Ascoltare: l’orizzonte e la geografia | The Plan
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Ascoltare: l’orizzonte e la geografia

Massimiliano & Doriana Fuksas

Viviamo oggi in una società dove arrivano grandi quantità di informazioni trasmesse a ritmi frenetici. La nostra quotidiana attività di ascolto è “compromessa” dall’abitudine a fare più cose contemporaneamente.

Ascoltare va oltre il semplice udire o sentire. Ascoltare vuol dire accogliere ed assimilare quanto proviene dall’esterno per poi elaborare il significato e quindi diffonderlo arricchito del proprio contributo personale.

Italo Calvino parlando dell’udito, ovvero dell’ascolto, porta un esempio significativo. Un uomo potente prende il potere e diventa re. Da quel momento decide di non muoversi più dal suo trono proprio per la paura che qualcuno, anche fisicamente, lo possa spodestare ed assumere così il suo ruolo. Il suo potere diventa in questo modo rappresentazione dell’incapacità di ascoltare, dell’impossibilità di stare nelle strade, vicino alla gente per sentirne la voce. Questa allegoria permette di evidenziare e descrivere la distanza del potere rispetto all’ascolto. Crediamo infatti che il potere allontani dall’ascolto ed è questo il motivo che ci ha sempre spinto a cercare di ridurre al minimo le occasioni per “esercitare potere”. Il nostro terrore è quello di non riuscire più a sentire ed ascoltare quello che ci accade intorno. Per quella profonda angoscia di non sentire più gli umori, i desideri, i piaceri, i dolori e i disastri che nella storia sempre avvengono.

La dimensione dell’ascolto non va confusa con quella della partecipazione. Bisogna vivere tra le persone ed avere come obiettivo la consapevolezza che si lavora per gli altri, per migliorarne la vita. Non per il proprio narcisismo ed egocentrismo. Il pericolo è quello di rendere le proprie creazioni una moda, una parte staccata rispetto alla società e alle sue necessità.

Non crediamo alla partecipazione, concetto demagogico degli anni Settanta, ma siamo convinti che sia fondamentale vivere con gli altri per arrivare a vedere la necessaria sostanza del nostro lavoro. Pensieri, parole, rumori, musiche, per far emergere una voce di dentro, ma basilare per iniziare il processo del pensiero.

L’orizzonte è una parola importante nel nostro lavoro. 
Come sostituire la parola morfologia (troppo ideologica)? 

Si può usare l’orizzonte come sistema dinamico in opposizione alla staticità dell’architettura moderna. Basta pensare alla straordinarietà della tecnica di montaggio adottata nel cinema. Il tempo si accorcia, si assottiglia, diventa un’unità completamente indifferente. È l’accelerazione della tua visione, resa con cadenza musicale. Alfred Hitchcock spiega a François Truffaut nel famoso libro-intervista come faceva cinema. Predilezione per girare tutto in interno in modo da avere la stessa luce assurda, metafisica e iperrealista allo stesso tempo. Solo lui è in grado di rendere le cose così livide, con questi colori perfetti. Poi quel che Hitchcock fa con il montaggio, lo dice lui, è contro i rompiscatole dei cultori del piano sequenza. Questo ci ha fatto capire che l’architettura noiosa, fastidiosa, legata al Realismo, pesante, poteva finalmente immaginare orizzonti differenti.

Basta provare ad ipotizzare che cosa vuol dire fare architettura usando il dolly, cioè quell’attrezzatura che si usa nel cinema, che si alza, si sposta… Partiamo da quota zero, poi cambiamo orizzonte, o meglio non ci accontentiamo di averne uno, lo raddoppiamo, ne vogliamo vedere due, tre... e il rapporto tra questi orizzonti diventa dinamico, scandisce un tempo completamente diverso e scardina la logica classica. Soprattutto in architettura. Allora prendiamo i frammenti, li montiamo, costruiamo quella visione unendo, o sovrapponendo, le parti del discorso per avere un’entità completamente differente. L’immagine viene integrata all’interno di una sequenza. Più sequenze per ottenere l’insieme dei pezzi del sistema di montaggio. Per assorbire quelle emozioni che alla fine vogliamo trasmettere alle persone. Perciò la foto non serve più, con il video è meglio, ma in fondo il modo migliore di rappresentazione è percorrere direttamente gli spazi. 

