Progettare con l’Africa | The Plan
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Progettare con l’Africa

Peter Rich Architects

Progettare CON l’Africa è tutt’altro rispetto a progettare PER l’Africa. Il CON rimanda a un processo che implica impegno e attenzione nei confronti dei destinatari. Progettare PER l’Africa è un’operazione spesso svolta altrove, in un altro continente, in una cultura distante da quella finale.

Questo editoriale rappresenta un’opportunità dal tempismo perfetto (ho appena compiuto i 70!) per uno sguardo retrospettivo sulla mia carriera che mi ha chiarito quanto l’approccio “in collaborazione” abbia informato il mio fare architettura in Africa oggi.

 

Gli anni dell’Apartheid (1964-1994)

Iniziai gli studi di architettura a metà degli anni ‘60, quando l’oppressione dell’Apartheid era al culmine. Preoccupazioni e domande sull’ingiustizia nella nostra società mi portarono a ricercare un’architettura umana, che affrontasse le istanze sociali e responsabilizzasse le persone. A quel tempo, insieme ad altri colleghi sudafricani che la pensavano come me, divenni fin troppo consapevole del potere dell’architettura con un fine sociale. Imparammo che potevamo e dovevamo giocare un ruolo significativo, mettendoci a disposizione di un’utenza più ampia, quel 95% di persone nel mondo che vivono in situazioni svantaggiate.

Sostenni il Movimento degli Architetti contro l’Apartheid e il boicottaggio sportivo. Pagai a caro prezzo questa presa di posizione, fui escluso dalle finali delle Olimpiadi del Messico (ero un ostacolista a livello mondiale) e discriminato nella mia professione. Quell’attivismo mi spronava verso un cambiamento.

All’epoca, Pancho Guedes (il “Picasso dell’architettura africana”) era all’apice della sua poliedrica carriera in Mozambico. Il suo lavoro e i suoi insegnamenti aprirono i miei giovani occhi e la mia mente all’Africa e al suo genio creativo. La sua abitudine a realizzare laboratori d’arte aperti alla comunità lo aveva messo in contatto con artisti naif. Valorizzò i luoghi e gli spazi in relazione al modo in cui venivano creati dalle culture rurali. La mia ammirazione per lui stimolò il mio fervore da attivista, e mi portò oltre i confini urbani a osservare le culture dell’Alto Veldt sudafricano. Un lavoro sul campo, speso a documentare case e insediamenti, pratiche rituali e quotidiane, che mutò radicalmente il corso e la direzione che avrei preso come architetto all’interno del mutevole contesto africano.

E mi fece scendere dal mio piedistallo professionale, mi insegnò a rispettare le culture diverse dalla mia, a imparare da esse. Mi fece desiderare di lavorare CON chi è diverso! Fece spazio alla consapevolezza nei confronti della mitologia di un popolo: il suo credo, la visione del mondo e il legame con la terra. Mutò e ampliò la mia visione spirituale, aprendomi verso altre modalità di pensiero. Iniziai ad apprezzare la diversità e la ricchezza delle altre tradizioni.

Compresi che non è necessario andare fino a Roma per prendere dimestichezza con le Belle Arti o il Classicismo. Lo si può fare qui, in Africa, tra le donne contadine, la cui competenza architettonica sugli straordinari sistemi di misurazione e composizione deriva dalla pratica rituale di adornare il proprio corpo e la propria casa. Seduto tra gli insediamenti Ndebele, disegnavo e documentavo diligentemente ogni cosa - catturando spazi e persone - e così imparai come le forme dei muri, dei padiglioni e delle corti si accordassero, nel più sofisticato dei modi, con la crescita progressiva della famiglia.

 

Costruire lo spazio africano. Esperimenti di progettazione contemporanea in Sudafrica

Mi vengono in mente due lavori tra loro fratelli, costruiti nello stesso periodo: la Westridge House (1982-1985), che era ed è ancora la mia casa con giardino, e il centro commerciale Elim (1978-1985), nato dall’iniziativa di un medico africano che voleva costruire una struttura per la sua gente, nel lontano nord del nostro Paese. Questi due progetti (“il duro lavoro” della township africana), insieme a due case per vacanze, mi hanno permesso di sperimentare e applicare alcune delle lezioni che avevo imparato sullo spazio africano, fondendole in un linguaggio più contemporaneo.

