PRENDERE SUL SERIO L’ARCHITETTURA | The Plan
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PRENDERE SUL SERIO L’ARCHITETTURA

WORKac

L’architettura non dovrebbe essere più divertente? Quest’idea è anatema per gran parte dei critici e dei progettisti. L’architettura è seria, stabile e sicura, progettata per durare nel tempo. Da Louis Kahn fino a Peter Zumthor, gli architetti hanno celato le loro opere avvolgendo struttura e materia in involucri di luce sobri, tra mistero e poesia. Per nulla divertenti. Lo studio Fashion Architecture Taste (FAT), invece, ha adottato un approccio diverso. La loro Soft Hercules, per esempio, è una scultura classica riconfigurata come seduta in gommapiuma. Sam Jacob, uno dei fondatori, la descrive come un oggetto all’apparenza solido, serio, che si potrebbe trovare in un museo, ma in realtà progettato per essere soffice, spugnoso e idoneo all’ambiente domestico. Questa differenza lo rende divertente ma, al tempo stesso, mina l’ideale architettonico della solidità. Jacob ritiene, infatti, che «l’uso dello humor in architettura annulli alcuni suoi elementi basilari. Lo humor è immediato, di conseguenza non eterno». Inoltre, come lo sgabello Hercules, lo humor in architettura «può farle perdere stabilità». Forse è positivo. Esistono altri esperimenti creativi che praticano incondizionatamente l’ironia. Alcune tra le opere più famose dei maestri del Surrealismo, una delle correnti artistiche più importanti, suscitano spesso ilarità: la tazza da tè di Meret Oppenheim, la pipa di Magritte o gli orologi molli di Dalí per esempio. In letteratura l’umorismo è tenuto in grande considerazione, basti pensare a John Irving o a Philip Roth. Oggi, comici come Louis CK stanno ridefinendo i confini del cabaret, utilizzando lo humor per affrontare temi estremamente delicati, a volte tendenti al filosofico. L’architettura, invece, è più simile alla cinematografia che storicamente colloca la commedia un gradino più in basso rispetto alle opere “da Oscar” perché essere divertenti lascia presupporre l’assenza di serietà. Nel nostro studio, WORKac, siamo da sempre interessati all’idea del divertimento e cerchiamo di scoprire come servirsene in architettura. Per noi, se un progetto non ha qualcosa di divertente, gli manca qualcosa. Sono vari gli aspetti che ci intrigano, riunire ambienti ed elementi normalmente separati (cucina e serra, per esempio), modificare un’infrastruttura rendendola visibile (l’acqua che confluisce nel sistema di raccolta a cascata, invece che attraverso un tubo) oppure introdurre un elemento naturale dove la sua presenza risulta inaspettata (un orto di mirtilli al sesto piano di un edificio a dieci livelli). Vogliamo arrivare a reimpostare - e ci stiamo impegnando in tal senso - questioni importanti circa il ruolo dell’architettura nel trasformare il nostro stile di vita, quindi non pensiamo affatto che ciò che facciamo sia uno scherzo. Quando usiamo il termine divertente intendiamo spesso qualcosa di inaspettato nel progetto, qualcosa che inviti le persone a fermarsi, a pensare e a sorridere. L’inaspettato è per noi, da sempre, un’arma potente per far immaginare alle persone un modo diverso di vivere, lavorare, studiare o avvicinare la cultura. Spesso il nostro humor è come una battuta in un discorso serio. Rompe il ghiaccio, crea un’atmosfera che aiuta a guardare le cose da un’altra prospettiva. Insomma, per noi essere divertenti è sinonimo di essere creativi. In questo senso, l’architettura deve far propria una dimensione giocosa per tracciare nuovi percorsi in un mondo ricco di incertezze come quello attuale. Basta superare l’idea che l’umorismo sia qualcosa di frivolo, di effimero, e prenderlo seriamente in considerazione quale impulso creativo. È dunque importante cercare di definire che cosa sia divertente, come funzioni e come possa essere utile nella ricerca di nuovi concetti ed esperienze in architettura. Una strana scienza È certamente bizzarro che lo humor, tanto piacevole e usuale, abbia una pessima reputazione in architettura… dopotutto, ridere è la manifestazione più frequente della nostra emotività. Alcuni studi hanno rilevato che l’utilizzo di battute in un discorso o in una lezione aumenta il livello di comprensione e di apprendimento anche del 15%. Leggere storielle divertenti può migliorare la performance sotto esame e perfino migliorare la capacità di rotazione