Voglio stare (bene) in italia | The Plan
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Voglio stare (bene) in italia

Aldo Cibic

La crisi finanziaria che sta coinvolgendo in questo periodo diversi paesi del mondo occidentale in Italia ha evidenziato delle particolari fragilità strutturali. C’è un governo tecnico provvisorio che sta cercando di avviare quei cambiamenti che la classe politica non è riuscita a guidare, questo ha generato un forte spaesamento nella popolazione e nella classe dirigente. Lavoro da sempre in tante parti del mondo, ma sono italiano e voglio stare in Italia. Forse è arrivato il momento in cui quello che ci può salvare sono le visioni. I modelli globali li conosciamo bene e sappiamo tutti che sono ormai esausti. Nel nostro paese la difficoltà di fare i progettisti ha raggiunto dei livelli insostenibili, a causa di una burocrazia opaca e della mancanza di strategie. Ci troviamo lasciati a noi stessi e – senza voler essere ottimisti a tutti i costi – possiamo considerare questa la nostra opportunità. Vogliamo ricominciare a vivere. Credo che siamo in molte persone, con ruoli e competenze diverse, ad avere le stesse sensazioni, e a vivere con apprensione questi cambiamenti, ma siamo incapaci di ritrovarci in un ruolo attivo. Non ha senso passare la vita a lamentarsi di cosa non funziona nel nostro paese. Si tratta di capire in che modo e su quali basi metterci insieme. Qualche settimana fa, in un workshop sulle start up, il ministro dello Sviluppo Economico ha chiesto di aiutarlo ad aiutarci, indicandogli problemi e soluzioni già sperimentate altrove. La sensazioni positiva è stata quella di vedere un nostro membro del governo mettersi in gioco su una problematica specifica e, rispetto alle istanze sollevate da una quarantina di interventi, essere pronto con un gruppo di lavoro focalizzato a garantire azioni concrete. Le tematiche che ci riguardano sono molte ed è interessante che partano dal basso per mettere sul piatto una grande varietà di input in modo da delineare i confini di un quadro di riferimento complessivo. La cosa più importante è che le persone si parlino, e lo strumento più efficace perché questo possa avvenire è di creare una piattaforma in rete. Già il fatto di attivare un flusso di comunicazione e un confronto tra quello che tradizionalmente è il mondo del progetto e una gran moltitudine di altre professionalità rappresenta un elemento di cambiamento, e se questo approccio a una trasversalità di competenze viene organizzato in un modo in cui sia abbastanza facile dialogare e trasferire informazioni, si pongono le basi di uno strumento che ha le caratteristiche per poter produrre risposte più articolate a problemi complessi. Quello di cui abbiamo bisogno è di essere più creativi nei processi. Questo dipende in molti casi dalla qualità e dalla varietà degli attori coinvolti: pensare comunque che architetti, urbanisti, ingegneri, designers, biologi, storici, geografi, agronomi, amministratori pubblici, giornalisti, economisti, hackers, sociologi, antropologi, chimici e altri ancora possono, a seconda delle necessità, condividere tavoli progettuali specifici, fa intravedere delle potenzialità che non rappresentano una novità assoluta ma che certamente non sono la prassi. Pensando a grandi linee a come si presenterebbe la piattaforma, la immagino suddivisa in quattro aree: 1- la prima in cui si ragiona su proposte, suggerimenti relativi all’efficacia e allo snellimento della burocrazia. Tempi certi e interlocutori affidabili sono valori non contrattabili. 2- la seconda come una banca dati continuamente aggiornata che raccoglie informazioni, previsioni, statistiche che riguardano i campi più disparati e che ha la funzione di servizio al progetto (per esempio: Quanti turisti cinesi avremo nel 2018? Come le monoculture stanno desertificando la pianura padana? Come sta cambiando la composizione sociale nelle diverse parti del paese?). 3- la terza è un’agenda di tematiche, emergenze, opportunità progettuali. Ci sono progetti latenti dei quali si sente il bisogno e per i quali non ha ancora preso forma una committenza (per esempio: turismo legato allo sviluppo del territorio, miglioramento della qualità della vita nelle periferie, riconversioni civili, industriali e agricole). 4- la quarta potrebbe riguardare corsi sperimentali di progettualità integrata nelle università riferiti ai temi dell’agenda. Le scuole dovrebbero essere i luoghi ideali in cui fare dialogare le discipline per creare i nuovi progetti. Tutto questo forse può sembrare un sogno, naturalmente è l’inizio di un pensiero, ma credo che la cosa più importante sia prendere la decisione di mettersi in gioco con se stessi e con gli altri. Se ci si vuole credere, soltanto cominciando a fare si può migliorare.

18.06.2012 Aldo Cibic

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