Il centro commerciale Elim (e il successivo lavoro nelle township) fu intrapreso “clandestinamente” in circostanze politiche difficili, nel forte fermento della resistenza contro l’Apartheid. A Elim mi feci le ossa e appresi l’importanza del risvolto sociale in un progetto comunitario: il processo era quasi più importante dell’edificio stesso.

 

Progettare case

Da un lato iniziò a radicarsi in me un linguaggio architettonico ibrido, dall’altro si fece strada un senso di responsabilità e una disposizione verso il costruire (ho realizzato casa mia con manodopera non qualificata, istruita da me). Sotto il profilo spaziale, la Westridge House esplora, nell’articolazione degli ambienti, l’idea eurocentrica di Raumplan, integrata con osservazioni Ndebele sull’estensione diagonale dello spazio. Padiglioni separati e collegati definiscono l’esterno e le sequenze di ingresso. La House Kemp (una delle case di vacanza sulla spiaggia) è organizzata in tre padiglioni indipendenti che tracciano un patio e due cortili esterni, illuminati rispettivamente di mattino e pomeriggio. Un esempio per antonomasia di riproduzione del modello Tswana/Ndebele di vuoti e pieni, disposti secondo uno schema a scacchiera. Anche in questo caso, la sua costruzione ha aiutato economicamente i muratori locali.

 

Il duro lavoro

Dopo il “duro lavoro” durante l’Apartheid, si susseguirono opportunità post-democratiche di partecipare a iniziative di turismo culturale. Nuovi progetti che consentirono un coinvolgimento diretto nel “narrare le storie di questi popoli, fino ad allora sconosciute”. 

Si posero le basi per un’opera di salvaguardia dell’eredità culturale, dandomi nuova consapevolezza di un contesto allora inedito, con il popolo africano favorevole alla nascita di un nuovo Sud Africa. Quello stesso popolo africano che, afflitto dall’oppressione razziale, non fu libero di accedere al sistema capitalistico. Ma sono proprio i periodi di lotta e difficoltà a impartirci le lezioni più grandi; come guadagnarsi la fiducia delle comunità locali mentre si cerca di ricucire lo strappo tra queste e le amministrazioni territoriali. Un lavoro e un contesto di grande stimolo.

 

La democrazia sudafricana post 1994 - Un nuovo inizio

Gli interventi a favore dell’eredità culturale, spesso parte di un progetto accademico più esteso, divennero la nostra attività principale. Due progetti realizzati in zone rurali e tre in ambito urbano illustrano al meglio il processo lavorativo CON l’Africa di quel tempo. Il centro comunitario e culturale Bopitikelo, presso il villaggio di Molatedi (nella Provincia del Nordovest), sottolinea come una simile iniziativa possa fungere da motore per formare i senza lavoro, creare industrie satellite e nuove fonti di reddito. Per la sua costruzione venne selezionato e istruito un gruppo di lavoro eterogeneo, equamente ripartito per età e sesso. Le coperture sono state realizzate in paglia, i mattoni con un impasto di cemento e terreno locale. Anche in questo caso, un progetto parte di un’iniziativa più estesa e dal forte peso specifico.

Il museo della comunità di Bakgatla Mphebatho nel Pilanesberg ha previsto un processo di progettazione, costruzione ex novo e riqualificazione, con il coinvolgimento della comunità sia per pianificare e realizzare l’edificio, sia per la curatela dell’esposizione.

I due progetti di township a Johannesburg - l’Alexandra Heritage Centre e il complesso residenziale Riverpark (ispirato a tipologie di case ampliabili) - sono architetture amate dalle comunità per cui sono state concepite. Per quale motivo? Credo in parte sia dovuto alla partecipazione dei cittadini a tutti i livelli, il che dà un senso di proprietà. Il progetto si fonda sulla responsabilizzazione, l’architettura non è frutto di imposizione. Ritengo che questi due interventi e quello del Children’s Owned Centre di Thulumtwana (nei terreni delle discariche abusive a ovest di Johannesburg) siano il punto più alto della mia carriera, con risultati veramente positivi per le comunità coinvolte.

