La nuova architettura I segni premonitori di un avvento | The Plan
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La nuova architettura I segni premonitori di un avvento

Elizabeth De Portzamparc

Per evitare qualsiasi fraitendimento, ritengo necessario precisare che l’espressione “nuova architettura” fu coniata da Walter Groupius, venendo ben presto abbandonata. Il progettista e urbanista tedesco se ne servì per descrivere l’architettura che stava nascendo in vari paesi, all’inizio del XX secolo, e che prendeva spunto dal costruttivismo russo. Era uno stile a servizio dell’industria, che rivendicava un’universalità basata su linee formali e che si manifestò - tra gli altri - nelle opere dei costruttivisti olandesi (Gerrit Rietveld, Piet Mondrian etc.) e di Le Corbusier. Nel momento in cui quello stesso gruppo si incontrava per dare vita al movimento moderno (o stile internazionale), l’espressione di Gropius era già caduta nell’oblio e non identificava più alcun movimento o approccio.

Al contrario, ciò che io definisco come “nuova architettura” è un movimento diametralmente opposto, sorretto dall’estrema attenzione verso la sostenibilità e il contesto. La “nuova architettura” a cui mi riferisco è del tutto divergente rispetto al formalismo, rifiuta in toto i presupposti meccanicistici, formali e avulsi dal contesto (tipici del movimento moderno), così come la subordinazione all’industria e l’ideologia consumistica.

 

La Biennale di Architettura di Venezia del 2014 ha messo in evidenza i Fundamentals del movimento moderno, dando origine a un’analisi fortemente critica nei confronti di questo stile. Con il tema Modernità: promessa o minaccia?, il padiglione francese della Biennale ha testimoniato la morte dei precetti di tale movimento, inquadrandolo come slancio puramente stilistico e costruttivo slegato da ogni contesto sociale, umano e ambientale. L’esposizione ha portato a interrogarsi sul senso del movimento moderno e della modernità in architettura, in quanto dichiarazione di rottura totale rispetto all’estetica e alla tecnica ereditate dal passato.

Il movimento moderno e postmoderno, alla pari di altre recenti correnti stilistiche, del tutto avulsi dalle grandi sfide legate alla scarsità di risorse o alle ineguaglianze sociali, non forniscono alcuna risposta alle vere problematiche della società attuale. Quel sentimento di fede verso il progresso, coltivato in precedenza, ha oggi lasciato posto a una totale mancanza di fiducia.

La presa di coscienza della grande crisi che sta attraversando la nostra civiltà ha portato al moltiplicarsi di movimenti sociali che postulano nuove prassi nella gestione del bene comune. Identificarle è fonte di speranza per costruire una società più solida da un punto di vista sociale e ambientale. Questi movimenti urbani, quando condotti da architetti, urbanisti, paesaggisti e da studi di architettura portatori di idee innovative e sostenibili, sono - a mio avviso - segni premonitori dell’avvento di un movimento che chiamerò “nuova architettura”.

Tale “nuova architettura” avrà come obiettivo la ricerca di soluzioni in grado di rispondere alla nostra realtà, dove le risorse latitano, e alle insidie generate dalla crisi sociale ed energetica. Questo nuovo obiettivo implica inoltre una ridefinizione del ruolo del progettista. Dovrà mettere in luce idee, percorsi e strumenti innovativi per affrontare le prossime sfide socio-ambientali, privilegiando il bene comune per l’intera umanità, coinvolgendo indifferentemente tutte le classi sociali. Secondo questo principio, non rientreranno in questa categoria gli interventi architettonici altamente tecnologici ed elitari, come le odierne smart cities.

Il tema scelto per l’edizione 2016 della Biennale, che verrà curata da Alejandro Aravena, è Reporting from the Front: una sorta di “censimento” delle realizzazioni che hanno come oggetto il bene comune. Sarà l’occasione per mettere in luce i segni premonitori della “nuova architettura”? Sicuramente, la prossima Biennale sottolineerà le difficoltà per noi architetti nel mettere in pratica, nel contesto odierno, progetti socialmente innovativi. Il mio auspicio è che venga dato risalto sia al ruolo dell’architetto nella lotta per migliorare le condizioni di vita nel mondo, sia agli interventi che, pur di continuare a diffondere il bene comune, devono scendere a compromessi per vincoli imposti dalla scarsità di risorse.

