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Essere moderno oggi; cosa ci riserva il futuro?

Christian De Portzamparc

Il linguaggio è in crisi, così come la politica, l’ideologia, la ragione occidentale nel suo “logos”. Ma se un’architettura di valore è ancora possibile, allora è il segno che la nostra civiltà sta continuando nella sua evoluzione positiva. A volte, il visibile precede il linguaggio…
La città non mente. Nei suoi spazi, sfarzosi o dimessi, percepiamo una verità incontestabile del nostro mondo. Personalmente, ritengo che se la buona architettura avesse il dono della parola, sarebbe spesso un oracolo: rivela il non detto di un’epoca, parla di spazio ma dichiara lo scorrere del tempo. Ho sempre visto la città e il suo tessuto urbano come un enorme calendario metafisico. Uno spazio dalla narrazione infinita, che ci mostra le varie epoche e ci fa vivere il presente nei luoghi di ieri e di domani.
In questo calendario, per qualche secolo, l’architettura ha rappresentato l’ordine istituito da mantenere e difendere nel tempo, con il passato preso da modello di riferimento. Dopo la guerra, lo scettro dell’autorità passò nelle mani del futuro e così ogni architetto, per essere dalla parte del giusto, doveva dichiarasi “decisamente moderno”.
Cosa significava essere moderno negli anni Trenta e Cinquanta? E cosa significa esserlo oggi, in un’epoca in continua evoluzione dagli anni Sessanta, spesso percepita come un periodo transitorio ma da cui, forse, non siamo ancora usciti?
Abbiamo visto la nascita della globalizzazione e di pari passo, con il dilagare delle comunicazioni immateriali, l’inizio dell’era numerica. Per l’architetto, il disegno è cambiato. È finito il tempo delle vedute prospettiche su un foglio di carta che tracciavamo ancora come nel Rinascimento; ora si è passati al modelling. La digitalizzazione ha portato con sé la possibilità sia di progettare superfici e forme attraverso il calcolo, sia di osare strutture irregolari, fino a ieri impossibili da misurare o disegnare tenendo conto delle tempistiche compatibili con l’economia dei cantieri.
Abbiamo visto i nostri progetti comandare direttamente alle macchine a controllo numerico il taglio di casseforme realizzando anche pezzi unici. Abbiamo vissuto queste tappe con passione, coscienti di una rivoluzione importante quanto quella della stampa o del disegno geometrico di Brunelleschi.

Un capovolgimento della nostra percezione del tempo
Tuttavia, in questo periodo, vi è stata un’inversione di rotta ancor più decisiva: il capovolgimento della percezione del tempo.
Dopo il Rinascimento e dopo l’Illuminismo la nostra civiltà ha assunto gradualmente come sua caratteristica dominante quella del divenire. Se dovessimo raffigurare il tempo, sarebbe una freccia che punta verso il futuro e indica una marcia in avanti. Progresso e modernità sono concetti fondativi del mondo in cui viviamo ma solo dopo il XIX secolo, con l’apparizione delle macchine a vapore e il fiorire delle fabbriche nel paesaggio urbano, l’idea del divenire ha rivestito un ruolo maggiore. Ha avuto così inizio una nuova epoca: l’era della tecnica, garanzia dell’ordine immutabile e della continuità con il passato. L’architettura ci ha impiegato un secolo per calarsi in questa nuova dimensione.
Negli anni Venti, nella sua raccolta “Verso un’architettura”, Le Corbusier, prendendo spunto dagli insegnamenti della rivoluzione industriale, formulò la dichiarazione di un’unione ideale tra il bello e l’utile. Fu la genesi dell’architettura moderna. Fino ad allora, infatti, l’estetica non era stata parte integrante della progettazione, bensì era vista come una semplice aggiunta. Basti ricordare che, in nome della bellezza, a Eiffel venne imposto di decorare la sua torre con un arco al primo piano. A quel tempo l’architettura, già travolta e spronata dalla tecnica, era ancora sottoposta al dominio totale del passato. Perlomeno tale era la sensazione avvertita dai pionieri moderni, i quali vedevano gli sforzi decorativi dell’Arts and Craft e dell’Art Nouveau come una risposta alla tecnica e alle macchine che stavano invadendo il paesaggio. Per loro si era arrivati in un vicolo cieco. L’architettura era perduta, sparita, sommersa dagli eventi. In realtà, gli stessi Loos, Gropius e il Deutscher Werkbund, nell’affermare di “essere i primi nella storia ad aver visto la macchina”, avevano annunciato la relazione tra l’architettura moderna e il mondo industriale. Un legame espresso da Le Corbusier in modo drastico, tanto da formulare il programma della nuova architettura, la quale avrebbe conosciuto una dimensione inedita, lontana da ogni reminiscenza del passato, con una missione e un valore storico innovativi. La praticità, l’utilizzo e la funzione ne sarebbero diventati i punti di riferimento, mettendosi in luce e innalzandosi a simbolo di questa rivoluzione. Non si trattava di retorica: le prime costruzioni moderne - nella loro bellezza, sobrietà e signorilità - avrebbero continuato a dimostrarlo per sempre.