 

Il 2007, un anno di svolta per la mia carriera. La città di Mapungubwe e le avventure come libero professionista per la prima volta nella Grande Africa

Quando all’inizio del 2007 abbiamo vinto la competizione nazionale per il Mapungubwe Interpretation Centre, ci si è offerta una grande opportunità e una vera sfida. In parallelo, eravamo stati contattati per dirigere un team ruandese per la progettazione di un complesso amministrativo a larga scala a Kigali. Due impegni difficili, che mi hanno indotto al pensionamento anticipato dopo 30 anni di insegnamento come professore a contratto, con una cattedra alla Wits University School of Architecture. Il che mi ha portato a esercitare la libera professione a tempo pieno, il mio sogno da sempre.

 

La mia avventura professionale nel continente africano

Era arrivata l’opportunità di mettere in pratica ciò che avevo acquisito e che stavo assimilando sulla creazione dello spazio in Africa e su come lavorare per la prima volta oltre i confini nazionali in un contesto professionale, entrando in contatto con il grande continente africano. L’incontro con altre culture, in tutta la loro ricchezza ed eterogeneità, accrebbe ancor più il mio interesse per lo spazio, e mi permise di constatare una veloce estinzione dell’architettura vernacolare. Le circostanze vollero che il mio primo contatto avvenisse con gli insediamenti delle popolazioni dell’Africa Orientale e Centrale (i Ruanda, i Masai, gli Hazda, l’etnia Kush della Tanzania e la popolazione Tigrè dell’Etiopa), seguito da quelli delle tribù dell’Africa Occidentale (i Dogon, i Bambara e i Berberi della catena marocchina dell’Atlante).

In molte di queste situazioni ho agito soprattutto da osservatore esterno. Peter Rich IN Africa, non CON l’Africa. Quello che potevo fare era disegnare e osservare per acquisire un certo grado di comprensione. Una situazione destinata a mutare con l’arrivo di un nuovo incarico, che mi richiedeva di lavorare con comunità e autorità locali, in Etiopia e in Ruanda. Questo mi ha dato l’opportunità di iniziare a lavorare CON la popolazione di un’altra cultura, beneficiando di un’esperienza di apprendimento reciproco. Nel 2008 ho conosciuto Tim Hall, architetto venuto a lavorare come consulente nel mio studio di Johannesburg, il Peter Rich Architects. Prima di iniziare effettivamente a lavorare, ci siamo incontrati e confrontati per diversi giorni. Credo che Tim riconoscesse e apprezzasse i punti di forza e l’integrità del nostro lavoro, la ricerca sullo spazio africano, e fosse affascinato dagli edifici che stavamo costruendo in quel periodo - la fine del 2008 -: l’Alexandra Heritage Centre e il Mapungubwe Interpretation Centre.

In precedenza partner della sede londinese di Feilden Clegg Bradley Studios, Tim portò con sé una nuova energia e un nuovo punto di vista. Grazie al suo talento progettuale e al suo approccio critico, il nostro studio ha ampliato il dialogo e il dibattito architettonico, impostando concetti quali sostenibilità e basso consumo energetico come principi etici su cui fondare il nostro lavoro. Tim e io abbiamo lavorato insieme intensamente per oltre tre anni, portando a casa una mole ingente di progetti, in rapporto a un piccolo studio come il nostro. Siamo arrivati a progettare e realizzare, oltre a due interventi di alto profilo per il governo ruandese (riservati e quindi non pubblicabili), il masterplan tematico di Aksum, nella provincia del Tigrè in Etiopia e quello per Ramciel, nuova capitale del Sudan del Sud, che ci hanno impegnato a fondo. Eravamo fieri del lavoro svolto ad Aksum, oggi ancora in fase di implementazione: stavamo effettivamente riportando la vita nella città più antica a sud del Sahara. Al tempo stesso, attraverso una serie di proposte e idee per una nuova capitale verde e sostenibile nel Sudan del Sud, stavamo cercando di capire come estendere i concetti di spazio africano a scala macro-urbana.

Mio figlio maggiore Robert, laureatosi architetto, è entrato nello studio, collaborando con me e con Tim, dando un forte contributo e segnando passi avanti sul nostro lavoro per l’Africa per oltre sette anni. Si è occupato della mia retrospettiva “Learnt in Translation”, mentre Tim ha pensato a come configurare l’esposizione (un layout nato anch’esso da un concetto spaziale africano di origine vernacolare). Mio figlio stava celebrando il mio passato; una sensazione bellissima, che mi ha riportato alla mente progetti, interventi e ricordi di cui ormai non avevo più memoria. In seguito, Robert ha fondato il suo studio, con suo fratello minore Rogan Rich e con Shawn Labuschagne. Ancora oggi ci interfacciamo e collaboriamo regolarmente.

