Il potere delle idee | The Plan
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Il potere delle idee

Wang Shu

Nel 2012 ho vinto il Premio Pritzker, spesso citato come il Nobel per l’architettura. Sono sempre stato certo che un giorno sarebbe stato mio, era solo questione di tempo. Tuttavia, la notizia ha sorpreso il mondo dell’architettura e la società cinesi. Al pari di un ristretto numero di progettisti del mio paese, dal 2002 al 2012 sono rimasto ai margini della professione, estromesso dalla cerchia dell’architettura che conta. In quel periodo, in Cina, gran parte dei più importanti professionisti investiva la totalità del proprio tempo realizzando disegni e piani di progetto per studi stranieri. Nessuno avrebbe mai immaginato la vittoria del Pritzker da parte di un connazionale. Fino al XXI secolo, la società cinese non aveva ancora chiaro quale fosse il ruolo dell’architettura e dell’architetto ed erano in pochi a sapere dell’esistenza del Premio.
In effetti, a seconda di dove ci si trovi nel mondo, l’architettura ha un diverso background culturale e status sociale, il che comporta una definizione sempre mutevole di chi lo fa per mestiere, sia rispetto all’essenza della professione, sia rispetto alle relative responsabilità sociali. Quali sono allora le principali caratteristiche dell’architetto in Cina? Per rispondere, vorrei concentrarmi su alcune considerazioni:
- negli ultimi vent’anni, circa la metà degli interventi architettonici nel mondo è stata realizzata in Cina, a una velocità straordinaria. Un fatto quasi unico nella storia della progettazione cinese e mondiale;
- le forme tradizionali della città e dell’architettura cinesi si sono conservate intatte per almeno 2000 anni. Questo fino agli anni Novanta, quando il rapido sviluppo edilizio su larga scala ha portato nell’arco di questi venti anni allo smantellamento quasi totale della cultura classica;
- in Cina, i vecchi studi seguivano le leggi della natura, mentre la prassi costruttiva del nostro tempo si caratterizza per brutali interventi di alterazione dell’ambiente. Inoltre, la progettazione tradizionale si basava su un modus operandi dal basso verso l’alto con una forte componente artigianale, mentre quella attuale segue un metodo opposto, dall’alto verso il basso, che coinvolge solo figure professionali specializzate;
- le persone che abitano in un contesto urbano, nel loro sciamare continuo da una parte all’altra della città, sono diventate, in una certa misura, degli immigrati. A questo si somma un impoverimento della memoria culturale e dei contesti di vita, che le ha trasformate in macchine di consumo al servizio della globalizzazione finanziaria;
- i nuovi studi di architettura, scegliendo di copiare il modello occidentale, tentano di costruire la propria identità culturale in modo semplicistico, considerando irrilevanti le varie sfumature locali;
- in Cina, le città medie e grandi sono poco più di 120 e sono accomunate nella maggioranza dei casi da una situazione di sovraedificazione. Secondo gli ultimi rapporti stilati dal governo cinese, gli interventi urbanistici ed edilizi in corso potrebbero dare un tetto a ben 3,4 miliardi di persone; tuttavia, l’attuale popolazione nazionale arriva a 1,4 miliardi. Assisteremo così a un fenomeno inusuale: molte nuove città cinesi rimarranno deserte, alla pari delle tante aree rurali abitate solo da anziani, donne e bambini. In entrambi i casi, urgerebbe un ripopolamento. Paradossalmente le rigide misure di controllo delle nascite erano state prese proprio per contrastare il boom demografico.