La modernità: gli anni d’oro della certezza o un’epoca del dubbio?
Da concetto teorico tra le due guerre, questa visione divenne dogma nel dopoguerra. All’epoca, la metà del XX secolo, la modernità stava vivendo un’età dell’oro. L’ardore del nuovo, l’autorità del futuro e l’ottimismo pianificatore governavano le azioni di tutti. Il termine “moderno” era infatti un vessillo che indicava cosa fare e dove andare. Nel 2000, Renzo Piano ha raccontato di aver vissuto la propria giovinezza con il sentimento che ogni giorno, dopo la Liberazione, ci si stesse allontanando dalla barbarie. A quel tempo si percepiva un entusiasmo vibrante e indiscutibile, simile forse a quello del Quattrocento. Con il progresso, la modernità conobbe un impulso spettacolare, diventando un fenomeno ineluttabile, capace di infiltrarsi in tutti i campi dell’attività umana: l’agricoltura, la sanità, l’amministrazione, la politica, la guerra, i trasporti, le comunicazioni, l’edilizia, la gastronomia, il commercio, l’arte, persino la religione.
In ogni settore, il movimento sperimentò i propri tratti geniali e i propri errori; la modernità toccava la vita di ciascuno, dando motivo di gioia o di sconforto.
Nell’era della tecnica, osservando la pratica urbanistica, si comprende come la città sia stata trattata per campi disciplinari, tipologie di performance e settori professionali. Nel decretare “la morte della strada”, Le Corbusier ricalca a suo modo il metodo industriale; il che significa analizzare le varie funzioni proprie di una strada (trasporti, illuminazione, flusso d’aria, toponimi, reti, complessi commerciali e residenziali) e separarle, proponendo una zona per ogni attività, velocità e tecnica. Abitare, lavorare, svagarsi, muoversi, il tutto ripartito con precisione all’interno di una superficie urbana “sezionata” dai corridoi per i trasporti rapidi. Un programma su scala mondiale sinonimo dell’abbandono delle strade, rase al suolo a Singapore e a Pechino, ignorate a Parigi e addirittura a Manhattan. Nessuno poteva immaginare la violenza periferica che si sarebbe profilata.
In ogni settore la tecnica fa prodigi, in ogni campo controlla la relazione causa-effetto. Tuttavia, grazie alla politica, abbiamo appreso che la stessa tecnica, nel proprio agire intrinsecamente analitico, è incapace di rispondere a questioni trasversali e “olistiche”, poste dalla vita nel suo insieme. In politica, l’idea di un controllo moderno da parte della tecnica ha condotto al totalitarismo; in urbanistica, invece, dopo lo schematismo dello zoning e la dominazione delle tecniche di trasporto, questa stessa idea ci lascia dei territori dislocati, incontrollati, dove la vita viene “scomposta in pezzi”. Quella stessa vita che, alla pari della città, dell’architettura e dello stesso “buon governo”, non si lascia ridurre a una semplice somma di performance. In ogni campo, la modernità è diventata oggetto di analisi e discussioni poiché presenta errori imperdonabili: la situazione si è ribaltata. La crisi energetica, i flussi di individui dovuti ai cambiamenti delle condizioni di lavoro, la perdita di occupazione locale, l’inquinamento alimentare, mescolati ai problemi delle città, sono stati tra i primi temi di dibattito degli anni Settanta. La disoccupazione e il clima sono arrivati in un secondo momento.