L’edizione 2016 sarà dunque l’occasione per riportare all’attenzione l’evoluzione della storia dell’architettura, le conseguenze della modernità e i nuovi grandi temi che dovrebbero innescare un cambiamento nella nostra visione del mondo e nel nostro modo di fare architettura.

 

Qualche cenno sulla storia dell’architettura e sulle conseguenze dell’architettura moderna

L’opera di Erwin Panofsky, Architettura gotica e filosofia scolastica, ha mostrato le relazioni esistenti tra le forme architettoniche e l’ideologia dominante di un’epoca. È uno scritto tuttora utile per interpretare la cronologia dei diversi movimenti architettonici.

Durante la preistoria, l’architettura veniva inizialmente concepita come un semplice “riparo”, che variava anche in funzione del contesto climatico: grotte, capanne, etc. Nel corso di trentamila anni, i nostri antenati hanno dato vita a qualcosa di estremamente affascinante: in fondo alle caverne, dove spesso è difficile inoltrarsi, hanno realizzato delle pitture rupestri, a testimonianza di quanto padroneggiassero l’arte del disegno. Queste opere, composte da più autori e a più riprese, vennero realizzate per lungo tempo nel corso dei secoli. Si tratta dunque delle prime opere artistiche dell’uomo, che furono di matrice collettiva, concepite con l’intento di far luce sulla realtà del mondo visibile, condivisa da una comunità.

Dall’origine della specie umana, nel corso delle varie epoche - salvo rare eccezioni - l’evoluzione dell’arte e dell’architettura si è sempre sviluppata in un rapporto simbiotico con il contesto, rispecchiando le culture o gli stili artistici e architettonici dominanti in loco.

La relazione indissolubile tra arte, cultura e ambiente è sempre stata riconosciuta come principio fondamentale per la comprensione stessa delle opere sia artistiche sia architettoniche. Questo fino all’avvento del movimento moderno e dello stile internazionale, che hanno sancito una rottura con il passato e prodotto una metamorfosi della disciplina architettonica, portando l’organizzazione dello spazio verso una concezione solipsistica, totalmente scollegata dall’ambiente e priva di una relazione autentica con la cultura specifica del luogo. La perdita della dimensione collettiva ha inoltre riflesso, nelle nostre società, il contemporaneo decadimento dei legami sociali e comunitari, a fronte di un individualismo eretto a nuovo dogma. L’architettura moderna ha espresso i valori di un’epoca che esaltava l’industria e lo sviluppo tecnologico, il fordismo, la standardizzazione e la normalizzazione, gli embrioni del capitalismo liberale e della speculazione fondiaria, la generalizzazione di una narrazione architettonica che utilizza un unico linguaggio diventato rapidamente globale (grazie all’evoluzione dei mezzi di comunicazione) e libero da qualsivoglia legame con il passato, poiché forte della fede nell’avvenire.

La modernità, figlia della dottrina igienista di fine XIX secolo, è stata certamente utile sia per lo sviluppo delle industrie legate all’edilizia, sia per la comprensione scientifica del mondo. Tuttavia, ha progressivamente innescato il processo di densificazione urbana, relegando in secondo piano i concetti di finalità sociale e umana nella realizzazione dei nuovi prodotti architettonici, concorrendo inoltre alla nascita dei fattori responsabili dell’attuale crisi di civiltà e di valori. L’urbanistica funzionalista di Le Corbusier e la “ville universelle” celebrata dallo stile internazionale, hanno entrambi prodotto avatar urbani, sconnessi dal contesto locale e dalla vita della Città - ossia dalla vita sociale -, privilegiando obiettivi standardizzati e definiti una volta per tutte, indipendentemente dal contesto, a discapito delle diverse peculiarità sociali, naturali, culturali e del luogo.

