posto fantastico debba essere prerogativa di altre discipline creative. Mi piace sempre ricordare che il primo spazio scelto dai nostri antenati per ripararsi era costituito da anfratti di roccia, caverne, spazi esistenti in cui l’impossessamento passava attraverso forme di personalizzazione. Mi immagino spesso la giornata tipo dei nostri parenti primitivi che, stremati da battute di caccia il cui fine unico era la sopravvivenza, chiudevano la lunga giornata con narrazioni pittoriche dell’accaduto aprendo squarci di speranza e ottimismo nelle pareti di roccia. Quando poi hanno iniziato a manifestarsi i primi segni di quella che chiamiamo architettura, con tende e capanne al posto delle originarie grotte per rispondere a nuove esigenze nomadiche, rispetto alle prime esperienze stanziali, è sempre stato il cielo il soffitto delle nostre camere e avendolo sempre davanti agli occhi abbiamo anche imparato a leggerlo e a interpretarlo. Sono recentemente stato a Petra, in Giordania, un luogo noto per le meravigliose architetture scavate nella roccia, dove però spesso si dimentica che la vita vera di quel grande snodo commerciale si svolgeva nel dinamismo di accampamenti improvvisati, mentre la solida stabilità delle architetture era solo ed esclusivamente un tributo funerario. Elemento perfettamente riscontrabile nelle piramidi di Giza: il massimo dello splendore faraonico sintetizzato e racchiuso in una forma primaria, con tutta la ricchezza contenuta al suo interno che moriva con l’artefice lasciando un semplice simulacro piramidale. Puro potere evocativo, ma nelle piramidi non ci piove dentro. La permeabilità dell’architettura è una metafora di inclusività, forse per questo non mi sono mai confrontato con l’ambito privato. Pur pensando che oggi la divisione tra privato e pubblico non sia più un problema di proprietà ma di etica, io ho sempre immaginato e realizzato spazi per il pubblico, luoghi di aggregazione, condizioni di innamoramento. Molta dell’architettura contemporanea è funeraria senza esserne cosciente perché, spesso esclusiva e autoriferita, progetta involucri in base all’impatto scultoreo sullo skyline. E non c’è neanche quella tensione alla trascendenza che ci ha regalato dei capolavori di astrazione, dai già citati al Taj Mahal, perché abbiamo quasi completamente perso l’osservanza del culto dei morti che qualsiasi società evoluta si è sempre imposta. E il brulichio della vita continua a svolgersi attorno a queste scultoree punte di compasso, come se fossero semplicemente gli sfondi del palcoscenico su cui nasciamo e moriamo. Ma allora cos’è l’architettura: sfondo o paesaggio? È innegabile che la prima percezione umana dello spazio sia legata a memorie amniotiche: ci formiamo in una sacca elastica idratata e termoregolata. Ma una volta usciti, l’approccio progettuale si basa sulla creazione di strati che vanno dall’abito all’arredo, dalla cellula di mobilità alla “macchina per abitare”. La stessa complessità dei linguaggi è riconducibile a una forma di stratificazione espressiva, ma ci sono discipline capaci di accorciare le distanze, di parlare al cuore delle persone senza troppe intermediazioni culturali. L’architettura è sempre stata una di queste: la sua forza comunicativa è stata utilizzata in ogni epoca come amplificatore di messaggi. Rinunciare alla sua natura pop significa non comprenderne l’essenza. Io mi sento un cantastorie che ha sposato la tridimensionalità come un valore aggiunto e credo nell’architettura come un grande affascinante racconto di vite che si sono incrociate e sommate in modalità olistica provando a testimoniare ciascuna il proprio qui e adesso. E mi dicono sempre di distinguere tra edilizia e architettura, perché nonostante sia la prima a trionfare, i piccoli virtuosi esempi della seconda saranno sempre sufficienti a bilanciare i nefandi effetti della prima. Ma la verità è che costruire dovrebbe tornare a essere un atto simbolico e propiziatorio, una responsabilità da far pesare sulle spalle molto più di una semplice laurea in architettura. Nella maggioranza dei casi, invece, un manierismo figlio di pigri e incolti discendenti del Movimento Moderno sta semplificando fino alla noia qualsiasi pratica costruttiva. E forse i territori della sperimentazione si stanno spostando verso le praterie digitali, e i veri eredi di una tradizione che parte da Boullée e Ledoux passando per Sant’Elia sono davvero tutti i visionari che riempiono la rete di architetture utopiche che non vedranno mai la luce, come delle Città Invisibili. E la pioggia di Calvino mi sembra parente stretta della vita liquida di Bauman, con una serie di considerazioni fluide che mi sono sempre posto. Il nostro corpo è per circa 2/3 composto di acqua e il metro del progressivo invecchiamento è proprio la sua perdita. Un’altra prova evidente del passaggio del tempo è data dalla progressiva resa alla gravità: la condizione imposta che vincola qualsiasi ragionamento sullo spazio. Ed è proprio l’immersione in un liquido che ne attenua gli effetti dando una amniotica sensazione di libertà. Per non parlare dei sintomi di eccitazione corporea, che hanno sempre a che vedere con la secrezione di liquidi il cui scambio innesca scintille vitali. Elémire Zolla, inconsciamente vicino alla tesi di Calvino, diceva che in architettura la cupola è il vuoto. È il vuoto che definisce il pieno: l’architettura, dunque, come un grande utero contenitivo che non ha niente a che fare con teoremi euclidei e rapporti aurei, ma si fonda esclusivamente su legami affettivi. Se dovessimo stabilirne il sesso diremmo che l’architettura è femmina perché atta a contenere, come la donna. E se l’uomo è condannato a voler sempre riattraversare quella soglia da cui è stato generato, in una sorta di mitologica reiterazione, dell’evento originario, la donna, che anatomicamente ne è dotata, si sente in equilibrio con l’universo, non ha ossessioni. L’uomo vive di ossessioni, la donna vive di armonia. Da uomo ho sempre approcciato il tema dello spazio come fosse una forma di corteggiamento, ho adottato gli strumenti della seduzione per far nascere spazi fecondati, ho inseguito la complementarietà del femminino per sviluppare condizioni di armonia. E il ricorso all’antropomorfismo, che in architettura ha una grande tradizione storica, nasce dal far coincidere la rappresentazione del Divino con sembianze umane, non potendo immaginare una più alta idea di perfezione. Ma tornando alla tesi originale di Calvino che parlava di fantasia, di luoghi e di pioggia, forse abbiamo capito che per parlare di architettura non si può prescindere dalle persone che la abiteranno, che lo spazio deve trasformarsi in un abbraccio e che bisogna lasciarsi bagnare dalla vita e dalle cose per poter immaginare altra vita e altre cose. Per ragioni che potremmo definire geoclimatiche mi sento più vicino a una giornata di sole che a un cielo grigio, ma io immagino il futuro come una di quelle rarissime giornate in cui capita che piova con il sole, e spero che sarà così.

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