 

Il Mapungubwe Interpretation Centre (2007 - 2010)

L’esperienza con le comunità africane ha dato un forte peso specifico al nostro progetto per il concorso a Mapungubwe, rivelandosi la chiave di volta per la vittoria. La presenza di africani all’interno della committenza e in giuria ha portato il cliente, SANparks, ad assumersi il rischio di puntare su un piccolo studio e realizzare una struttura davvero insolita. La sua costruzione è stata un miracolo e la testimonianza del coraggio di chi ci ha scelto. 

Il progetto (The Plan 043) si basa su un’architettura capace di trasmettere la sacralità della penombra, riproponendo l’esperienza di una caverna. Quasi per un gioco del destino, Issy Benjamin (ex architetto sudafricano di grande fama negli anni ‘60) stava creando a Pines Calyx - vicino a Dover in Inghilterra - due volumi che si intersecavano, coperti da altrettante cupole verdi. Sapendo della mia intenzione di realizzare una struttura che richiamasse alla mente la grotta, mi ha presentato due ingegneri molto validi, della MIT School of Architecture, che stavano sperimentando l’uso di volte catalane per il suo progetto: Michael Ramage e il suo tutor universitario, il Prof. John Ochsendorf. I due, affiancati dal capomastro neozelandese James Bellamy (che si stava perfezionando proprio con le volte di Pines Calyx), sarebbero andati a comporre il team creativo con cui lavorammo a Mapungubwe.

Grazie a dei fondi di sostentamento, abbiamo coinvolto alcuni disoccupati locali, impartendo loro una formazione come muratori e insegnando loro come fabbricare mattoni con terra e cemento. Il progetto è stato un connubio perfetto tra formazione lavorativa, creazione di reddito e incontro con la comunità. Il risultato ha soddisfatto tutti; persino la manodopera meno qualificata lo ha sentito proprio. Il Mapungubwe Interpretation Centre è stato nominato “The World Building of the Year” nell’edizione 2009 del WAF. Una notizia che ha cambiato totalmente le carte in tavola. Tuttavia, la nostra reazione come studio è stata quella di non volerci espandere, ma anzi rimanere piccoli, focalizzandoci sulla qualità e non sulla quantità. L’Earth Pavilion di Londra, presso la Lancaster House, è stato realizzato in soli 14 giorni, con mattonelle realizzate a partire da terreno estratto localmente, dando vita a un’architettura semplice ma bellissima nel giardino del Principe Carlo. L’interior per uffici della FR-2 di Chicago (The Plan 072) ha visto la realizzazione di un soffitto a volta - scelta che ha dato grande dinamicità allo spazio - creato utilizzando la terra della fattoria dello stesso committente. Una grande sfida e opportunità di innovazione, con processi di modellizzazione computazionale e fabbricazione che ci hanno consentito di creare uno spazio accogliente, personale e con un tocco di artigianalità. Tim, Michael e io ci siamo impegnati a lavorare in collaborazione, sia per la progettazione sia per l’ingegnerizzazione di questi nuovi “esperimenti”, sfruttando al meglio le nostre abilità individuali. Sebbene entrambi i progetti siano stati realizzati in paesi sviluppati, il nostro modus operandi non ha mai perso il contatto con le esperienze passate in terra africana.

 

Light Earth Designs 2012

Nel 2008, dovevo lavorare come consulente tecnico per il Dipartimento di Urbanistica del Comune di Kigali. Il mio compito era fornire soluzioni abitative sostenibili per una futura prima generazione di “cittadini urbani”. Da africano, ero fin troppo conscio delle sfide che il continente ti pone dinnanzi nel suo processo di sviluppo. Nel 2011, Tim Hall si è trasferito in Ruanda, un fattore essenziale per la fondazione a Kigali di un nuovo studio, il Light Earth Designs, che da oltre tre anni è una fucina di idee, sfide e progetti stimolanti. Siamo molto orgogliosi di quanto fatto sotto la leadership di Tim, con l’assistenza di Anton Larsen e il supporto di Michael Ramage.