Tu, dentro lo spazio. Tu, che sei vivo nello spazio. Tu che ritorni ad essere il centro dell’universo.

Wim Wenders sostiene che dopo aver realizzato un film si sente completamente svuotato e ha bisogno di ricaricarsi. Così va al cinema e va a vedere tanti film ma si accorge che dal cinema non nasce cinema. Anche noi potremmo dire che dall’architettura non nasce architettura. La nostra architettura, è chiaro, non può nascere dall’architettura, ha qualche cosa di fisico. Alla fine però reale, virtuale e creazione sono parte integrante di un unico processo. La virtualità è fatta per valutare l’interno di un progetto prima ancora che questo prenda forma. Non solo accelera il processo della realizzazione ma migliora il controllo complessivo dell’operazione e ti regala più tempo per riflettere. L’ispirazione nasce dalla nostra ossessione dell’interstizio. La non-geometria. Ogni oggetto non vuole somigliare a niente di esistente. Non abbiamo mai avuto nessuna attrazione nei confronti dell’aspetto formale. 

 

Il problema è trovare sempre l’anima delle cose.

Osservare, guardare, assimilare quanto ci circonda. Per questo il paesaggio e la geografia sono parti essenziali, sono supporti della nostra esistenza sia quando si tratta del deserto, dell’oceano o di una foresta di alberi. Quando diciamo di voler essere come il vento per accarezzare le chiome degli alberi è per spiegare il nostro desiderio di raggiungere, con l’espressione del lavoro, quella tensione che ha il vento, senza nessuna retorica. Analizzare l’imprevedibilità della natura è una delle migliori occasioni per ascoltare quello che sta accadendo attorno a noi.

In effetti il paesaggio e la geografia sono l’insieme non solo di idilliaci scenari o drammatiche regioni scosse da cicloni o dal sisma, sono la manifestazione degli spostamenti delle persone, del grande fluire. È il contrario della staticità e dell’immobilismo che rappresenta per molti l’architettura. Pensiamo alla complessità delle masse nuvolose. Al tornado o agli uragani, alle altre espressioni estreme della natura. L’architettura scompare al confronto con l’incredibile potenza dell’energia sprigionata dalla luce. La geografia deve ritornare ad essere la sintesi fra l’uomo, la natura e l’economia.

L’architettura è in grado di creare emozioni. L’architettura deve fare propri tutti gli elementi, deve trasformare il luogo. È l’idea guida che porta alla definizione del progetto. Quello che ci ha sempre affascinato è la bellezza dell’assenza della forma, l’imperfezione della bellezza. Ci siamo sempre chiesti come si possa riuscire a fare dell’architettura senza forma, ma complessa. 

Il nostro sogno è che tutti possano avere delle idee, delle passioni, dei sentimenti. Oggi dovremmo impegnarci di più per riuscire ad inventare nuove cose: le certezze sono scomparse. Non dobbiamo cercare uno stile, ma mettere l’uomo, le sue esigenze, le sue passioni al centro del nostro interesse.

Il ritardo nell’assimilazione del fenomeno della globalizzazione ha colto di sorpresa, nel nostro paese, non solo l’ambiente economico, ma anche quello creativo. Il mondo è cambiato ed esige nuove forme di ragionamento, anche in termini urbanistici. Ci sono quattro miliardi di individui che si stanno affacciando al consumismo e almeno il 60 per cento della popolazione che occupa aree urbane. È una nuova realtà con cui siamo chiamati a confrontarci. È dall’analisi della complessità che scaturiscono le scelte appropriate. 

Ma quale futuro ha l’architettura? Onestamente non lo sappiamo e non crediamo in una possibile risposta convincente. 

Crediamo, invece, che quello che possiamo fare è accettare che la città e l’architettura con lei si sviluppi o muoia, e si disperda. 

E poi, se necessario, rinasca.

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