La nuova frontiera dell’architettura | The Plan
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La nuova frontiera dell’architettura

Maurizio Sabini

Conoscenza e ricerca sono la nuova frontiera dell’architettura. Seppure si siano avute scoperte accidentali nella storia delle arti e delle scienze, le nuove conoscenze sono nella maggioranza dei casi frutto di una ricerca strategica; e la ricerca, dal canto suo, ha avuto sempre come obiettivo conseguire nuova conoscenza. La conoscenza caratterizza la nostra era in termini culturali, sociali ed economici. Già negli ultimi anni ’60, con notevole lungimiranza, Peter Drucker affermò che «ora la conoscenza ha potere: controlla l’accesso a opportunità e all’avanzamento sociale. […] Le persone acculturate sono […] i veri “capitalisti” nella società della conoscenza»1. Mentre l’esplosione delle nostre capacità di calcolo ha permesso di processare quantità esponenzialmente più grandi di informazione, i mutamenti nelle comunicazioni di massa e l’invenzione della rete e dei social media hanno determinato l’opportunità per - e prodotto la richiesta di - un sapere maggiormente condiviso. La cultura del “sapere condiviso” ha portato sociologi come Manuel Castells a riflettere sul “potere della rete”: «oggi la creazione di ricchezza, potere e conoscenza dipende in larga misura dalla capacità di organizzare la società così da cogliere i vantaggi offerti dal nuovo sistema tecnologico fondato su microelettronica, informatica e comunicazione digitale»2. Gli studiosi di scienze della comunicazione sostengono che il sapere dovrebbe essere considerato un bene comune3. Nella nostra storia recente, il passaggio da un’economia della conoscenza a una società della conoscenza è stato inevitabile. Più che mai, il sapere sta infatti diventando una lente più potente del benessere (inteso come parametro) per comprendere le enormi divisioni e i grandi conflitti nel nostro mondo e nella società attuale. Gli studiosi di teoria politica hanno iniziato a mettere in guardia sull’emergere di tale fenomeno e sul suo impatto potenziale, con conseguenze ancora sconosciute, sul futuro delle stesse società democratiche4. In questo contesto senza precedenti, con i propri alti e bassi evolutivi alla pari di molti altri campi artistici e scientifici, l’architettura ha subito profondi cambiamenti nel corso degli ultimi decenni, sfidando, decostruendo e disarticolando paradigmi consolidati, creati con pazienza durante l’era modernista e nelle sue ultime fasi revisioniste. Il paradigma di una cultura professionale radicata in modo rassicurante sull’eredità dei principi modernisti/post-modernisti/neo-modernisti, intesi come principi intramontabili del mestiere, è stato scosso alle fondamenta da sussulti tecnologici e teorici. Tanto dalla prospettiva di una nuova epistemologia di “intelligenza progettuale” spronata dal “conoscere facendo”5, come dalla condizione “post-autoriale” che, attraverso il dominio di algoritmi parametrici, sembra rimpiazzare il “modello albertiano”6 che durava da oltre cinquecento anni, o come dalla trasformazione della figura professionale della tradizione in un “wiki-architetto” che opera in piattaforme di sapere condiviso7, l’architettura è vista transitare verso territori inesplorati. Sebbene certi trend (come il progresso nella tecnologia digitale e nella scienza dei materiali) che hanno contribuito a queste interpretazioni possano avere il carattere e l’impeto dei processi inarrestabili, è comunque possibile trasformare, comprendendo trend, forze e attori in gioco, un percorso potenzialmente confuso e privo di direzione nella ricerca di una nuova frontiera. L’architettura ha sempre accresciuto il proprio corpus di conoscenze attraverso il progresso tecnologico, la lettura di nuove idee filosofiche e/o artistiche e, infine, mediante la propria capacità di rispondere alle esigenze della società. Tuttavia, specialmente alla fine del secolo scorso, quando la sua tendenza centripeta ha accelerato, l’architettura è stata incapace di produrre nuove conoscenze rilevanti al di là dei propri cosiddetti “confini disciplinari”. Recentemente, si sta assistendo a un mutamento di paradigma, passando da un’attività basata principalmente sull’esperienza a una fondata principalmente sulla conoscenza. Non che le conquiste dell’era passata del “saper fare” (la geometria euclidea, i sistemi d’ordine, le proporzioni, la scala, i principi di organizzazione spaziale, la tettonica, ecc) debbano essere del tutto abbandonati perché irrimediabilmente desueti. Al contrario, continuano a servire nella pratica e devono essere appresi e padroneggiati. Tuttavia, questi principi e il “paradigma dell’esperienza” non bastano più per l’economia