mentale, ovvero di manipolare mentalmente una forma astratta e complessa (alla luce di quest’ultima frase, gli architetti dovrebbero davvero prestare attenzione). Soprattutto, è stato dimostrato come lo humor sia intrinsecamente connesso non solo alla creatività, ma anche al pensiero stesso. Nella sua opera Ha! The Science of When We Laugh and Why (2014), il neuroscienziato cognitivo Scott Weems individua tre componenti essenziali per capire una battuta: costruire, supporre e risolvere. Afferma inoltre che «queste fasi si ripetono, allo stesso modo, nella risoluzione di problemi quotidiani, logistici, interpersonali ed esistenziali. Sono dunque essenziali non solo per lo humor, ma per tutti gli aspetti del pensiero complesso». Di recente, Weems mi ha spiegato che «la creatività sta proprio nell’abilità di collegare tra loro idee precedentemente sconnesse e può essere misurata dal grado di singolarità dei legami creati. Analogamente, nello humor, maggiore è il “salto” tra atteso e inatteso, maggiore sarà il successo della battuta». Allo stesso modo, l’attore John Cleese ha affermato in un famoso dibattito sulla creatività: «Guardate, […], alla fine, ciò che posso dire sulla creatività è che è come lo humor. Quando si fa una battuta, la risata arriva nel momento in cui si collegano in modo insolito due diversi contesti. […] La creazione […] di una nuova idea presuppone lo stesso processo, ovvero connettere due concetti fino a quel momento separati, dando vita a un nuovo significato». Generare queste connessioni produce emozioni piacevoli. Weems nota come le regioni cerebrali maggiormente coinvolte nell’apprezzare lo humor siano il cingolato anteriore - utilizzato per risolvere conflitti - e l’amigdala - parte del cervello che analizza l’esperienza e stimola il rilascio della dopamina. Weems scrive inoltre che «il cingolato anteriore e l’amigdala […] ci facilitano a dare senso al nostro mondo, aiutandoci a riconoscere conflitti e complessità, per poi risolverli in modo emotivamente soddisfacente». È questo l’aspetto dello humor che ci interessa di più e intendiamo sfruttare nel processo architettonico. Utilizzare elementi di sorpresa e creare connessioni inaspettate nell’elaborare forme ed esperienze dando vita a nuove emozioni e consapevolezze. Ovviamente, non ci interessa far morire dalle risate le persone o dare vita a un’architettura “umoristica” (come la famosa sede a forma di cestino da pic-nic della Longaberger, azienda produttrice di cestini di vimini), bensì creare progetti divertenti in quanto inattesi e piacevoli. Prendendo spunto dal concetto di “Yes, and...” del cabaret e dell’improvvisazione, accettiamo alcune condizioni e alcune nozioni prendendole come base a cui aggiungere nuovi contenuti volendo introdurre la complessità e l’idea di letture diverse per creare un nuovo linguaggio architettonico riguardo a spazio, forma ed esperienza. Una strategia comune, per esempio, è progettare più itinerari e alternative diverse, sovrapponendole. Per il centro congressi che abbiamo progettato in Gabon, l’Assemblée Radieuse, abbiamo concepito un percorso riparato che corre lungo il perimetro dell’edificio consentendo di camminare, parlare e godersi contemporaneamente il panorama fungendo quindi da controparte informale delle sale congressi. Per il nostro Children’s Museum of the Arts a New York abbiamo studiato zone kids only dai colori vivaci, poste a contatto degli spazi espostivi (sopra, a fianco, al loro interno). Nel progetto Nature-City, invece, l’idea di base è affiancare a un paesaggio senza soluzione di continuità un analogo sviluppo urbano in parallelo. In tutti questi progetti, l’intenzione è dare alle persone la consapevolezza di potere aggiungere pluralità e complessità all’architettura. Un approccio in antitesi con l’aut aut - sale meeting formali o informali, spazi per l’arte o spazi ludici, natura o città - che porta a superare antinomie e contrapposizioni e fare incontrare elementi diversi, consentendo a noi architetti di “avere tutto” pur consapevoli delle nostre responsabilità. Data la dimensione e l’importanza di temi quali sostenibilità (in risposta ai cambiamenti climatici), creazione di spazio pubblico (in risposta a un mondo sempre più privatizzato) e realizzazione di un’esperienza urbana più “vivibile” (in risposta a un’urbanizzazione sempre crescente), riteniamo che riconsiderare il ruolo dello humor