Il Senso dell’Oggetto | The Plan
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Il Senso dell’Oggetto

Michele De Lucchi

Dare un senso alle cose: questo è sempre stato il mio problema e alla fine l’obiettivo che mi prefiggo per il mio lavoro professionale. Non importa se di oggetti grandi o piccoli si tratta, non importa se visti da dentro o da fuori, non importa se stanno nello spazio o se lo spazio lo fanno. Non importa. L’evoluzione della civiltà ha fatto sì che oggi distinguiamo, con grande chiarezza e semplicità, gli oggetti artigianali da quelli industriali, quelli fatti a mano da quelli fatti a macchina. La bellezza del mondo degli oggetti si è arricchita grazie a quella distinzione e per il piacere di riconoscere di volta in volta il talento delle mani e la perfezione e il rigore geometrico della macchina. Abbiamo acquisito la capacità di percepire con più immediatezza, sensibilità, razionalità, emotività e ragionamento. È questa la molla del mondo, è questo quello che dà valore e qualità al nostro sentire, al nostro capire, al nostro conoscere, alla curiosità del nostro cercare e alla soddisfazione del trovare: non esisterà mai solo ragione e non esisterà mai solo emozione, ma è nel dondolarci tra questi opposti che troviamo noi stessi la nostra personalità, la nostra reazione di fronte a un oggetto prezioso, un prodotto intelligente, un edificio che colpisce, un paesaggio che fa trattenere il respiro. Io sono un progettista e lavoro con i simulacri dei miei progetti: per questo mi piacciono così tanto i disegni, i modelli, le casette, i prototipi. Perché non sono gli archetipi di tutto, sono i Penati del mondo reale, reale e artificiale, quello che l’uomo crea e realizza per l’uomo. Gli oggetti sono conoscenza, racchiudono il sapere, una storia, la loro storia e quella di chi li ha realizzati e di chi li ha usati. Ho sempre ammirato mio padre, estimatore di mobili e immobili, che leggeva negli oggetti la loro vita. Distingueva quelli di valore da quelli dozzinali e mediocri, quelli autentici da quelli falsi, sapeva chi aveva fatto questo e chi aveva fatto quello, quando era stato fatto e in quale epoca e in quali condizioni. Vedeva tutto sotto la pelle, nella forma, nella materia, nel colore, nello stile: gli oggetti sembravano non avere segreti. Tutto parlava, anche quello che sembrava immobile e insignificante. E alla fine dichiarava il valore: certamente era un valore economico, ma non solo quello, perché le cose, gli oggetti, apparivano sotto una nuova luce e tutto era più chiaro, comprensibile, ricco. Gli oggetti sono molti: spesso penso siano troppi e mi terrorizza l’idea che saremo sommersi di cose: ma non succederà, perché noi siamo le cose, come nel bellissimo titolo, al Museo del Design, nell’installazione di Alessandro Mendini. Le cose sono il nostro pensiero e il nostro tempo e si evolvono con loro: è il senso che diamo loro che le fa vivere. Esse vivono per noi che siamo appassionati e alla continua ricerca del piacere delle cose belle e per altri che magari hanno rifiutato l’idea che le cose servono e vogliono vivere nell’assenza degli oggetti e nell’umiltà degli spazi vuoti. Ambedue condizioni bellissime, affatto contrastanti, necessarie per comprendere la presenza dell’uomo sulla terra. Non possiamo fuggire dagli oggetti, e neppure dallo spazio che di per sé è fatto di oggetti: porte, finestre, muri, battiscopa, davanzali, vetri, maniglie, pavimenti, condutture, lesene, cordonature, soglie, imbotti, angoli, soffitti, spigoli, colonne, travi, mattoni, calci, cementi, gessi, gradini, alzate, pedate, corrimani, ringhiere, parapetti, zanche, profili, boiserie, travi, traversi, tetti, tegole, grondaie, pluviali, camini, terrazze, bowindows, piani alti, interrati, etc, etc, oggetti tutti. La tendenza contemporanea alla riduzione formale ha portato l’architettura a configurarsi sempre più in volumi unici e superfici monomateriche. Riconosco nel mio lavoro la tendenza a definire volumi architettonici senza fronti e retro, facciate destre e sinistre, ma corpi puri trattati (per lo meno percettivamente) con le facce uguali in termini di materia e linguaggio formale. Non è il caso di discutere se gli edifici siano oggetti o se gli oggetti siano edifici. Di certo la dimensione ne determina la classificazione, anche se nell’immaginario, nei disegni e nei modelli la dimensione è mediata da una scala che lascia la libertà di immaginare la reale grandezza. Il gioco delle dimensioni offre molta potenzialità immaginativa. Quelli pratici e quelli decorativi, quelli funzionali e quelli simbolici e rappresentativi, tutti gli oggetti sono necessari e importanti allo stesso modo. Ce lo fa capire bene Morandi nei suoi quadri, che sembra dire che tutti gli oggetti sono belli se presi dalla giusta prospettiva. Sembra volerci dire che un mondo di oggetti puri sarebbe la soluzione più giusta anche nella scala più grande, quella degli arredi e degli edifici, fino a quella delle città. Nell’arredo oramai il design contemporaneo ci ha portato a concepire tutto come elementi separati, sculture indipendenti, sistemate senza obbligo di condizionamento formale, con unica attenzione allo spazio di rispetto. Anche negli interventi urbani riconosciamo un contenuto di contemporaneità maggiore dove i singoli edifici, ben trattati nella loro funzionalità ed espressività, si distinguono con chiarezza e con personalità. Rimane il problema dello spazio di rispetto, due elementi che sembrano venire sempre meno negli usi e nei costumi della società contemporanea.

Michele De Lucchi, 21 luglio 2011

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