Tenendo conto di questa situazione, il ruolo dell’architetto in Cina non si riduce alla sola progettazione. Nel 2012, nella Grande Sala del Popolo, durante il mio discorso di premiazione per il Premio Pritzker, ho posto i seguenti interrogativi: come mantenere viva la componente artigianale nell’architettura di oggi? Qual è il significato del paesaggio tradizionale cinese quando ci si confronta con enormi strutture artificiali? Come far avanzare l’architettura urbana senza distruggere il tessuto storico delle nostre città? Se le preesistenze sono state rase al suolo, come si può attingere dalle rovine per sviluppare una nuova architettura capace di riprendere lo stile di vita urbano tradizionale? Come ristabilire un’identità culturale? Dato il profondo conflitto tra le aree rurali e urbanizzate in Cina, quale architettura potrà ricucire questa spaccatura? Nel contesto attuale, ricco di sfide professionali basate su un sistema dall’alto verso il basso, quante sono le reali possibilità per le persone comuni di difendere i propri diritti e i traguardi raggiunti in una società fondata su un sistema opposto, ossia dal basso verso l’alto? Il passato non può forse rappresentare un esempio più idoneo per affrontare problemi e crisi ambientali? È possibile dare vita a un prodotto della cultura architettonica a scala normale, lontano da simboli e icone, attingendo dalla vita quotidiana e dall’esperienza personale? Come architetto, in che modo è possibile mantenere un comportamento professionale indipendente in un sistema moderno così forte e potente?
Nessun progettista cinese riesce oggi a sfuggire a questi problemi, non vi è alcun dubbio. Sfortunatamente, gran parte degli architetti è troppo sensibile agli interessi di natura economica. L’attuale industria costruttiva cinese risente della forte mancanza di professionisti attenti alla dimensione umana, portatori di riflessioni proprie, ponderate e profonde. Di architetti che, con la loro incondizionata onestà, consentano alle persone di fare esperienza del potere delle idee che, se messe in pratica, sono ovviamente più eloquenti di quando rimangono sul piano teorico.
Alcuni progettisti cinesi amano affermare che il proprio lavoro è mettersi al servizio delle persone; tuttavia il ruolo del progettista non si deve limitare al semplice servizio. Il conflitto più profondo nel mondo è tra l’ambiente naturale e gli oggetti a grande scala realizzati dall’uomo. Se gli architetti vogliono davvero dare il proprio apporto alla società, allora devono difendere la cultura da chi ha perso il senno della ragione. Per me è molto difficile essere ottimista sul futuro, tenendo conto sia della situazione sociale ed ambientale, sia del forte desiderio di crescita abbinato a una condizione di insensibilità dinnanzi alla distruzione del proprio patrimonio culturale. Avverto la debolezza del singolo di fronte allo strapotere consumistico. Nel 2010, mia moglie ed io abbiamo deciso di prenderci una pausa dal lavoro. Ovviamente, non è facile per un architetto fermarsi dal giorno alla notte. In quel periodo, abbiamo rifiutato molte commissioni, sebbene arrivassero a ciclo continuo. Al tempo stesso, abbiamo fatto del nostro meglio per concludere i progetti in corso d’opera. Secondo il nostro proposito originale, dovevamo arrivare a chiudere il nostro studio per la fine del 2012, fermarci per un paio d’anni e poi riprendere, oppure abbandonare il mestiere per sempre, ritirarci in campagna e goderci la vita da contadini…

Una delle domande più frequenti dopo la mia vittoria del Premio Pritzker è se il riconoscimento abbia portato cambiamenti sostanziali nella mia vita. Personalmente, non è cambiato granché, io in primis non amo i cambiamenti e, in effetti, la vita non cambia se non sei tu a volerlo. Tuttavia, la tranquilla quotidianità da “semi-eremita”, di cui avevo goduto per moltissimi anni, è improvvisamente finita. Le aspettative delle persone sono aumentate e così anche il carico di responsabilità sociali sulle nostre spalle. È stata la fine del nostro sogno.
Abbiamo così deciso di accettare alcuni incarichi particolarmente interessanti. Amiamo dare il massimo facendo della buona progettazione. Il nostro studio, chiamato Amateur Architecture Studio, prende le distanze dalla massa: conduciamo ricerche e sperimentazioni su come fare architettura, stiamo spesso in cantiere, cerchiamo di applicare un sistema artigianale dal basso verso l’alto e scegliamo metodi costruttivi che permettano il pieno controllo dell’edificio, a livello quantitativo e qualitativo. La vittoria del Premio Pritzker è stata un’affermazione del nostro credo e intendiamo continuare a lavorare in questo modo, procedendo a ritmo lento e a mente aperta. Per farlo, è necessario abituarsi alla solitudine. Ci sono molti aspetti positivi del nostro tempo da cui però, personalmente, preferisco mantenere le distanze. Il mio non vuole essere un atteggiamento di privazione o radicale ed estremo, bensì un comportamento coerente rispetto ai miei principi che mi ispirano un atteggiamento apparentemente passivo, ma in realtà pacifico. Di fronte a un problema, vado avanti con fermezza e senza esitazioni, mantenendo un pensiero positivo e deciso a risolverlo.

