Glenn Murcutt in viaggio per l’Italia | The Plan
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Glenn Murcutt in viaggio per l’Italia

Ho incontrato Glenn Murcutt prima in un paesino sperduto della Val d’Ossola e poi nella città eterna. Il borgo di Canova e Roma rappresentano due casi estremi del territorio italiano e le riflessioni sull’architettura storica di un grande progettista risultano interessanti, proprio in relazione a questa forbice. Oltre alle condizioni geografiche anche quelle di stagione - l’estate - sono da menzionare, per restituire l’atmosfera particolarmente rilassata e incline al dialogo.
A Canova, dove è iniziato il suo ultimo “Grand Tour” italiano, Murcutt ha visitato i restauri e le ricostruzioni di Ken e Kali Marquardt, che da 25 anni operano in alcuni villaggi laboratorio della Val d’Ossola assieme a studenti e docenti di università italiane e nordamericane, nonché ad amici e sodali dell’Associazione Canova (www.canovacanova.com). Tra questi Carol A. Wilson FAIA che, dopo aver preso parte all’incontro Internazionale Architetti 2008, ha invitato a parteciparvi l’amico Glenn Murcutt, conoscendone la particolare sensibilità per i materiali e il paesaggio.
Proprio qui, a Ghesc, egli è rimasto impressionato dai ruderi del borgo medievale che Paola Gardin e Maurizio Cesprini, giovani e operosi “cultori della materia”, hanno prima recuperato e poi abitato, facendo di un pugno di sassi un laboratorio di valorizzazione dell’architettura locale.
Murcutt ben comprende che restaurare vuol dire ascoltare le storie che la casa ha da raccontare. Gli edifici si portano addosso le diverse incarnazioni della propria esistenza, i cambiamenti, i traumi. Lo intuì perfettamente Sigmund Freud nel 1896 paragonando l’archeologia alla psicanalisi nel saggio “Saxa loquuntur” (“I sassi parlano”).
Nel tempo si è profilata un’estetica della cultura materiale che esalta le pietre smussate dai secoli, le imperfezioni naturali opposte alle superfici nuove e lisce, ree di farsi largo demolendo i manufatti del passato. Unitamente alla consapevolezza della necessità di fermare il consumo del suolo, da Ghesc giunge anche un richiamo a utilizzare - soprattutto nella fase diagnostica del recupero - quanto la tecnologia più sofisticata ci offre.
L’architetto australiano è in perfetta sintonia con questi temi e con questo scenario di vita nei boschi: lui stesso, fin da ragazzo, ha amato immergersi nella natura sia attraverso la lettura di Thoreau, sia nella quotidiana formazione impartita dal padre, e soprattutto vivendo la Papuasia più selvaggia. Tuttavia la sua attenzione oggi va su un punto che esprime appieno la sua concretezza e la sua sensibilità: avverte che sottrarre il restauro di un manufatto storico a una dimensione più contemporanea è un’occasione mancata.
Murcutt, abbinando al patrimonio vernacolare australiano le linee nitide del Modernismo più classico, ha creato uno stile strettamente commisurato al sito e, al contempo, implacabilmente rigoroso, come potrebbe essere un antico arco in legno armato di una freccia di titanio.
Rilevando in Val d’Ossola una sorta di “incompiuta”, si è focalizzato su una qualità, unita a una difficoltà patologica, tutte italiane: quella di non alimentare l’esperienza del recupero con l’avventura del più ampio spettro delle funzioni e dei materiali contemporanei. Immagina allora per il borgo ossolano vetri sugli stipiti di porte e finestre, profili d’acciaio per i serramenti, nuovi collegamenti, nuove coperture, come mani tese a trainare nel presente questi manufatti, a “sollevare” il velo della storia, togliere il carattere di reliquia o di souvenir, per farne parte imprescindibile del presente.
Questi ragionamenti mi fanno pensare a come concepisce le sue architetture: forse il rapporto che noi progettisti italiani stabiliamo con la storia è paragonabile al rapporto di Murcutt con la natura: per entrambi è un ritorno alle origini, alle origini della vita. Per entrambi è anche il rapporto con un corpo, con la sua sensualità. Ma il suo interesse sembra decisamente orientato più a risvegliare i sensi di questo corpo, che ad ammirarlo.