Un piccolo flashback. Sei anni fa abbiamo iniziato a concentrarci sul futuro, mettendo in primo piano l’aspetto sostenibile nei nostri progetti. Nello stesso periodo, lavorando alla creazione di una nuova capitale per il Sudan del Sud, ci confrontavamo con le sfide della progettazione delle città africane. Lo studio Light Earth Designs, che oggi ha sede a Kigali (Ruanda) e a Cambridge (Regno Unito), vedeva me, Tim Hall e Michael Ramage come partner co-fondatori. Tim e Michael hanno grande competenza sulla sostenibilità in campo architettonico e ingegneristico, dovuta alle loro precedenti esperienze. In quel periodo, l’incombere in Sud Africa di una crisi energetica - sulla scia di quanto avvenuto in Europa alcuni decenni prima - impose a noi professionisti di orientarci verso soluzioni basso-emissive per gli edifici. Un problema, quello della dipendenza da energie esauribili, a cui il paese non aveva mai posto rimedio; a differenza del Ruanda, le cui politiche ambiziose e lungimiranti, mirate a sviluppare un’economia stabile e indipendente dai combustibili fossili, hanno messo al primo punto in agenda i progetti infrastrutturali con energie rinnovabili; quest’anno, per esempio, sono stati ultimati diversi sistemi fotovoltaici, fornendo energia pulita e rinnovabile a migliaia di famiglie.

Il nostro studio a Kigali si concentra su due temi: tecnologie e comunità sostenibili. Data la lontananza e l’assenza di sbocchi sul mare, il Ruanda dipende fortemente dalle merci trasportate via terra dai porti di Mombasa e Dar es Salaam, il che comporta costi ingenti ed elevate emissioni di CO2 per importare le materie prime. Il paese si sta sviluppando e urbanizzando in fretta e c’è una forte pressione per costruire velocemente e su larga scala, nonostante la limitata disponibilità di materie prime. Nel cercare un’alternativa all’inevitabile bassa qualità o agli alti costi di importazione, abbiamo messo in primo piano la ricerca e la costruzione pioneristica di soluzioni tecnologiche prodotte in sito, utilizzando materiali reperibili in loco. Una grande eco-house per dirigenti (Bralirwa House), una piccola abitazione (Rebero House) e una torre multifunzionale nel centro città (l’edificio Sole Luna) sono progetti che propongono uno scheletro infrastrutturale in eucalipto lamellare, proveniente dalle foreste a gestione sostenibile presenti in vaste piantagioni di tè, dove serve per l’essiccazione a vapore. Altri lavori e ricerche esplorano l’uso dell’argilla - presente in abbondanza - cotta in fornace bruciando prodotti agronomici di scarto. In altri ancora, proponiamo l’uso dei gusci di riso - come combustibile - per realizzare mattoni, solai e coperture in tegole. Siamo inoltre a stretto contatto con un fornitore di pannelli realizzati con scarti agronomici e prodotti a emissioni zero, soluzione ideale per realizzare abitazioni a basso costo (vedasi il masterplan Akuminigo per la città di Kigali).

L’ennesimo progetto che testimonia un passo avanti del nostro lavoro pionieristico è il Rwanda Cricket Stadium di Gahanga, un semplice stadio da cricket con volte catalane dallo scheletro sottile in mattoni a impasto misto (cemento e terra). La struttura, adatta a un contesto sismico, verrà realizzata da manodopera locale non specializzata, selezionata in collaborazione con il programma di protezione sociale del Ruanda. Sempre in questo paese, per una chiesa a Gahini, abbiamo proposto una soluzione che va ancora oltre nello studio e nella sperimentazione degli archi e delle loro forme: qui, l’applicazione di mattonelle in argilla per le volte catalane dona alla struttura un senso di gravità e di sospensione.

In questo contesto, i nostri edifici rappresentano per noi un prototipo, il frutto delle idee e delle ricerche tecnologiche che auspichiamo porteranno il Ruanda a una maggiore autonomia e stabilità economica. Già oggi, questo paese è di gran lunga il più popolato nel continente e registra una rapida crescita demografica e di densità urbana. Tuttavia, come in gran parte dell’Africa, anche qui le strutture residenziali dignitose per la classe media sono carenti. La morfologia collinare del Ruanda presenta inoltre grandi sfide in termini di pianificazione e infrastrutture; è importante che ogni spazio adatto alla costruzione sia sfruttato con efficienza e raziocinio.