Molti architetti cinesi pare stiano cercando di capire se il mio successo possa essere o meno replicabile. A mio avviso, il caos e la frenesia dell’architettura cinese necessitano quantomeno che si stabilisca un livello standard di eccellenza, per mostrare alla sfera pubblica e alla società cosa significhi davvero la buona progettazione. Gli architetti che ricevono riconoscimenti sono oggetto di studio sia per il profilo personale, sia per la tipologia di commissioni che viene loro affidata. Nel mio caso, tutti i miei interventi sono stati realizzati in Cina e precedono la mia vittoria del Pritzker. Molti giovani progettisti che mi conoscono bene, capiscono altrettanto bene il mio lavoro; solo continuando a lavorare sodo potranno seguire le mie orme. Riconosco inoltre che la mia vittoria del Pritzker sia diventata un vero stimolo per chi fa architettura con un pensiero rigoroso e un comportamento trasparente e leale. In Cina, sono a dir poco rari, dato che i più lamentano di essere “ostacolati dalla volontà del cliente nel mettere in pratica i propri ideali”.
Io preferisco il dialogo. Parlare, fare domande al committente, il quale deve rispettare la proposta progettuale e non pretendere di radere al suolo le preesistenze: se queste premesse non sussistono, non accetto l’incarico. È un principio che ho mantenuto sin dagli esordi e che la vittoria del premio non ha minimamente scalfito. Molti, invece, sono scesi a compromessi, sentendosi obbligati a dire di sì e ad andare contro i propri ideali per guadagnarsi da vivere. Facendo così, hanno dato vita ad architetture che man mano hanno perso smalto e valore. Con il tempo, i soldi (molti) sono arrivati, ma il loro lamento di fondo non è mai scemato. Non è una questione di sopravvivenza, ma di essere disposti a sacrificare o meno qualcosa. D’altronde - lo ribadisco - l’unica cosa che possiamo cambiare nella vita siamo noi stessi.

Credo nel potere delle idee. Gran parte delle questioni del nostro tempo hanno una genesi recente, sono supportate da un pensiero avaro di contenuti o da un atteggiamento troppo debole che mal si coniuga con le sfide che la società di oggi ci impone. Spesso i miei interessi risultano insoliti agli occhi degli altri. Per esempio, da giovane, quando la Rivoluzione Culturale cinese era al punto d’arrivo e le università rimaste chiuse per molti anni stavano riaprendo al pubblico, la fame di sapere degli studenti era praticamente nulla. Io, invece, ero uno dei pochissimi lettori accaniti. Successivamente, mentre tutti riprendevano a studiare duramente e ad affollare le biblioteche, io facevo i bagagli e mi apprestavo a intraprendere le mie esplorazioni, proprio come nell’opera Viaggio a Hunan di Shen Congwen (1902-1988); per almeno tre mesi mi spostai di villaggio in villaggio, da Hunan a Guizhou.
Un altro esempio è quello del libro di calligrafia. Preferisco usare sempre lo stesso per fare pratica con la grafia cinese. Non tutti hanno la mia pazienza nell’apprendere, anzi preferiscono provare su più libri, sperimentando una varietà di stili per raggiungere il proprio il prima possibile. Raramente ragiono in questo modo, tengo molto più in considerazione la scrittura degli antichi. Per più di un decennio mi sono esercitato sullo stesso stile, una prassi che ho amato molto, interrotta solo al raggiungimento della piena padronanza della grafia dell’autore originario. Quando mi esercito con la calligrafia della Dinastia Tang, l’unico modo per raggiungere questo obiettivo è calarmi nell’atmosfera di allora, in una fusione intellettuale e spirituale.