Il movimento architettonico successivo - il postmoderno - ha manifestato in modo forte e chiaro l’intenzione di archiviare una volta per tutte il proprio predecessore, ritenuto ormai superato. In realtà non ha fatto altro che rimpiazzare il dogma modernista con un altro a cui resta assoggettato, rivelando peraltro un’esistenza fragile e caratterizzandosi per la contestazione del solo referente possibile: la modernità stessa. Da una rapida scorsa alle pubblicazioni recenti riguardanti le realizzazioni architettoniche emergerebbe che, spesso, vengono definite in base ai movimenti architettonici. Infatti, per classificare le opere d’architettura si parte tuttora da una tipizzazione - eminentemente moderna - degli aspetti formali, strutturali ed estetici, oppure della personalità dei relativi autori, con monografie che ne illustrano le opere e le visioni. Le architetture contemporanee, retaggio di questa corrente, sono divenute manifesti e prodotti che riflettono l’individualità dei progettisti e delle loro ideologie. Sono lo specchio di un pensiero o di una ricerca puramente estetica o produttiva, senza riferimento a una visione del mondo, a una considerazione del “diverso” o a qualsiasi reale empatia. Le opere di artisti impegnati nel sociale, essendo “ancorate” alle sfide del nostro tempo, si iscrivono invece in un registro più “collettivo”: oltre a essere l’espressione di una concezione della vita, ne propongono anche soluzioni per una sua evoluzione.

Bisognerebbe, forse, riprendere la definizione di architettura data da Vitruvio. La sua celebre triade definiva utilità, solidità e bellezza come elementi fondatori e faceva della tecnica un fattore indissolubilmente connesso alle finalità estetiche e funzionali di un edificio, allora considerato come un unicum. Questo sistema di relazioni, col tempo caduto nell’oblio, ritorna oggi più che mai d’attualità, a fronte della situazione della nostra società e della crisi di valori che accompagna gli sconvolgimenti della nostra epoca.

 

Le grandi sfide attuali

Come molti nel mondo, subiamo la crisi economica, socio-ambientale e di accessibilità alimentare del nostro tempo. La diffusione dei movimenti sociali, accompagnata da un’accentuata presa di coscienza supportata da diversi tentativi di teorizzazione, richiama la nostra attenzione giacché rivela importanti trasformazioni nella società. Nonostante la positività di questi “segni”, viviamo in un’era di barbarie che dobbiamo sforzarci di superare. Agire sin d’ora, senza esitazioni, e concentrarsi sul futuro, mettendo in discussione le fondamenta del nostro modello attuale: questa la condicio sine qua non per la sopravvivenza della nostra civiltà.

La perdita dei legami tra l’uomo e il suo ambiente, divenuta molto significativa nel XX secolo, sembra oggi irreversibile. È un fenomeno in crescita esponenziale con l’intensificarsi delle future migrazioni, che si annunciano già sin d’ora, dettate da ragioni economiche e climatiche. Gli attuali flussi, nati per effetto degli scambi culturali e del massiccio sviluppo della mobilità internazionale, hanno di fatto “sradicato” gli individui dal proprio contesto naturale. Di conseguenza, parlare di legami tra natura e uomo risulta insensato, se non riconsiderando quest’ultimo nelle vesti di Uomo acculturato, trasformato e riadattato al nuovo quadro socio-culturale che costituirà il suo contesto di vita.

L’attuale modello economico, basato sul profitto a breve termine, è ovviamente incompatibile con una visione dell’economia sostenibile e a lungo termine. Questo stesso modello ha generato il principio di obsolescenza programmata e un sistema di fabbricazione di oggetti dal ciclo di vita breve; due fattori che accelerano il processo di sostituzione dei prodotti destinati al consumo, spesso non riciclabili e dunque in antitesi con il concetto di sviluppo sostenibile. Escludendo il progresso scientifico e tecnologico, alla pari delle creazioni culturali e artistiche, il nostro lavoro genera rifiuti - nel migliore dei casi - in parte riciclabili. Secondo il biologo francese Maurice Fontaine, la nostra era è definibile come “periodo dei rifiuti” o “molysmocène”. In effetti, il nostro modello di civiltà impatta fortemente sull’evoluzione del sistema terrestre per il volume di scarti generati che presto satureranno le profondità terrestri e marine. L’impatto reale dell’antropizzazione generalizzata del globo non sarà causato tanto dall’uomo quanto dalla produzione di scorie industriali, un meccanismo cieco e del tutto incontrollabile. La nostra epoca, dunque, rischia fortemente di essere etichettata, in futuro, come la “civiltà dei rifiuti”.

