Architettura, in che senso? | The Plan
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Architettura, in che senso?

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In questo anno particolare, caratterizzato da un’edizione della Mostra Internazionale di Architettura di Venezia fortemente indicizzata verso temi di architettura etica, sostenibile e partecipata, la nostra professione ha incontrato una specifica domanda che ci obbliga a una riflessione che vorremmo sviluppare anche in questo editoriale: può l’architettura farsi strumento di giustizia e perequazione sociale? E, nel caso, può essere per questo considerata “buona” architettura? Dopo l’apertura di questa Biennale, ogni progettista responsabile si è trovato a riflettere sui diversi esiti sociali, economici, ambientali che ogni opera di architettura può indurre, ampliando quindi le competenze tipiche della disciplina: da composizione, tecnica, utilizzo espressivo dei materiali, verso gli effetti locali e globali che le diverse scelte insite in un percorso di architettura possono attivare (o non attivare) in termini di sostenibilità, inclusione, accesso a sistemi di norme e tutele. Il primo punto da valutare è: parliamo ancora di architettura? Il dibattito ha visto un confronto principalmente tra due diverse posizioni. Una, attenta alle tematiche presenti in Mostra, decisamente a favore di una “nuova” architettura volta a considerare il valore dell’impatto sociale della disciplina, con particolare senso di responsabilità verso l’ambiente e la gestione delle risorse umane e materiali; l’altra più focalizzata sulla specificità del fare architettura, legata a un controllo attento di tecnica, forma e materiali, più incentrata sul valore della ricerca espressiva, che metta a disposizione della committenza il proprio sapere individuale. Il tutto condito da una preoccupazione: che lo spostamento/allargamento del perimetro del fare architettura possa portare a una perdita di competenze e qualità; in pratica a un “tradimento” dell’architettura stessa, in favore di una mera utilità che pone in secondo piano valenze tecnico-espressive per favorire solo contenuti politico-sociali. Queste posizioni sono state espresse in particolare da Alejandro Aravena, curatore della Mostra, e Patrik Schumacher, rappresentante della posizione più critica. La discussione ha coinvolto critici, architetti e buona parte della stampa di settore (che ha prudentemente legato il suo giudizio a una disamina differita degli effetti reali che questo dibattito sarà in grado di produrre). Dal nostro punto di osservazione (quello di uno studio da più di 20 anni impegnato in progetti di architettura e comunicazione rivolti al sociale, e incaricato quest’anno della curatela del Padiglione Italia alla Biennale di Venezia), il dibattito appare condizionato da una visione troppo concentrata sul ruolo e sulle prerogative dell’architetto, all’interno di una visione gerarchica del sapere, mentre andrebbe spostato a nostro avviso più sulla funzione e sulle potenzialità dell’architettura in quanto prassi capace di costruire saperi circolari; ma soprattutto il dibattito andrebbe condotto valutando con attenzione i dirompenti cambiamenti sociali e produttivi che stanno caratterizzando il nostro tempo. Le culture progettuali tendono sempre più a incontrarsi in piattaforme aperte, tanto più efficaci quanto più capaci di annullare le tradizionali scale gerarchiche del sapere per attivare processi generativi grazie al continuo confronto e scambio di informazioni. Questa visione olistica del progetto conduce a una diversa concezione (e rappresentazione) della figura dell’architetto, che diviene sempre più parte di un processo complesso, in cui la creatività si realizza nel concorso dei singoli apporti, fino a costituire l’unicità dell’opera. In questo processo si misurano quindi le nuove qualità richieste al progetto: la flessibilità nel coinvolgere in modo proattivo una molteplicità di soggetti (non ultimi gli utenti e i committenti); le capacità di metabolizzare le risorse disponibili per generare sostenibilità e autosufficienza; la possibilità di trasferire informazioni in forma di conoscenza replicabile; l’attenzione a generare processi in cui la crescita del capitale umano costituisca il valore aggiunto più importante (si vedano in merito l’organizzazione del lavoro di gruppi come Mass Design Group e Catapult Design negli Stati Uniti e la piattaforma di co-design coordinata dall’italiano Bebop Gresta per sviluppare il progetto Hyperloop). In questo percorso la cultura progettuale si dovrà intrecciare sempre più a nuove discipline di supporto, per interfacciare il progetto con