nella creatività possa aiutarci a introdurre idee innovative nella relazione tra uomo e contesto, in modo duraturo e profondamente sentito. Una vecchia battuta Affermare che l’architettura non sia mai stata divertente è errato. Sicuramente il Postmodernismo, nei suoi vari ambiti, si apriva all’esuberanza e a un’inaspettata leggerezza per prendere le distanze dalle opprimenti convenzioni moderniste. Pensate a Robert Venturi e Denise Scott Brown, alla loro scelta di eleggere Las Vegas come oggetto di studio, o alla suddivisione degli edifici tra icona, duck, e simbolo, decorated shed (personalmente ritengo che questo sia il modo migliore per riflettere su cosa renda un edificio divertente o lo faccia sconfinare nel kitsch. Il simbolo è sicuramente più sofisticato… e più divertente). Studi di architettura come FAT o MVRDV hanno continuato questa tradizione irriverente, inserendo nei loro edifici l’inaspettato, pattern in stile Pop Art, compresenza di più sperimentazioni, appropriazioni tipologiche e giochi di scala. L’umorismo in architettura quale veicolo di idee radicali su società e contesto non è una novità. È ciò che spinse Claude-Nicolas Ledoux, visionario architetto francese del XVIII secolo, a progettare strutture utopiche. Con il suo progetto di città ideale a Chaux, Ledoux voleva raffigurare e al tempo stesso incitare gli ideali sociali pre-rivoluzionari. Tra questi progetti arditi e visionari vi erano disegni di case rurali - a forma di botte per un bottaio, piramidale come una pila di carbone per un carbonaio - e per istituzioni comunali, come la Cénobie, una comune per 16 famiglie intesa come “asilo di felicità”; Ledoux arrivò persino a disegnare a forma fallica la pianta della casa di piacere Oikéma. Curiosamente, l’Oikéma era stata progettata con l’intento di convincere i giovani all’idea del matrimonio evidenziando ogni tipo di lussuria e degrado sessuale (Ledoux scrisse infatti che «il vizio, se osservato a breve distanza, influenza l’anima. L’orrore che provoca fa sì che quest’ultima reagisca tendendo alla virtù»). Accostare concetti opposti è, di per sé, divertente - ancor più associarlo a un fallo gigante. Tuttavia, come molti altri esempi di humor in architettura, l’intenzione di Ledoux era seria. Anche da un punto di vista formale, l’Oikéma era più di una provocazione, vantando una complessità e una stratificazione superiori al “gioco di parole visivo”. Come scrisse Anthony Vidler, autore di una biografia di Ledoux, «[…] frontalmente era un tempio, dal retro un padiglione ovale, di lato una lunga basilica con arcate. Solo in pianta l’Oikéma rivelava il suo vero messaggio - un segreto conosciuto solo […] a chi avesse attraversato i suoi spazi in sequenza». La complessa relazione tra pianta e prospetto rispecchia le altrettanto complesse e contradditorie manipolazioni sociali che Ledoux stava scoprendo. Un raffronto tra l’Oikéma e la sede Longaberger in Ohio sottolinea quanto l’uso dell’imprevisto - o del divertente - possa essere profondo e complesso in architettura. I progetti di Ledoux, oggi a noi familiari, diedero origine a progetti e spazi nuovi. L’essere inaspettati, l’accostamento di alta e bassa cultura, di forme inusuali e linguaggi classici è ciò che li rende divertenti. Nonostante possano suscitare ilarità una volta “allacciate” le connessioni e compresi le motivazioni e gli esiti, non devono essere ridotti a un’idea di architettura semplicistica o umoristica. Rappresentano, anzi, quella correlazione per noi cruciale e vitale nel considerare lo humor come strumento a servizio della progettazione. Secondo Vidler, Ledoux aveva definito la sua Cité idéale «un esperimento per risvegliare con audacia, di pensiero e di azione, gli architetti e i riformatori dalla loro apatia». Nei miei progetti introduco spesso elementi per scuotere le persone dalla loro quotidianità e far loro considerare, anche solo per un istante, la possibilità di intraprendere uno stile di vita alternativo. Facendo un salto di due secoli, con questo stesso approccio James Wines dello studio SITE parla del proprio lavoro in rapporto allo humor. Con SITE ha firmato alcune delle opere più divertenti - e provocatorie - dell’architettura di fine Novecento, fonte di grande ispirazione per noi di WORKac. Iniziò la carriera come scultore, ma presto arrivò la disillusione. Di recente, ha affermato: «Ogni giorno ti svegli e dai forma