Per far sì che qualcosa accada, bisogna mantenere un atteggiamento coerente nel tempo. Molti, invece che rimanere concentrati sull’obiettivo, si lasciano assalire dai dubbi sul proprio talento. Al contrario, chi persevera agendo passo dopo passo e con la giusta attenzione, si toglie grandi soddisfazioni, acquisendo la capacità di penetrare dentro le cose, trasformando i propri limiti in punti di forza.
Più che del significato di una cosa, mi interessa quanto possa essere affascinante e appassionante farla. Amo leggere, mi aiuta ad avere una visione più limpida di ciò che sono e a capire ciò che davvero mi appassiona. Gran parte dei miei libri non ha nulla a che vedere con l’architettura, eppure per me hanno un grande valore. Mi affascinano i temi rurali trattati dall’antropologo Fei Xiaotong nel suo Ricerche nel villaggio. Leggo le cose più disparate… amando la filosofia, ho approfondito la letteratura occidentale e orientale in tema, arrivando a elaborare un’idea di base sulla storia di questa disciplina nel mondo. Mi interessano la rivoluzione ideologica in matematica, le mutazioni in fisica, l’antropologia e l’influenza della sociologia sul nostro pensiero. Mi piace approfondire questi temi con la lettura e non disdegno nemmeno i libri d’arte, i romanzi, la miscellanea etc. Credo nel potere delle idee e credo che la lettura sia il miglior allenamento alla riflessione.
La tradizione è stata ridotta a simbolo decorativo usato per ornare le pareti delle architetture contemporanee; una pratica che ne soffoca la vera essenza e che, sfortunatamente, è alquanto comune in Cina. Al contrario, io ho sempre rispettato la tradizione e intendo proseguire su questa linea. Subito dopo la laurea mi sono allontanato dai salotti cinesi dell’architettura, proprio perché mi ero reso conto che la lettura, da sola, non era sufficiente ma, anzi, doveva essere accompagnata da un certo stile di vita. Se la quotidianità ignora la tradizione, come si potrà mai comprenderne l’essenza? Solo scegliendo di vivere in un contesto rurale e naturale posso capire lo scorrere delle stagioni. Ho infatti trascorso gli anni Novanta assieme agli artigiani, imparando giorno per giorno e affinando le mie conoscenze sulla tradizione. Bisogna calarsi nello spirito tradizionale e investire tempo nell’osservazione. Solo una volta compresa la tradizione, si può parlare. In caso contrario, i discorsi rimangono vuoti e insensati, con il rischio di dar vita a manufatti artificiosi, di un simbolismo avaro di contenuti.
Rispetto alle problematiche della gestione della città, la Cina promuove con forza l’urbanizzazione, un processo che richiede una visione culturale più ampia. Le persone ne parlano come del prossimo passo importante per il paese, che porterà 300 milioni di contadini nelle città, in un tempo stimato tra 5 e 10 anni. È una tematica primaria per il futuro dei centri urbani, che esige un progetto onnicomprensivo, partendo dagli aspetti culturali fino allo sviluppo del paese. Se la Cina raggiungesse il 50% di aree urbanizzate, ovvero 700 milioni di residenti in città, staccherebbe l’Europa e gli Stati Uniti (fermi a 500 e 300 milioni) diventando così il paese più urbanizzato del mondo.
Tuttavia, nella Cina di oggi, ritengo più importante il tema delle campagne. In un’ottica di tutela ambientale, le aree rurali hanno grandi risorse idriche, alle quali si appoggia il sistema urbano destinato altrimenti a esaurire le proprie riserve. Nelle nostre terre, seppur scarsamente coltivate e nelle mani dei costruttori edili, la produzione agricola è in regolare aumento. Mi chiedo allora se convenga continuare a dipendere da pesticidi, fertilizzanti e OGM per raggiungere i nostri obiettivi, alimentando un concetto malsano di agricoltura. Ho fatto molti viaggi in Europa e lì i metodi sono stati modernizzati. Questo, però, non ha frenato le coltivazioni che, anzi, sono ancora magnifiche e ben tutelate. Quando arriveremo a questo in Cina, sarà un traguardo straordinario. Per un architetto, sarebbe un progetto di ricerca davvero ragguardevole.