Essere moderno oggi? Due facce della stessa medaglia
Con il Movimento Moderno, l’autorità del futuro ha rimpiazzato l’egemonia del passato. Oggi conosciamo il timore dell’avvenire. In questi ultimi decenni, infatti, la spinta in avanti è diventata un’avventura pericolosa; ci inoltriamo in uno scenario nuovo, sconosciuto e così diverso dai pronostici, in territori precari e instabili. In questo quadro, la pianificazione era il faro che rischiarava il nostro cammino. Tuttavia, essendo stata più o meno abbandonata, abbiamo perso ogni capacità di previsione, lasciandoci dominare dal dubbio, dalla prudenza e dal famoso “principio di precauzione”.
L’espressione “sviluppo sostenibile”, pur formulata senza un’effettiva programmazione ecologica, ha permesso ai responsabili di proporre un discorso saggio e rassicurante sull’avvenire. Tuttavia, il futuro non è più visibile e, di conseguenza, ci troviamo in una condizione d’instabilità perenne, dove le certezze hanno vita breve. Dovremmo allora tornare indietro e regredire? Trovare una nuova via di sviluppo? Con quali mezzi di controllo? Il significato del termine moderno non può più essere lo stesso, anzi deve essere rivisto di continuo. Essere moderno significa rispondere alle nuove domande poste dall’evoluzione globale.
Ho sempre pensato che, per noi architetti, la modernità avesse due facce. L’una produttiva, l’altra emancipatrice. L’una sostenuta dalla scienza e dalla tecnica razionale, vero motore dell’economia, del commercio e dell’industria. L’altra alla ricerca dell’autonomia dell’individuo, amante della libertà e dell’universalità, ma anche dei sogni e dell’avventura. Due linee che si trovano spesso in contraddizione nelle azioni, ma che la storia rivela quanto siano accomunate dalla propensione a fornire risposte universali. Come progettista e urbanista, il mio compito è stato quello di alimentare questo paradosso, giocando su queste due polarità. È chiaro che la tecnica abbia segnato il destino dell’architettura e dell’urbanistica, trasformandole. È il tratto più “glamour”, più fantascientifico, più etichettato (giustamente) come “d’avanguardia”. Al giorno d’oggi, considerarla il principale riferimento della modernità presuppone la capacità di rimetterla in discussione. L’ultima Biennale ha presentato una serie metodica di elementi, di tecniche di costruzione degli edifici, i quali vengono considerati come pietre angolari dell’architettura, simbolo della modernità. Oggi, però,  questa visione di moderno non può più essere un punto di riferimento, poiché incapace di dare una visione più nitida. Non vi è comunque dubbio che la tecnica rimanga la base della nostra esistenza, un enorme segno di civilizzazione condiviso da miliardi di individui.
Già due millenni fa era una formidabile dimostrazione di controllo e conquista. In questi ultimi decenni, invece, è diventata un’avventura pericolosa, che si appella alla necessità di un altro tipo di controllo, giacché la nostra relazione con lo spazio e il territorio è in evoluzione.