a qualcosa, punto e basta. Se hai talento, ciò che crei sembra buono. Ma non è questo il punto… ciò che avrebbe reso diversa l’arte del XX secolo era l’essere critica. Questo ero il nostro primo obiettivo: fare una critica dell’arte». Wines, però, non si limita a creare forme ma si batte per ciò che definisce “ambiguità integrata”. «Le persone si avvicinano agli edifici con determinate aspettative; noi dobbiamo giocare con quelle aspettative». Di più, sottolinea come la complessità possa arrivare solo attraverso la varietà e l’apertura a idee diverse. «L’ibridazione è ciò che rende l’arte interessante, ed è ciò che vi confluisce da ambiti diversi. Un edificio o un dipinto che è solamente bello e ben fatto non è facile da osservare. Deve entrare in gioco qualcosa di diverso dalla forma, che scateni una reazione. Se un edificio possiede questa caratteristica - afferma Wines - allora è destinato a durare, poiché stimolerà sempre le persone a darne un’interpretazione». L’hai capita? Uno dei maggiori impedimenti - già sul piano teorico - all’uso dello humor in architettura sta nel suo essere, secondo l’opinione comune, una prassi semplice o banale da applicare per fini creativi. In realtà, è tutt’altro che facile. Ledoux, i cui lavori non furono compresi per molti anni, è oggi associato al concetto di architettura parlante, in grado cioè di comunicare la propria funzione (la casa dei sorveglianti del fiume prendeva la forma di un ponte sopra una cascata, la casa del carbonaio, come detto in precedenza, somigliava a una pila di carbone). In realtà, quest’espressione venne coniata dopo la sua morte per deridere i suoi progetti. Fu un’evidente e totale ultra-semplificazione della sua opera ricca di invenzioni fantastiche, frutto di un’immaginazione unica. Ritornando a SITE, Wines ricorda: «Una delle prime copertine dedicate a SITE apparve su Architectural Record. Il numero successivo venne bersagliato di lettere di protesta e invettive all’editore per richiedere l’annullamento dell’abbonamento. Indipendentemente da ciò che io faccia, i miei progetti vengono sempre catalogati come “marginali”, “alternativi” oppure - …e si arriva sempre qui - “un’architettura non autentica”. Le persone si fossilizzano sul concetto di architettura quale prassi seria. E hanno ragione, ovviamente; chiunque abbia fatto qualcosa di davvero importante, lo ha fatto seriamente. Tuttavia, una critica all’architettura convenzionale è, per definizione, una sfida». Di frequente le persone diffidano dell’uso dello humor in chiave ironica o addirittura cinica, trovandolo un modo di considerare i committenti o giudicare la professione dall’alto in basso. Chi obietta è Sam Jacob, ex direttore e fondatore di FAT, affermando: «Per liberarci dalle mute pareti dell’architettura, abbiamo fatto qualcosa di più estremo, prendendo spunto dai cartoni animati, stile Pop Art. Stavamo lavorando su alcuni progetti comunitari, quando pensammo di introdurre nuove espressività e culture in architettura. Agendo quest’ultima in parallelo su svariati livelli (settoriale, storico, contemporaneo, quotidiano), pensammo che l’ironia potesse essere d’aiuto; non in senso letterale, ma come chiave di lettura, tenendo conto che le cose possono avere, contemporaneamente, più significati. All’inizio, la critica ci considerava molto frivoli. Una definizione tremendamente sincera; o forse, è proprio la sincerità a intimorire le persone». Spesso intimorisce lavorare con questioni complesse come lo humor, la sorpresa, il piacere o il cambiamento. Weems concorda, affermando che a volte lo humor può suscitare turbamento e non una gradevole sorpresa. Sono due posizioni estreme e opposte in termini di piacere, tuttavia connesse a livello neurologico. Lo humor può, dunque, essere interpretato come una manifestazione dello “shock da novità” che accompagna qualsiasi importante evoluzione in estetica, gusto o norme sociali. Le reazioni estreme che desta possono, infatti, essere intese come la conferma di essere sulla giusta strada per imporre nuove condizioni e costumi. Come dichiarato da Jacobs, «con lo humor si possono dire cose che, in maniera diretta, non potrebbero essere dette. Può davvero essere una strategia per dire una realtà indicibile. È un modo per parlare di cultura in maniera più autentica». L’umorismo in architettura non va sottovalutato, anzi a volte dà vita ad alleanze inattese. Wines