Credo che Murcutt abbia in mente la distinzione che i greci facevano fra la vita come “bios”, il nostro corpo, e come “zoé”, il nostro rapporto con una dimensione più estesa, con la natura. Mi pare che egli ami i luoghi non solo per l’impronta lasciatavi dagli uomini, ma che voglia andare oltre le vicende culturali e storiche, annullare le differenze fra passato e presente, vedere il paesaggio a confronto con la pulsione creatrice.
E in tal senso non dimentica che occorre pensare gli interventi di recupero in funzione di chi potrebbe vivere queste case oggi, ridefinendo l’assetto economico di queste valli.
Ci siamo rivisti a Roma poche settimane dopo. Quella mattina al Gianicolo non lo trovavo, finché lui ha trovato me: mi ha raggiunto con slancio, quasi sorprendendomi. Stavo fantasticando fra me e me sul fascino dell’American Academy che ha accolto molti architetti, da Louis Kahn (1951) a Donlyn Lyndon (1978), in un luogo dove la realtà percepita è quella degli odori e dei colori che provengono dal giardino e dalle murature. Proprio da queste, lui inizia la conversazione ridimensionando le cose: dopo una settimana è già stufo di Roma, soprattutto del centro antico. Non ne può più di questa città che sembra soffocata dal suo grande passato. Con intensità esprime la sua voglia di cambiamento, di aggiornamento, di adeguamento: “Vengo da un continente nuovo e grande come l’America ma che contiene un quindicesimo della popolazione”. Un luogo dove le persone sono “contate come i fiori in un vaso”, quindi considerate una ad una. Forse Roma non è il posto dove sentirsi così.
A questo punto mi spiega che abbiamo finalmente trovato la giusta distanza e postura per parlare di architettura, e non solo.
Racconta allora il suo approccio progettuale. La sua è un’architettura incentrata sulle relazioni, nonostante lavori assolutamente da solo e non voglia un grande studio di cui portare la responsabilità. Si concentra su ogni minimo dettaglio dell’insediamento che va a costruire, su come stendere con cura tutte le possibili relazioni con il clima, le tecniche, le persone di quel luogo. A queste condizioni può lavorare solo in Australia, dice lui. Dice che un suo cliente può aspettare anche tre anni per un progetto. Ma questi tre anni non passano invano. Servono a verificare e consolidare un rapporto. Schizzi e pensieri, un primo incontro a casa del cliente per conoscere i fatti, conoscersi, scegliersi fino in fondo. Poi magari diventare amici, tanto da vedersi proporre dalla vedova di un vecchio committente di comprare la casa progettata anni prima e che in mani sue potrà sopravvivere degnamente.
Quando va sul posto destinato a una nuova costruzione, osserva tutto per almeno un’intera giornata: le piante, i cespugli, l’orientamento degli alberi più vecchi, la forma delle foglie, i corsi delle acque, l’angolo con cui il sole impatta sui terreni nelle diverse stagioni. Studia gli animali, perfino gli insetti, traendo un sacco di indicazioni. E talvolta ha la “sorpresa” che, determinato il sito della casa, scavando per farne le fondazioni, trova quelle di una precedente abitazione contadina.
Descrivendo i modi del presentare la sua proposta, dice che non fa mai disegni “finiti”. Il cliente deve sentirsi sempre in condizione di poter cambiare. Lavora tramite disegni tracciati a mano libera, anche questo perché il commitente non si senta in gabbia ma invogliato a intervenire in ogni momento.
Dopo molte considerazioni sull’architettura, un momento struggente: il giorno prima ha compiuto 77 anni. Gli chiedo se è stata l’occasione per guardare come una carriera ben consolidata si specchi sulla sua vita privata. Mentre racconta di sentirsi un privilegiato per come ha vissuto, d’improvviso i suoi occhi si velano ed emerge un incontenibile dolore quotidiano: la morte del figlio Nicholas, anche lui architetto, tre anni fa.