Pur lavorando a piccola scala, ragiono ad ampio respiro. Tutti cercano di sapere che tipo di lavoro svolga dopo il Pritzker. A dir la verità, la preservazione rurale mi affascina da tempo. È una sfida enorme che è impossibile vincere dall’oggi al domani. La cultura della campagna sta scomparendo in fretta ed è allarmante: perdere il nostro passato significa non avere un futuro. Dal 2012, conduco ricerche approfondite, assieme ai miei studenti, in 200 villaggi della provincia di Zhejiang. Più scendo nel dettaglio, più la mia preoccupazione sale. La nostra concezione del mondo non prende ancora in seria considerazione le campagne; sebbene spesso si affermi di proteggerle, facciamo davvero poco, limitandoci al massimo a costruire luoghi di convivio come gli agriturismi. La prima cosa da fare sarebbe analizzare lo stato dell’arte: ad oggi, quanti villaggi di campagna sono abbandonati, ancora in costruzione, lasciati a metà o appena cantierizzati? Sarebbe come un censimento, con tanto di dettagli su edifici, fotografie, mappature etc. Oltre a ciò, dovremmo lavorare anche da un punto di vista sociologico, esaminare la situazione demografica e il modello economico. Prima di agire bisogna capire cosa si ha davanti; è il modo, per me, più semplice di fare le cose.
Da quando sono progettista, considero anche le relazioni tra la preservazione rurale e la pratica architettonica. In particolare, mi interesso dei metodi e dei materiali della tradizione costruttiva cinese, applicati alla realizzazione di nuovi edifici. È un lavoro di ricerca che mi accompagna in quasi tutti i progetti, il cui risultato viene sempre condiviso con i miei studenti, volendo promuovere tra loro questo modus operandi. La sola analisi della tradizione non consente una sua assimilazione: solo vivendola e capendola la si può fare propria. Una volta raggiunto questo traguardo, si può allora iniziare a discutere su come migliorare le tecniche tradizionali, adattandole alla società contemporanea. In laboratorio, portiamo avanti studi scientifici sulle tipologie di prodotti agricoli, pensando a come combinarli con strutture in calcestruzzo e acciaio, a come far evolvere i sistemi costruttivi, tenendo conto di normative e regolamenti etc. Il lato romantico e poetico del lavoro non può vivere senza una metodologia pragmatica.
Il significato di preservazione rurale non si limita alla salvaguardia degli edifici. Tutelare la campagna significa proteggere il rapporto pacifico e armonico tra uomo e ambiente, un tema cruciale per il futuro della Cina. Come far coabitare 1,4 miliardi di persone nel comfort e senza ricorrere ai modelli residenziali convenzionali ad alta densità? Qui entra in gioco la cultura tradizionale. Seguendo quella cinese, per esempio, le persone possono vivere in armonia anche in luoghi congestionati. Basta attingere dagli antichi insegnamenti filosofici, secondo cui è necessario mantenere un cuore gentile e umile. Nella campagna più remota, con tutti i suoi svantaggi, ci sono persone sedute davanti a casa che ti guardano col sorriso. La miseria non li rende fuorilegge, questo è il potere della cultura.
Oggi, quasi tutti gli eruditi e i centri di formazione si stanno spostando in città. Un tempo, invece, i ministri e i governatori, una volta portato a termine il proprio ruolo pubblico, si ritiravano in campagna e si dedicavano all’insegnamento nelle scuole. Questo perché allora i villaggi, al contrario di oggi, erano centri di sapere maggiore rispetto ai centri urbani. Oggi la città è il tempio degli affari, ma non rappresenta il contesto abitativo ideale, che è in campagna. Il modello tradizionale della società cinese è infatti un’eccellenza e sarebbe la risposta ideale agli interrogativi sullo sviluppo ecosostenibile del nostro pianeta. Questo è il motivo principale per continuare a esplorarne la cultura, domandandosi come reintrodurla nelle nostre zone agricole e come migliorare la qualità dell’istruzione in campagna. Il processo di urbanizzazione non può limitarsi a riportare i contadini nelle aree rurali, ma presuppone un lavoro onnicomprensivo, che prevede l’insediamento di un numero cospicuo di figure erudite in campagna.