Grandezza e povertà del virtuale, vera caratteristica dei nostri giorni
L’aspetto “tecnico” più spettacolare del nostro tempo è la nuova realtà virtuale, il cyberspazio, vera forza motrice del progresso. Con Internet, il cablaggio sotto gli oceani e il controllo dei flussi di informazione, lo spazio non è più lo stesso medium. Si sta infatti assistendo a una “despazializzazione”. Il virtuale implica la relativa perdita di capacità di controllo dell’ambiente fisico, ora troppo pesante e costoso per essere modificato. Questo andamento ha comportato che la necessità di un ritorno d’investimento in tempi brevi venga soddisfatta optando per soluzioni più leggere: è possibile realizzare uffici e alloggi ovunque, senza troppi vincoli. Di contro, i grandi lavori fisici dell’urbanistica sono troppo pesanti, lenti e onerosi.
La città non è più un luogo di unione. Abbandonato, incapace di reagire per colpa di un’urbanistica paralizzata dai corridoi delle superstrade, lo spazio metropolitano divide e procede per blocchi simili a ghetti. La catastrofe della megalopoli è una minaccia in molto paesi, ma non è troppo tardi per agire.
Il Movimento Moderno si focalizzava più sul programma che sul luogo, più sul “topos” che sul “logos”. Oggi, intervenire in una metropoli presuppone un ritorno ambizioso sul territorio fisico e sulle infrastrutture che la rendono abitabile. Un ritorno a lungo termine, senza il quale le infrastrutture non sarebbero possibili. È necessario colmare un ritardo accumulatosi nel corso di trent’anni di economia a breve termine, di rientro su investimenti rapidi, di assenza di ratio e di modelli di riferimento nei confronti di questa evoluzione del fatto urbano, così improvvisa e considerevole.
Fare urbanistica o fare architettura significa ritornare sulla materia e sul luogo, significa prendersi cura del territorio, incrociando le varie tecniche e dando loro un senso. In tutti i miei progetti, mi accorgo di aver messo in discussione la prassi sistematica della tecnica e la modernità in modo puntuale e specifico. Forse sarebbe necessario imparare a coltivare un’evoluzione progressiva.
Rivedere il concetto di luogo: essere moderno significa rispondere alle nuove domande che ci pone il mondo.
Un mondo in cui rischiamo di controllare sempre meno la parte fisica, tangibile. Un mondo in cui, tuttavia, continuiamo a camminare, vedere, ascoltare e parlare alla stessa distanza. Il cyberspazio affascina e lascia immaginare il futuro. Ricordiamoci, però, che il tessuto metropolitano in trasformazione è anche frutto dell’eredità del passato: viviamo allo stesso tempo in tre diverse città, appartenenti ad altrettante ere tra loro “intrecciate”. Il Neolitico, l’industriale e il virtuale.
Di recente siamo entrati nell’era cibernetica, dove le comunicazioni immateriali non pongono limiti, portando la città alla discontinuità, all’eterogeneità, al “caos”. Questa città del cyberspazio, dell’ubiquità, delle connessioni globali e dell’economia accelerata ha provocato uno straripamento fisico dei grandi agglomerati, ben oltre quanto realmente consentito dallo spazio e dalle reti.
Dopo molto tempo, stiamo rivivendo l’era industriale, quella dei trasporti rapidi motorizzati, dell’esodo rurale, che ha comportato la rapida crescita delle città nei decenni. E, da sempre, viviamo lo spazio della contiguità dei secoli, lo spazio della strada e dell’isolato, dell’andare a piedi e a cavallo, lo spazio vissuto dall’uomo del Neolitico. E oggi siamo sempre quello stesso uomo, quello che cammina.
Dobbiamo necessariamente reinventare le modalità d’intervento sullo spazio, riconquistarlo e riappropriarci della contiguità. Lo spazio permane un mezzo fondamentale ed è proprio questo ciò che rende, al giorno d’oggi, l’architettura così importante. La nostra epoca ci ha insegnato, per fasi e partendo dalla propria dimensione reale, che “essere moderno” è e sarà sempre una risposta alle questioni poste dal presente, in un mondo in perenne evoluzione. Abbiamo modificato il corpus del pensiero del tempo non imponendo un manifesto in modo perentorio, ma vivendo appieno le varie esperienze, l’una dopo l’altra, trattandole ciascuna come un episodio a sé stante. La definizione di “moderno”, oggi, è lontana anni luce dal dogma, da uno stile o una moda del momento. Direi, piuttosto, che è un atteggiamento etico.

Christian de Portzamparc

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