Con altrettanta tenerezza ricorda più volte il padre, e con ammirazione racconta le sue doti di inventore. Un grande esempio, un vero educatore per lui e i suoi fratelli. Oltre al padre, morto quando Glenn era ancora ragazzo, rammenta i suoi maestri e i suoi amici di oggi. Ammira Renzo Piano per progetti come la chiesa di Padre Pio, quei conci di pietra a contatto con l’acciaio. Più di tutti ama Alvar Aalto, “l’architetto degli architetti”, dice con intensità. Più di Mies e dell’amatissima Farnsworth House. A proposito dei grandi amori, Henry Ciriani gli ha suggerito una volta: “Guarda le foto e le inquadrature che hai fatto da giovane e capirai ancor meglio il perché di certe passioni, come la chiesa di Imatra dello stesso Aalto o la cappella di Ronchamp di Le Corbusier. Perfino ciò che è illogico diventa logico”. Ha ricordato anche le riuscite esperienze di Albini nelle architetture genovesi e così siamo tornati al contesto storico che ha accompagnato buona parte della nostra conversazione.
Seguendo il percorso di quest’uomo che ha ragionato moltissimo di architettura, ha viaggiato molto per indagare luoghi e culture, e ha costruito quanto basta per esprimere appieno l’architettura, siamo riapprodati alla sua sensibilità verso l’architettura storica.
Credo che non senta la storia come un libro, ma come uno spartito da suonare. Aderire troppo a essa è, usando una sua forma colloquiale, come “baciare un fratello o una sorella”, una persona alla quale vuoi bene ma che senti di non aver scelto. E per la quale non hai sviluppato una passione.
Lì per lì ho pensato che questa forma anglosassone poteva assumere nella nostra cultura una lieve valenza incestuosa: forse è la tendenza dell’architettura italiana a lavorare sempre su se stessa. In un processo che, secondo lo scrittore statunitense Nathaniel Hawthorne, porta addirittura verso la dissoluzione: nel “The Marble Faun”, Roma diviene un corpo morto, un luogo dove il tempo si disintegra. E Sartre durante un concerto al Colosseo esclama: “Turista, fratello mio, tu preferisci al vero l’Ombra, perchè l’Ombra è più elegante”.
Tornati su Roma, alla fine gli ho chiesto cosa avrebbe “toccato” di questa città, se avrebbe avuto il coraggio di intervenire sul Colosseo o sul Pantheon: “Sul Pantheon no, il Pantheon non si tocca. Sul Colosseo sì, farei qualcosa… lavorerei con il metallo, farei delle schermature”.
Avvertendo la vitalità di quest’uomo, in un attimo la mia immaginazione è andata oltre, verso un Colosseo rinnovato secondo la rigorosa sensibilità di Glenn Murcutt. Riemerge allora la lettura di un intensissimo libro di Philip Drew, “Touch This Earth Lightly. Glenn Murcutt in His Own Words”. Qui l’australiano ha raccontato i suoi viaggi e il suo metodo, con la chiarezza che pochi altri grandi architetti hanno saputo fare. Parlando nel 2013 dell’Italia, sembra parafrasare quel titolo del 1999: “tocca questa terra lievemente” si traduce nell’incitamento “tocca questa storia lievemente”.
Forse in Italia non si fa il “nuovo” nell’antico, perché sappiamo che i nostri piedi di progettisti sono d’argilla. Anche fuori dalle aree storiche si vede una carenza progettuale di fondo: il suburbio di Roma e di altre città attende da decenni l’azione di politici e di architetti. Lì vanno diretti molti degli interventi. Anche se ciò che è antico potrebbe essere non solamente conservato, ma lievemente toccato: non siamo del tutto pronti a questo passo che potrebbe trasformare - riducendo drasticamente il consumo del suolo - o straziare il nostro patrimonio. Le architetture storiche sono forse destinate a restare meravigliose rovine, ermetici talismani di un paese troppo svagato e distratto?

Enrico Pinna
Gli incontri con Glenn Murcutt
sono avvenuti il 21 giugno a Canova
e il 26 luglio 2013 a Roma

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