gli obiettivi contenuti nelle varie agende dettate dalle molte agenzie che operano in maniera interattiva per uno sviluppo equo e sostenibile del pianeta. Queste pratiche coinvolgono, solo per citare alcuni esempi: la gestione di modelli decisionali aperti e non gerarchici; l’interpretazione di variabili complesse collegate a banche dati sempre più strutturate; l’assimilazione di conoscenze volte a condividere informazioni su piattaforme comuni; la valutazione del ciclo di vita produzione/riuso e delle compatibilità ambientali (tema affrontato in occasione della conferenza delle Nazioni Unite COP21, dedicata ai cambiamenti climatici, che si è tenuta a Parigi dal 30 novembre al 12 dicembre 2015). Si tratta insomma di una “rivoluzione” inevitabile, proprio perché dettata da un cambiamento che coinvolge la struttura stessa del sapere e che cerca di pilotare gli effetti che ne conseguiranno verso una migliore gestione delle risorse disponibili; crediamo che in particolare su questi punti, e non su altri, si debba orientare il dibattito circa l’apporto che l’architettura potrà dare al governo di questo dirompente cambiamento. Proprio nel Padiglione Italia abbiamo sperimentato con la mostra “Taking Care - Progettare per il bene comune” un approccio sistemico per selezionare tutte le opere in mostra. Ogni opera doveva coinvolgere progettisti, istituzioni e utenti nella costruzione di un bene comune capace di trascendere la mera utilità o estetica dell’oggetto, per illustrare invece come processi metabolici, partecipativi e replicabili potessero costituire un esempio praticabile, a differenti scale e con differenti budget, realizzabile in molteplici contesti (urbani, periferici, industriali, naturali) e con più metodi di intervento (nuova costruzione, riuso, restauro, ecc.). La mostra, commissionata dalla Direzione Generale Arte e Architettura Contemporanee e Periferie Urbane del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, insiste in particolare sul ruolo che cultura e architettura possono avere nei processi di rigenerazione urbana. L’esito è stato la raccolta di 20 progetti, tutti di giovani studi italiani, capaci di fornire un palinsesto di esempi che riteniamo abbiano costituito una buona risposta al tema proposto da Aravena, Reporting from the front, in quanto tutti collocati in aree e condizioni di frangia (borghi abbandonati, aree industriali dismesse, cinture periferiche, ecc.), dove la sfida che l’architettura si pone è proprio la lotta alla marginalità e alla rassegnazione attraverso la qualità, la cultura, la tutela dei diritti, il supporto a politiche di servizi. La fiducia che ha mosso questa ricerca non è di tipo ideologico (o peggio, studiata a tavolino). Nasce da 20 anni di lavoro quotidiano nel campo dell’architettura per il sociale, nell’esercizio di ciò che i nostri colleghi americani con pragmatica chiarezza definiscono impact design (si pensi, per esempio, all’esperienza di Autodesk Foundation e all’importante ricerca svolta nell’ambito del premio Curry Stone). Queste esperienze ci hanno spesso condotto a un confronto progettuale con culture diverse e all’inevitabile domanda circa il ruolo dell’architettura nelle ultime periferie del mondo. La risposta è sempre stata trovata in una ricerca di empatia e condivisione che costituisce le vere fondamenta di ogni edificio, sempre frutto di un lavoro di collaborazione e ascolto volto a mediare la ricerca di un equilibrio tra risorse, ambizioni e rispetto della cultura locale. I vari ospedali da noi realizzati con l’associazione Emergency in questi anni hanno costituito un banco di prova in cui tutte le diverse componenti (siano esse architettoniche, cliniche, economiche, ambientali, energetiche, ecc.) sono state messe a sistema per costruire un modello alternativo e sostenibile di sanità pubblica in luoghi privi di qualsiasi tradizione e cultura fondate sul diritto a un servizio. Sono progetti che, proprio perché messi in rete con le comunità e le autorità locali, stanno costruendo una piattaforma per una nuova idea di sanità, in grado di incidere sullo stato delle cose e di produrre un cambiamento (come l’ANME - African Network of Medical Excellence - nata nel 2009 con l’obiettivo di promuovere in Africa la costruzione di centri medici di eccellenza, sul modello del Centro “Salam” di cardiochirurgia). Con questi esempi, e per quanto qui esposto, crediamo che sia quindi possibile tornare alla domanda iniziale e aspirare a realizzare un’architettura capace di giustizia sociale, proprio perché ancorata a un’idea di bene comune sempre più condivisa tra progettisti e utenti.

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