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Craig Dykers

Se fossi solo al mondo, sapresti di essere una persona?
Questo proverbio cinese lascia intendere quanto sia necessaria la presenza di almeno un'altra persona per avere coscienza di sé e della propria esistenza. In modo analogo, un altro proverbio cinese afferma che si negozia sempre con se stessi, anche quando si è soli. Come guerrieri nemici, ci troviamo in un'arena di riflessioni quando dobbiamo gestire più punti di vista legati allo stesso concetto. In Cina, il termine "persona" viene raffigurato graficamente come due individui in piedi che poggiano schiena contro schiena, mentre "io" come due soldati che tendono le spade l'uno contro l'altro, fronteggiandosi vis-à-vis in uno scontro fatale. In tutti e due i casi, il valore sta nelle relazioni e non nel singolo.
L'esistenza può essere descritta come un mondo di relazioni fisiche o emotive. In questo universo di interazioni, per tenere il passo con i cambiamenti e le evoluzioni nelle relazioni, vi è una costante attività di misurazione a opera della nostra mente e del nostro corpo. Se fossimo realmente coscienti di tutto ciò che accade dentro di noi, allora non "funzioneremmo" così bene.
Nel misurare l'esistenza, il nostro subconscio ha un ruolo sostanziale. Gran parte degli individui è in grado di capire quando si parla di vita involontaria.
Il cuore pulsa e regola il flusso sanguigno, le palpebre sbattono e calibrano la vista, tutte azioni generalmente accettate come involontarie. Al tempo stesso, però, non è così scontato riconoscere che gran parte delle nostre riflessioni non è frutto di una nostra intenzione o di un nostro comando. Secondo l'immaginario collettivo, cervello e mente sono due entità separate, preposte l'una a mantenerci in vita, l'altra ad affinare il nostro quoziente intellettivo.
In realtà, la distinzione non è così limpida. Di solito, il valore del subconscio non viene riconosciuto finché non ci rendiamo conto di essere manipolati da un illusionista.

Chi non riflette con tutto il proprio corpo, allora non sta pensando.
La mente non si limita al cervello. Il sistema nervoso la connette al resto del corpo, sottolineando il profondo legame che li unisce. Se penso ad Amleto con in mano il cranio del buffone di corte, nel famoso "Essere o non essere…", allora penso al corpo che interroga la mente, esattamente come Shakespeare interroga se stesso. Due entità interdipendenti per garantire l'armonia generale.
Oltre alla nota relazione cervello-corpo, vi è un'altra rete neurale (più sconosciuta) che attraversa tutto il tronco ma rimane distante dalla mente. Si chiama sistema nervoso enterico, parte dalle labbra, attraversa la gola e raggiunge l'intero sistema digerente, dove sono presenti anche neuroni sensoriali e motoneuroni autonomi, simili a quelli dell'encefalo, i quali vanno a formare un "secondo cervello" importante tanto quanto quello nella testa.
I neuroni del sistema digerente sono stimati in circa un centinaio di milioni. Sebbene questa cifra consistente sia irrisoria se paragonata al numero di cellule nervose cerebrali, un tempo era considerato uno dei massimi sistemi di pensiero. Pochi infatti sanno che il tratto digerente dell'uomo ha lo stesso quantitativo di neuroni del cervello di un cane; non per niente si dice "ragionare di pancia", un concetto che va oltre al semplice istinto. Il nostro apparato digerente infatti pensa, spesso in autonomia, mantenendo comunque un rapporto di collaborazione regolare e rigorosa con l'altro nucleo di creazione delle idee (la testa), essendo quest'ultimo bisognoso di energia come carburante. Un modo altisonante ma azzeccato per esprimere questa conditio humana potrebbe essere il plurale maiestatis.
E allora perché l'attenzione si concentra solo su una parte di questa equazione, sul lato conscio? Gran parte delle considerazioni sull'intelligenza si limitano ai processi cerebrali di formazione del pensiero. Tuttavia il resto del corpo si adopera nel regolare la temperatura interna, gestendo luci, odori, sapori e gravità in modo molto più elaborato di quanto la mente possa mai supporre.
Ci muoviamo agilmente nello spazio senza neppure sapere come.
Oggi, gran parte del mondo della progettazione, dedito alla gestione del contesto, sembra focalizzarsi in primis sull'intelligenza consapevole piuttosto che su quella innata, fuori controllo o intuitiva. Intuizione è una parola pronunciata con discrezione tra architetti, poiché di solito riferita a un pensiero personale o non quantificabile. Il mondo da noi controllato con la progettazione è spesso una questione di categorie, ruoli o regole piuttosto che di suggerimenti, incoraggiamenti o comprensioni.