ricorda così Arthur Drexler, ex capo curatore del MoMA e sostenitore della prim’ora di SITE: «Era l’uomo più serio al mondo, ma di grande flessibilità mentale». E prosegue: «Persino Louis Kahn mi chiese di tenere insieme un ciclo di conferenze. Eravamo come poli opposti, io il nuovo arrivato, lui il vecchio maestro, ma entrambi rispettosi delle nostre diversità». Le menti attive amano il rischio e queste curiose alleanze sottolineano, ancora una volta, la profonda relazione tra creatività e humor. Kahn è tra gli ultimi architetti che si potrebbe pensare tra i sostenitori di SITE. Per far capire tutto questo, Wines cita le parole del pittore e fotografo Chuck Close - un’altra alleanza inaspettata - a proposito del suo intendere l’arte. «L’ultima cosa che voglio fare è reclutare persone che fanno ciò che io faccio. Voglio persone che siano il mio esatto opposto, che rappresentino un altro punto di vista». Kahn, infatti, apprezzava la diversità di SITE, era aperto a nuove idee anche se distanti anni luce dal suo approccio. La battuta finale Come dimostrano questi esempi, creatività e humor sono intrinsecamente connessi e l’architettura che di primo acchito sembra divertente è spesso solo una lettura più inattesa e radicale di ciò a cui le persone sono abituate. È interessante constatare come l’uso consapevole delle dinamiche umoristiche, come le battute che intramezzano un discorso serio, possa permettere l’introduzione di concetti radicali in maniera più delicata e familiare. Adottare strategie di humor nella creazione di un vocabolario architettonico complesso e stratificato, nonostante le reazioni a volte estreme, può portare non solo a nuove forme, ma anche a una nuova mentalità. Una delle ragioni per cui il Modernismo continua a essere criticato è, forse, la sua scarsa flessibilità (o il suo scarso humor). Al contrario, le probabilità di successo aumentano se si lavora per livelli, confrontandosi con l’inaspettato e con il piacevole, aprendo il progetto a plurime interpretazioni. Il nostro intervento per l’Edible Schoolyard di New York è divertente. Abbiamo avanzato proposte vivaci e audaci. Lungo la facciata, un pattern pixelato di scandole forma dei motivi floreali astratti, ispirati allo showroom Best progettato da Robert Venturi e Denise Scott Brown. Il sito, un tempo un parcheggio, accoglie oggi un rigoglioso giardino che ospita una serra a diretto contatto con una cucina, collegata a sua volta a volumi dalle forme inusuali, rivestiti da un involucro azzurro in gomma spugnosa. È un edificio per bambini, per natura più creativi, curiosi, sensibili (e divertenti) degli adulti. È straordinario osservare come vi si relazionano per la prima volta, sorridendo alla scoperta del sistema di raccolta dentro all’ampio volume centrale, rotondo e bluastro, oppure entusiasmandosi nel notare come la copertura della serra e della cucina siano perfettamente allineate per far scorrere la pioggia nella vicina cisterna. Quest’architettura stimola la loro curiosità naturale, sollecitando il loro spirito giocoso e attraendoli in modo semplice con colori vivaci. Allo stesso tempo, queste idee rappresentano e supportano l’importante missione dell’organizzazione, ovvero utilizzare la coltivazione e la cucina per insegnare ai bambini le varie materie, dalla matematica e scienze fino alla storia, e aiutarli a instaurare un rapporto sano con cibi freschi e biologici in un quartiere come Brooklyn, dove latitano orti e coltivazioni ma abbondano diabete e obesità. Il programma e l’edificio li aiutano a considerare l’alimentazione e il contesto in maniera diversa. Per noi, è la più alta espressione dell’importanza del divertimento in architettura. Divertimento è diversità, l’inaspettato, sorpresa di fronte all’insolito. Divertimento è singolarità, sfida, rischio. Divertimento è pensare fuori dal coro o dimenticarsi che esista un coro. Divertimento è piacere, esuberanza e sovraesposizione per eccesso di capacità. È l’abilità di tenere due idee assieme o di vivere in due mondi contemporaneamente. Divertimento è qualcosa di soffice e spugnoso quando ti aspetti qualcosa di duro e rigido. Divertimento è neurologia, è critica e commento. Divertimento è fare ironia. Divertimento è essere inclusivi e amichevoli, essere aperti al dialogo e alle contaminazioni. Il divertimento è una cosa seria.

Dan Wood

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