Progettare una mostra al Centre Pompidou | The Plan
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Progettare una mostra al Centre Pompidou

Bernard Tschumi Architects

All’inizio di quest’anno, il nostro studio è stato contattato dal Centre Pompidou per allestire una retrospettiva completa: la prima grande mostra sul mio operato in Europa, la prima vera rassegna sul lavoro mio e della mia équipe. Secondo Frédéric Migayrou e Aurélien Lemonier, curatori della mostra, il percorso espositivo avrebbe potuto svilupparsi attorno ai due principi chiave della mia strategia progettuale, che mi hanno accompagnato dagli anni Settanta a oggi, ovvero Concept e Notation. Inoltre, data la recente pubblicazione del mio libro “Architecture Concepts: Red is Not a Color”, i curatori hanno proposto di impostarla partendo da una parte del materiale e delle tematiche affrontati all’interno del volume.
Questa opportunità ha racchiuso in sé una sfida, essendo la retrospettiva “un progetto sui progetti”. Come in molti altri lavori curati dallo studio, non volevamo limitarci a seguire il programma alla lettera (in questo caso, esponendo i progetti in una galleria), ma porlo al centro di una riflessione critica. All’inizio ci siamo chiesti se esiste un nuovo concetto di architettura capace di ridefinire i requisiti dell’allestimento di uno spazio espositivo, quindi abbiamo concentrato i nostri sforzi su alcuni aspetti critici: cosa distingue l’architettura da una mostra su se stessa? Cos’ha funzionato e cosa no nelle esposizioni del passato? Come rappresentare l’architettura se questa si trova a centinaia o migliaia di chilometri di distanza? In un’era digitale in cui non ci sono più opere “originali”, come enfatizzare in un contesto museale la materializzazione di idee che stanno dietro a un progetto?
Abbiamo così iniziato ad analizzare le esibizioni più esemplificative di sempre, a partire da “The International Style” allestita al MoMA nel 1932, passando poi in rassegna quelle progettate da Mies van der Rohe e Lily Reich. Successivamente, abbiamo esplorato le teorie riguardanti l’esposizione di Herbert Bayer, architetto e artista del Bauhaus, e infine ci siamo dedicati a esempi più contemporanei, dalla “Deconstructivist Architecture” del 1988, fino alle esibizioni dei giorni nostri curate da OMA ed Herzog & de Meuron.
Ciò che ci è apparso particolarmente evidente è stata la differenza tra rappresentazione architettonica ed esposizione museale. La prima si è evoluta nel tempo, passando da disegni su carta a rendering, modelli 3-D, video, fotografie digitali e brochure promozionali. La seconda, invece, è rimasta indietro e ha messo a nudo tutta la propria incapacità nell’adeguarsi ai progressi compiuti dalla rappresentazione nell’era digitale. Personalmente, avendo abbracciato nel corso della carriera tanto l’analogico quanto il digitale, ho avvertito la necessità di sviluppare un linguaggio coerente, che mi permettesse di mostrare tutti i progetti, e l’idea che vi è sottesa, indipendentemente dalla tipologia di supporto, dall’eventuale realizzazione e dalla scala di intervento.
Lo spazio espositivo assegnatoci era la Galerie Sud, un’area di circa
1.000 mq, posta a livello della strada, che abbiamo scelto di suddividere in cinque aree tematiche prendendo spunto da “Architecture Concepts: Red is Not a Color”. Un’idea di partenza tuttavia aperta a eventuali variazioni. Per esempio, ci siamo domandati se avrebbe avuto senso isolare i progetti teorici come “The Manhattan Transcripts” oppure quelli didattici come i “Paperless Studios” per la Columbia University.
Seppur in modo molto schematico, ci sembrava tuttavia chiaro che l’esposizione si sarebbe strutturata in più zone e secondo un itinerario, inteso come elemento generale della narrazione o specifico dell’argomento trattato.
Abbiamo dunque iniziato a lavorare di concetto, traslando queste idee nello spazio all’interno della nostra mente. Nello stesso periodo, il nostro studio stava finalizzando il progetto per lo zoo di Parigi, che si sarebbe distinto per un linguaggio architettonico comune ad animali e visitatori. Sarebbe stato appropriato proporre la stessa soluzione? E riprendere le “Folies” della Villette? Ci domandavamo inoltre cosa fosse effettivamente realizzabile tenendo conto dei vincoli pratici e di budget. A fronte delle indagini, abbiamo scoperto che le partizioni con le classiche pareti bianche, presenti in musei e gallerie di tutto il mondo, avrebbero comportato una spesa troppo onerosa.