A livello politico, il paese si è posto l’obiettivo di creare circa 300 mila nuove case da qui ai prossimi vent’anni. Il Ruanda è ben consapevole che la presenza di abitazioni a prezzi accessibili è l’ingrediente essenziale per il successo di una città rivolta al futuro che ambisca a diventare un centro urbano di riferimento per l’Africa orientale nei settori secondario e terziario. Kigali è già in cammino per raggiungere questo traguardo. Ciò che stiamo facendo noi a livello urbanistico, con lavori e proposte all’avanguardia per quartieri sostenibili, si fonda sulla proposta di insediamenti efficienti ad alta densità, capaci di rispettare gli usi, i costumi e le tradizioni abitative del paese. È un’opportunità per integrare le nostre ricerche e il nostro bagaglio di esperienze, incanalando il tutto in un approccio sistematico. Non ci focalizziamo solo sul problema energetico, ma lo convogliamo all’interno di strategie progettuali sensibili anche alla raccolta dell’acqua piovana e alle costruzioni a basso impatto, per combattere la scarsità idrica e ridurre la vulnerabilità di fronte alle precipitazioni. Per il progetto “Building Neighbourhoods” abbiamo collaborato con il Community Design Centre dell’Arkansas University, al fine di creare maggiore prosperità economica. Ci interessiamo della qualità degli spazi esterni (strade, cortili e parchi), ma soprattutto proponiamo ambienti vivaci, con aree multifunzionali e pedonali, che offrano opportunità di sostentamento e agevolino la coesione sociale anche tra ceti diversi (Batsinda 2 - Masterplan per RSSB, MINIDEF, Horizon Group e il comune di Kigali).

Il contesto professionale in Ruanda è stimolante, sebbene imponga il confronto con sfide importanti. È un piccolo paese con risorse e capacità limitate, che però sta riuscendo a mettere in primo piano e a implementare con successo alcune ambiziose politiche di sviluppo. Il nostro ruolo di professionisti non è tanto quello di studio di progettazione e ingegneria, quanto quello di partner di figure in campo accademico e governativo che condividano la stessa visione e energia. Di recente, abbiamo avuto l’onore di essere coinvolti in un progetto di sviluppo di capacità a livello distrettuale e ministeriale con il Ministero del Commercio che, attraverso nuove politiche, ha concorso alla creazione di una strategia nazionale per espandere la produzione locale di materiale per le costruzioni.

Lavorare con persone che hanno energia e passione dà grande stimolo e dovrebbe essere d’ispirazione per altri paesi africani. Lasciamoci tutti quanti ispirare dal Ruanda e seguiamone l’esempio nel prendere di petto il futuro, in tutte le sue difficoltà e sfide.

 

L’eredità culturale come mezzo di comunicazione del genio africano

Il nostro lavoro si fonda sullo studio, la valorizzazione e la trasposizione delle lezioni imparate dall’Africa vernacolare. Raccontare, attraverso progetti tangibili, di storie mai narrate in passato e di popoli repressi (la democrazia sudafricana post 1994), ci ha permesso di applicare queste idee in un contesto nuovo e democratico. I successi di Aksum e di Mapungubwe ci hanno donato credibilità. Oggi, ci troviamo dinnanzi a nuove opportunità, meravigliose ed eccitanti, collaborando con contractor su progetti locali e nazionali, parte del paesaggio e patrimonio culturale africano. Come il museo di Ngorongoro, in Tanzania, situato nel sito di Laetoli, dove sono conservate impronte fossili di ominidi risalenti a 3,6 milioni di anni fa. Ma anche il Kanniedood Griqua Museum di Kranshoek, il Sam Nzima Iziboko Museum and Gallery ad Hazyview, e l’Amazwi Womens Museum nella provincia di Natal, tutti in Sud Africa.

Peter Rich Architects e Light Earth Designs lavorano con l’obiettivo di portare, con i loro progetti, all’attenzione mondiale la storia del genio africano, passato e presente.

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#Peter Rich  #Africa  #2015  #Peter Rich Architects  #Editoriale  #The Plan 083 

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