del sapere e per la cultura globale del sapere condiviso. L’architettura, per mantenere il suo ruolo preminente nei diversi campi (sostenibilità, energia, ecologia, infrastrutture, scienza delle costruzioni e dei materiali, tecnologia digitale, robotica, estrazione e interpretazione dei dati urbanistici, salute e benessere), ha dovuto superare la propria condizione di “saper fare” millenario ed esplorare nuovi livelli di conoscenza e innovazione. Negli ultimi due decenni, l’architettura ha iniziato a coinvolgere la società a un livello mai toccato dopo gli albori del Modernismo, cominciando a trasformarsi in veicolo di saperi rilevanti. Di fronte alle problematiche di inuguaglianza sociale, alle nuove tecnologie dei materiali, così come alle innovazioni digitali, di data mining e processing, ma anche alle nuove sfide poste dalla crescente complessità di una comunità globalizzata, la comunità professionale dell’architettura ha compreso la necessità di dotarsi di nuove e pertinenti conoscenze. L’unico modo di perseguirle e acquisirle era impegnarsi nella ricerca a un livello del tutto nuovo. Periodicamente, nel corso della storia, la ricerca ha influenzato e costituito parte dell’attività dell’architetto. Dal Rinascimento al Modernismo, ci sono stati momenti in cui l’architettura ha sviluppato conoscenza con ricerche interne al proprio campo (in aree della rappresentazione e della conoscenza spaziale, dei materiali o della tecnologia delle costruzioni). Come ha appropriatamente notato Jonathan Hill, «considerare la ricerca come elemento di novità nella progettazione significa ignorare la storia dell’architettura»8. Nella sua influente opera The City del 1943, Eliel Saarinen fu il primo a menzionare la ricerca progettuale, abbozzando l’idea di immaginare la città di domani come modo, alla rovescia, di affrontare in maniera appropriata la pianificazione di quella attuale9. Dalla metà degli anni ’60 e per tutti gli anni ’80, svariati studi di architettura iniziarono a interessarsi di ricerca in modo strategico. Nel 1968, per esempio, Candilis-Josic-Woods aveva già strutturato la propria prassi secondo due “filoni” (ricerca e realizzazione), che si influenzavano vicendevolmente e creavano opportunità l’uno per l’altro10. Negli anni ’80, lo studio svedese White Architects, con sede a Göteborg, ora tra i dieci più grandi su scala europea, creò un ente di ricerca per finanziare le proprie sperimentazioni architettoniche, affidandole anche a professionisti e ricercatori esterni. Il critico e storico olandese Bart Lootsma ha cercato di identificare i punti di contatto tra gli studi di alcuni modernisti, come Cornelis Van Eesteren, Ludwig Hilbersheimer e gli esponenti del Bauhaus, e quelli di alcuni importanti pensatori e architetti contemporanei, come Rem Koolhaas, Winy Maas e Jacques Herzog11. Gli studi di Le Corbusier e Robert Venturi (con la collaborazione di Denise Scott Brown per quelli condotti su Las Vegas), sebbene non siano specificatamente definiti “ricerche” dagli stessi autori, hanno tuttavia fatto progredire il sapere dell’architettura e le sue applicazioni, disegnando approcci innovativi sull’abitazione e sulla trasformazione dell’ambiente fisico. Uno slancio decisivo nella ricerca in architettura porta la firma di Rem Koolhaas che, nel 1999, creò AMO (Architecture Media Organization), uno spin-off di ricerca del suo studio OMA nato come sperimentazione e oggi divenuto modello di prassi architettonica largamente diffuso. Come ricordava lo stesso Koolhaas, nel 2008, «OMA e AMO sono come due gemelli siamesi da poco separati. […] Tale separazione ci ha consentito di scindere il pensiero dalla pratica architettonica»12. Questo modello ha riscosso un discreto successo; AMO ha infatti sviluppato un considerevole portfolio di ricerche, studi, ipotesi di sviluppo del brand e progetti svincolati dalla realizzazione di edifici (come la progettazione di “Strelka”, un nuovo programma di formazione post-dottorale a Mosca). Tra i vari progetti di AMO c’è anche quello per la Fondazione Prada di Milano, inaugurata nel 2015, che spazia dal riposizionamento del brand al rinnovamento di un ex complesso industriale. Koolhaas, con la sua tipica predisposizione imprenditoriale, ha creato AMO anche per finanziare le ricerche di OMA che, secondo lui stesso, venivano comunque già svolte nel preparare e sviluppare i progetti13. Altrettanto importante per la decisione di lanciare AMO era la possibilità di proseguire in svariati (e più efficaci) modi la sua incessante ricerca verso una lettura rinnovata della modernità. «[AMO è] nata di proposito come entità in grado di modernizzare e reinventare costantemente»14.

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