Al tempo stesso, non trascuro la progettazione in città, anzi esploro nuove possibilità di urbanizzazione. Cerco di migliorare la ricostruzione di un tessuto ormai privo del suo substrato culturale. Il modello su cui mi concentro è quello di una città contemporanea, lontana da convinzioni estetiche soggettive e da interessi personali, in cui architettura tradizionale e natura coesistono. Qual è l’essenza della città cinese e il significato della cultura locale? La risposta si trova nella radicata cultura urbana cinese, che deve fungere da modello per la pianificazione delle nuove città.
A chi mi chiede un’opinione sulla velocità della progettazione urbana cinese, rispondo che gli edifici costruiti per fini commerciali non sono altro che enormi manifesti pubblicitari che con l’architettura hanno poco a che vedere. Quindi, cosa significa fare architettura? Significa proteggere la terra e noi stessi. Non bisogna seguire le effimere trovate commerciali, bensì il solco della progettazione tradizionale e del suo fine più ultimo, ovvero la tutela. Fare architettura vuol dire creare, è un’attività di sforzi e ragionamenti in un sistema estraneo a ogni tipo di teorema astratto o scritto su libri… questa è la tradizione architettonica cinese, padroneggiata non solo dalle élite ma anche dagli artigiani non eruditi. La formazione architettonica contemporanea, invece, che dovrebbe essere di qualità superiore, non fa altro che “togliere” gli studenti d’architettura dalla campagna e dai cantieri, confinandoli in uffici e mettendoli a lavorare sui disegni. Tutti questi edifici progettati con stile esprimono il desiderio di emergere, ma perdono il valore originario del fare architettura. A mio avviso, è un segno di declino culturale del nostro mondo.
Molti interventi residenziali seguono le indicazioni di imprese edili, quindi un fine economico che ignora colori e stili locali. Chi abita nelle gated communities è protetto da sistemi di sicurezza che isolano dal mondo. Sono tanti feudi nella stessa città, sono la disintegrazione della vita e dell’armonia di quartiere, sono una realtà preoccupante che va espandendosi a macchia d’olio nel paese.
La Cina deve invece essere più aperta per capire cosa succede davvero fuori dai suoi confini. Ciò che di vero abbiamo appreso negli ultimi anni non incontra l’immagine contemporanea del mondo. Siamo unicamente concentrati a creare nel modo più veloce possibile un paese forte, dal grande potere economico. Una pianificazione architettonica sensata non è solo dare una casa alle persone, ma rispecchiare le qualità e gli ideali della cultura urbana e mantenere vivi i valori della società. L’ambiente attorno a noi ci propina false culture che danno vita a convinzioni e idee fallaci, quando invece, a mio avviso, la nostra cultura è qualcosa di speciale che riflette una filosofia complessa, sviluppata nei secoli, che ci permette di vivere in armonia con la natura. Se da un lato è opinione comune ritenere i valori tradizionali cinesi molto più importanti rispetto al resto, dall’altra nessuno pone attenzione ai contenuti. L’idea fondamentale che sta alla base delle antiche filosofie è insegnare alle persone come osservare e apprendere dalla natura; c’è sempre una regola per noi umani che ci insegna a crescere liberi come i fiori e gli alberi. L’architettura tradizionale rivela la propria straordinaria bellezza nel tempo, essendo la sua concretezza più vicina all’essenza della terra, piuttosto che alla precarietà delle opere umane.

Identificarsi con la natura significa avvicinarsi alla sua reale bellezza. La pace di chi vive in montagna, tipica dei dipinti dei paesaggi cinesi, mostra una perfetta integrazione tra cultura e natura. Lo stesso dovrebbe accadere in città. Mentre i modelli occidentali riflettono una gerarchia culturale ramificata, le città cinesi dovrebbero prestare più attenzione alle relazioni orizzontali, tra cui il dialogo tra architettura e ambiente. Nei dipinti cinesi di paesaggio, dove regnano catene montane e corsi d’acqua, il costruito occupa solo una piccola parte. In questo contesto, l’architettura è lo spazio per l’attività umana, un “sottolivello naturale” privo di particolare rilevanza, come gli alberi e le rocce. Questa relazione, generalmente definita “integrazione tra uomo e natura” e oggi fin troppo abusata, sfocia nella necessità di preservare il nostro habitat. Tenendo conto di queste premesse, è quindi fondamentale che gli uomini imparino a moderare le proprie ambizioni.