Per lo zoo avevo ideato un sistema di voliere composto da singoli volumi geometrici, modellati secondo una precisa conformazione a seconda dell’animale ospitato all’interno. Nel caso del Centre Pompidou, applicando una strategia simile, avremmo potuto connettere tra loro i vari macro-argomenti della mostra, creando un itinerario che prevedesse anche tavoli esterni alle “gabbie”, in cui curare gli approfondimenti tematici e i contesti legati ai vari progetti illustrati.
Abbiamo dunque iniziato a sperimentare come comporre e disporre nello spazio le strutture per l’esposizione, chiedendoci se la percezione del visitatore potesse essere influenzata dalla collocazione del progetto (parete interna o esterna della “gabbia”). Un altro punto affrontato è stato come presentare la parte testuale. Spesso, le mostre sull’architettura si “sovraccaricano” di testo e, di conseguenza, il potere della parola viene meno. Era chiaro che scrittura e immagine avrebbero dovuto collaborare al servizio della narrazione e dell’opera in oggetto, così abbiamo optato per 28 schermi dove proiettare le realizzazioni. Una modalità di documentazione in piena sintonia con la volontà dei curatori, poco propensi ad accogliere foto (d’altronde non si trattava di una mostra fotografica) e più inclini a filmati di approfondimento e interviste.
Il passo successivo è coinciso con la raccolta e il collocamento nella galleria del materiale (documenti, manufatti e opere) con l’obiettivo di impostare un filone tematico che creasse un itinerario secondo un preciso criterio. È stato posto l’accento sulle opere catalogabili come “originali”, pur consci di quanto questa espressione in ambito museale non abbia, in molti casi, alcuna valenza. Abbiamo inoltre riflettuto sui componenti audio-visivi, su cui si puntava molto. Nonostante ci fosse già del materiale video presente in archivio, ci siamo domandati se fosse possibile montare una sequenza di immagini in movimento per creare una “narrazione muta”, andando a stimolare e istruire il visitatore, senza però sconfinare nell’approccio scolastico. Utilizzare modelli in scala con i disegni è stato di grande aiuto per trasmettere il senso di spazialità dei progetti; in questo modo anche il significato dei tavoli stava iniziando a delinearsi con maggior chiarezza; qui, la strategia più soddisfacente è stata creare dei punti di contatto tra le aree tematiche. Avendo già un supporto fisico (il tavolo) tra una “gabbia” e l’altra, abbiamo cercato il giusto “sotto-argomento” che potesse collegarle, uno spazio in cui affrontare nel dettaglio alcune digressioni secondarie al percorso. La parte testuale della mostra è stata portata avanti in parallelo con la progettazione dell’allestimento, mentre quella grafica è rimasta in sospeso fino alla fine. Carattere, dimensione e distribuzione nello spazio sono stati concepiti con la volontà di creare una narrazione coerente e coesa intorno alle opere. Tuttavia, giunti a un certo punto, ci siamo accorti che mancava ancora qualcosa: avevamo la necessità di attrarre il visitatore, facendolo soffermare sugli aspetti problematici dei vari progetti. Gran parte del mio operato si fonda su una riflessione sulla natura dell’architettura, quindi ci siamo interrogati su come comunicare tutto questo. Alla fine, abbiamo deciso di accostare alle immagini una serie di “quesiti” scritti in grande, praticamente uno per progetto. In altre parole, una modalità alternativa per catturare l’attenzione.
Solitamente, mentre lavoro a un progetto, disegno a mano libera su fogli A4 proprio per rendere al meglio il concept che vi sta dietro. Sono disegni e appunti che spesso si tramutano in diagrammi, un punto di partenza per articolare un concetto o un’idea che darà vita all’architettura. Per la mostra, è stato importante metterli in luce, essendo una costante nel mio modus operandi dagli anni Settanta a oggi, esattamente come gli “slogan” o le brevi asserzioni teoriche sull’architettura. Alcune di queste frasi sono state riportate sulla facciata assieme agli schizzi di studio, una strategia per creare uno spazio intermedio tra città e mostra, tra sfera pubblica e privata. Per il Centre Pompidou, le due asserzioni cardine sono state “l’architettura non è tanto una conoscenza della forma, ma una forma di conoscenza” e “l’architettura è la materializzazione delle idee”.

Bernard Tschumi

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