L'uomo è una creatura che si addomestica da sola.
Per centinaia di migliaia di anni, abbiamo addomesticato piante e animali, spesso senza renderci conto di stare facendo altrettanto con noi stessi. Probabilmente, spinti dalla ricerca di un'intensa interazione sociale (un bisogno intrinseco dell'uomo), si è man mano fatta largo l'esigenza di categorizzare e sistematizzare, facendo sì che tutte le cose acquisissero significato e rilevanza. Tipologia, mappatura e metrica, termini comuni in architettura, oggi sembrano connettere il pensiero a modelli deterministici.
Gran parte del mondo si ritrova sempre più limitato da restrizioni o definizioni, da qui la necessità ancor più profonda di mettere ordine in una situazione di caos esponenziale.
Giunti a questo punto, se ragionate come me, vi starete forse domandando cosa c'entri questo discorso con tutto il resto. In effetti, è una bella domanda…
A mio avviso, se dobbiamo creare luoghi che ci permettano di interagire tra noi e con il mondo selvaggio in cui abitiamo, allora dobbiamo iniziare a considerare il lato caotico che i nostri corpi devono affrontare. Dare alla comprensione cognitiva la stessa importanza che si dà alla trasformazione intenzionale, potrebbe consentire a noi tutti di essere creature più ponderate, attente e convincenti.
Quando noi architetti leggiamo in prima pagina di alcune notizie terribili, atti crudeli o avvenimenti che ci gettano nello sconforto, non dovremmo di primo acchito puntare il dito contro i politici o contro questo mondo tanto folle e confuso quanto i protagonisti delle vicende, ma riconoscere che gran parte di questi eventi avviene nello stesso mondo che noi abbiamo progettato. Il modo in cui pianifichiamo l'ambiente che ci circonda incide direttamente sulle nostre vite, dando loro forma e caratterizzando la nostra esistenza. Se queste scelte ignorano i bisogni elementari del nostro subconscio, allora eliminiamo dalla nostra vita una componente importante del nostro essere. Siamo imprigionati per effetto delle nostre stesse azioni.
Inoltre dovrebbe essere assodato che, con tutta probabilità, la salute fisica si deteriora quando il mondo costruito è saturo di dogmi filosofici. Se si ragiona solo in termini di comfort e si prende in considerazione unicamente l'attività cerebrale, allora viene inevitabilmente intaccata la capacità di essere attivi. La scala diventa una mera soluzione di scorta rispetto ad ascensori o scale mobili non funzionanti, le porte automatiche lasciano penzolare tristemente le nostre braccia lungo i fianchi, alimentando in noi la speranza di superare più persone possibili nella corsa all'acquisto, mentre i sistemi di ombreggiamento fissi o automatizzati ci tolgono il piacere di seguire il corso del sole. Diabete, disturbi cardiaci e altre patologie sono la naturale conseguenza di queste carenze progettuali.

Qui, tre delle tante proposte che potrebbero rafforzare il valore dell'architettura nelle nostre vite.

La luce
È una condizione fisica effimera, il cui compito è fornire, nelle sue variazioni, la massima utilità. Il contatto con la nostra pelle è avvertito in vari modi, tuttavia l'esposizione diretta ai raggi solari è difficilmente replicabile; anche stando dietro a una finestra, in una giornata di pieno sole, l'apporto di vitamina D non è il medesimo. Il nostro corpo infatti "fotografa", seppur a nostra insaputa, il lato che riceve la luce e ne registra le variazioni.
Un cambiamento di direzione in risposta all'illuminazione diretta aumenta la facoltà di orientamento nello spazio. Quando si elimina qualsiasi capacità di percepire e registrare le variazioni della luce, allora si incide negativamente su corpo e salute. Il bisogno di misurarsi con la luce del giorno è fondamentale, tanto per il cieco quanto per il vedente.

Il suono
La condizione psicologica viene spesso influenzata dai cambiamenti sonori incontrati e dal quadro culturale in cui si manifestano. Per esempio, il suono è differente a seconda che provenga dall'alto o dai lati. I bassi sortiscono un effetto diverso sul corpo rispetto agli acuti. Quando siamo ancora nell'utero materno, l'udito è il primo senso che sviluppiamo; d'altronde, lì è più semplice sentire che vedere. È una sensibilità fondamentale, tanto per il sordo quanto per l'udente. Il suono è non solo una qualità, ma anche una sensazione fisica, poiché percepita in primis registrando le vibrazioni (sebbene col tempo le difficoltà di rilevazione aumentino sempre più per tutti, in maniera indistinta). Quando l'architettura crea uno spazio che migliora il nostro rapporto con i suoni naturali, artificiali o insiti del contesto, allora diventa così autentica e importante da rendere superflua ogni successiva creazione.

Il tempo
Abbiamo una percezione naturale del tempo, tuttavia non misurabile in uno spazio vuoto. La velocità con cui ci caliamo e viviamo in un luogo è utile per creare una relazione con esso, sfruttando le potenzialità intrinseche della nostra psiche. Dobbiamo capire quando volere che le cose scorrano agevolmente oppure vengano scomposte in più fasi, frammentando l'esperienza. L'eliminazione degli elementi che aiutano a misurare il tempo porta a un'alienazione dal contesto. Anche se vorremmo sfidarlo, arrivati a un certo punto non possiamo più ignorarlo. Quando ci sembra che voli via in un baleno o che non passi mai, dobbiamo comunque renderci conto di vivere in un contesto che necessita della cognizione temporale. Una profonda verità, che interessa tanto chi ha disturbi di memoria, quanto chi non ne ha. Il tempo è emozione.
Queste poche e semplici condizioni mi sono di aiuto nel comprendere meglio cosa io stia facendo quando cerco di progettare per le persone. Anche le linee su una pagina o i blocchi di materiale di un modello racchiudono, in un risultato più tangibile, le stesse conseguenze. La lista andrebbe ancora avanti, con tante importanti condizioni con cui conviviamo e che mi portano a scoprire sempre nuovi approcci alla progettazione.

Ora passiamo alle condizioni atmosferiche…

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