I metodi tradizionali cinesi di costruzione hanno da sempre a cuore l’ambiente, per esempio attraverso il riutilizzo dei materiali. In questo modo, l’architettura ha imbastito con la natura un ottimo rapporto che, però, la realtà dei fatti sta distruggendo. Le motivazioni che ci spingono a investigare la tradizione non sono dunque riconducibili solo a una semplicità nella progettazione, ma ambiscono a creare un mondo nuovo dove specie umana, animale e vegetale siano protette. L’architettura avrà dunque una vita di relazioni ad ampio respiro. Il momento in cui un edificio viene completato non dovrebbe coincidere con il culmine della sua esistenza. Immaginiamolo tra dieci anni, con le pareti rivestite da muschio e il tetto ricoperto di un verde lussureggiante: solo allora l’architettura sarà in armonia con la natura. Quegli edifici splendenti, che trasmettono freschezza e innovazione appena costruiti, perderanno presto tutto il proprio fascino.
Non dovremmo eccedere in sicurezza di fronte alla natura. Oggi la società si pone in maniera ottusa, ignorando quella consapevolezza dei limiti umani tipica delle generazioni passate: il rispetto e il timore facevano sì che non si andasse oltre la propria sfera di competenza. Non era sintomo di debolezza, bensì segno di serietà e rispetto. Ammettere i propri limiti aumenta infatti le possibilità di dare vita a un “altro mondo”, ampliando il proprio spazio d’azione. Progettare seguendo principi ecologici significa allontanarsi da un modello unico e reiterato di paesaggio, atteggiamento diffusosi con l’avvento della globalizzazione. La tradizione non è riducibile a simbolo, ma è anzi uno strumento per rendere i luoghi e gli ingredienti dell’architettura qualcosa di volta in volta unico, plasmato sulla base del contesto storico. Sviluppare la propria consapevolezza e appoggiarsi con sicurezza alla cultura tradizionale permette di resistere alle influenze dell’industrializzazione. È importante capire come creare il giusto equilibrio. Spostandosi tra le campagne, ogni zona ha un suo carattere, un suo dialetto e un suo linguaggio architettonico peculiare. Questa è la vera cultura.
L’evoluzione dello stile contemporaneo è la conseguenza dei diversi contesti culturali. Tutti oggi parlano di globalizzazione, ma come possiamo riconoscere la nostra identità culturale e trovare il nostro posto nel mondo? Urge trovare una risposta; altrimenti, ci abbasseremo al livello più basso della globalizzazione.
La tradizione non si identifica con “il peso della cultura”, ma è un valore assolutamente integrabile con la modernizzazione. Sarebbe infatti una banalità ridurre la tradizione a ciò che c’era ieri e il moderno a ciò che sarà domani. Il moderno deve trarre insegnamento dal contesto tradizionale, quantomeno cercando un equilibrio armonico.
Preservare la tradizione non è uno scopo fine a se stesso, ma serve per portare avanti epoche passate e recuperare lo stile tradizionale, inserendolo in un contesto urbano e locale. Questo è il motivo per cui dò sempre importanza al lavoro sui modelli architettonici e alla ricerca.
Dal punto di vista della cultura tradizionale, l’edificio ha un ruolo e significato primari. L’oggetto architettonico non è un semplice esemplare artistico, proprio per l’influenza che esercita sull’uomo, potendo sia disgregare sia favorire l’armonia di una società. Oggi, l’architettura si confronta con gli imponenti cambiamenti e scenari della Cina; tutte le problematiche sociali sono percettibili nella progettazione e, di conseguenza, l’architettura dovrebbe esercitare il proprio potere per cercare di risolverle. Fare architettura non dovrebbe essere un’azione celebrativa bensì salvifica, per migliorare la città. Demolire l’eredità del passato significa sciogliere i legami con la storia, rendendo la preservazione delle poche culture rimaste un’operazione sempre più complessa.

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