Anche l’architettura, spesso considerata come semplice “merce da vendere”, non sfugge all’obsolescenza. Le analisi statistiche degli edifici a torre, costruiti tra gli anni Trenta e Settanta nelle principali capitali, rivelano un alto grado di inutilizzo dovuto a inadeguatezza, confermando come questo fenomeno “contamini” anche l’architettura. Costruire edifici adeguati agli utilizzi attuali e futuri, flessibili e dunque “longevi”, rappresenta una grande sfida per la nostra epoca.

La nostra responsabilità, quali attori sociali e costruttori di spazi urbani, è quella di concepire progetti etici, sostenibili e flessibili, creati non solo per soddisfare meri criteri estetici o tecnici. Iniziative per rinforzare le relazioni umane e le comunità urbane, atte ad agire direttamente sulle abitazioni e sui luoghi quotidiani e fondare così una vera democrazia partecipata, generatrice di legami sociali e capace di amministrare il bene comune.

Esistono già numerose associazioni e gruppi (ma anche comunità informali) attivi nel sociale, nati per assicurare la gestione del bene comune nella realtà quotidiana e delle problematiche relative. Come disse Marx, «non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza». Nella sua opera La comunità che viene Giorgio Agamben descrive questa coscienza sociale di appartenenza a una medesima comunità, quella degli esseri viventi, come la percezione di condividere la stessa esistenza, che - in parole povere - ci mostra quanto “siamo tutti sulla stessa barca”.

Senza indugiare troppo su tali - seppur fondamentali - argomenti, possiamo affermare che l’Uomo conserva un legame inalterabile con un contesto dato, sia esso di origine o acquisito, poiché il nostro cervello è sì globale ma il nostro corpo è locale, ovvero in costante interazione con l’ambiente in cui vive.

 

Qualche segno premonitore della “nuova architettura”

Le risposte architettoniche a queste sfide non dovrebbero corrispondere a una nuova estetica basata sull’utilizzo di forme e materiali economicamente sostenibili? Assisteremo all’avvento di una nuova bellezza, fondata sulle finalità d’utilizzo, a progetti economici adeguati alle nuove sfide (tanto nelle forme quanto nelle materie) e capaci di andare oltre a ciò che è accessorio per essere veramente al servizio dell’Uomo e della società? A noi architetti il compito di dimostrare che strutture e materie prime economicamente valide non sono sinonimo di caduta estetica.

A fronte della situazione mondiale e della nostra civiltà, dobbiamo armarci di un nuovo bagaglio di nozioni in grado di rispondere alle grandi sfide del nostro tempo: il fattore economico, sostenibile, sociale e ambientale. Non possiamo più continuare a parlare di architettura e di urbanistica come semplice gioco di forme e volumi, di spazi e funzioni, o come ricerca plastica basata unicamente su disegno e tecnica.

Alla luce della storia recente della nostra civilizzazione, è necessario il superamento del movimento moderno per potere procedere verso nuove direzioni più sensibili alla crisi socio-ambientale che stiamo vivendo. Le teorie dell’architettura e dell’urbanistica ereditate dal movimento moderno non sono più adeguate ed efficaci per immaginare e riorganizzare le nostre città. Bisognerebbe, in un certo senso, andare oltre al termine “moderno”, che in architettura evoca il movimento fondato sul principio di rottura con il passato. L’espressione “nuova architettura” ha dunque l’obbligo di indicare un’evoluzione eccezionale, un punto di svolta decisivo verso il futuro che abbia però la stessa forza creatrice del rinascimento: costruire la propria base creativa a partire dai modelli fondamentali del passato per riorganizzare, alla luce della realtà, la civiltà occidentale in declino. 

Attraverso le sue forme, l’odierna architettura comincia a esprimere l’evoluzione della forma mentis, fondata su una nuova consapevolezza del mondo e su un pensiero ecologista, alter e antimondialista. Noi architetti abbiamo la responsabilità di concepire e formalizzare la “nuova architettura” che deve fornire risposte adeguate alle sfide urbane e umane legate a questa profonda crisi. Essa dovrà innescare la (ri)nascita di una progettazione etica e responsabile, i cui valori fondativi seguiranno due fili conduttori:

 

-    un’architettura sostenibile a dimensione sociale e ambientale;
-    un’architettura al servizio della società e dell’ambiente.

Esiste oggi una nuova etica sociale che fonderà l’architettura di domani? E l’architettura di domani sarà effettivamente basata su una nuova etica sociale? Come conciliare la volontà di fare evolvere la progettazione attuale verso una prassi più comunitaria ed etica, se gli incarichi e la realtà della nostra professione ce lo impediscono?

 

Cinque principali linee guida dell’architettura del futuro

In conclusione, ecco alcune mie considerazioni nel tentativo di comprendere l’architettura contemporanea e le sue relazioni con il mondo dal punto di vista etico ed estetico, industriale e numerico, economico e politico, ambientale ed ecologico. Ho riflettuto sia sul “perché costruire”, domanda che definisce il ruolo dell’architetto nella società attuale, sia sull’impossibilità, nel contesto odierno, di realizzare i nostri sogni e le nostre aspirazioni di trasformare il mondo. Sono tematiche che mi spingono a ragionare sulle finalità dell’architettura, intesa nel suo senso tradizionale, ovvero quello di essere a servizio dell’Uomo e della società. Consapevole della situazione in cui ci troviamo, probabilmente sarebbe necessario ridefinirne il senso, vale a dire “essere a servizio dell’Uomo e delle relazioni che intrattiene all’interno del suo ambiente”.

In futuro, la vera architettura sostenibile sarà certamente determinata da cinque linee guida principali:

 

1-    la sostenibilità economica di forme e materie, grazie
    a un’architettura semplice e rigorosa. La ricerca verso la purezza e
    la coerenza deve essere la base estetica, lontana dalle derive
    formaliste della recente architettura, causa dello spreco di risorse
    naturali. La sostenibilità si fonda infatti sull’economia di forme e
    materie, sin dal momento dell’estrazione fino alla fabbricazione
    e alla messa in opera;

2-    la flessibilità e l’adattabilità delle strutture e dei volumi,
    
attraverso un sistema tecnico che permetta di plasmare e
    riqualificare gli spazi secondo l’evoluzione degli usi;

3-    la preservazione dell’identità dei luoghi, mediante l’inserimento
    ponderato degli edifici nel contesto, privilegiando l’integrazione
    totale o il dialogo con il sito;

4-    la sostenibilità quale adesione totale al ciclo naturale,
    
sviluppando un’economia circolare che permetta sia la realizzazione
    di comparti autonomi dal punto di vista energetico e alimentare,
    sia lo sviluppo della produzione e del consumo a livello locale;

 

ultimo in lista, ma primo per importanza:

 

5-    la sostenibilità come elemento indissociabile dall’aspetto
    sociale
e dalla lotta alle ineguaglianze sociali, per realizzare
    sistemi che evitino ogni divisione ed esclusione, favorendo
    dunque la creazione di luoghi pubblici a vantaggio
    della vita sociale.

 

Il rispetto di queste cinque linee guida sarà d’aiuto nella riconquista di un principio fondatore - oggi dimenticato - tanto in architettura quanto in urbanistica: produrre spazi fruibili a lungo termine, portatori di valori, fonte di bene collettivo, durevole e accessibile a tutti.

Mi auguro che la Biennale del 2018 sia l’edizione che consacrerà la “nuova architettura” per costruire un mondo più giusto, compatibile con l’ambiente .

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