Tecné, qualità e sostenibilità | The Plan
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Tecné, qualità e sostenibilità

MCA - Mario Cucinella Architects

Tutti i processi di cambiamento avvengono in maniera lenta a meno che non intervenga un grande evento inaspettato. Da qualche decennio assistiamo ormai ad un lento ma continuo crescere dell’interesse sui temi dell’ambiente, dei diritti dei cittadini, sulla qualità delle democrazie. Si cerca di trovare un nuovo equilibrio che, attraverso tutti i campi, dall’economia all’architettura, dall’alimentazione ai diritti fondamentali, chieda rispetto e giustizia. Un recente testo di Stephan Hessel, co-redattore della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo nel 1948, dal titolo “Indignatevi”, descrive la necessità di ritrovare e applicare una insurrezione pacifica. La Dichiarazione Universale si basa su definizioni semplici, ma fondamentali, che basterebbero per cambiare radicalmente la politica odierna che, pur in quella scia, ha perso la strada, costretta da troppi interessi e da un sistema economico troppo preponderante. Non voglio sfuggire al tema ma è fondamentale capire dove siamo e cosa sta accadendo, anche perché l’architettura è rappresentazione della cultura, della politica e delle ambizioni di un tempo: dobbiamo capire questo tempo. C’è un evidente scollamento tra le ambizioni e la realtà quando si parla di sostenibilità; eviterei qualunque definizione lasciando al buon senso il significato della parola. Ciò è dovuto ad una particolare situazione storica: veniamo da una cultura di grande trasformazione industriale che ha generato, da una parte un miglioramento nella qualità della vita, tecnologia e sviluppo ma che, dopo molti anni, ha presentato il conto ambientale e sociale e le conseguenze planetarie in termini di sopravvivenza. Come tutte le cose, quando degenerano lo fanno a scapito di qualcuno, in questo caso è la natura che silenziosa e non rappresentata subisce senza protestare. Ciò avviene non solo a scapito della natura ma anche a scapito dei diritti fondamentali, delle conquiste sociali e di quella parte di società poco rappresentata che alza la voce attraverso la rete e le associazioni umanitarie. Ma quello che mi sembra più insolito e su cui dobbiamo confrontarci è proprio questa progressiva crescita di una realtà illusoria che prende sempre più il posto di quella vera e che vive di vita sua o peggio nostra. Una nuova pubblicità d’auto ci fa immaginare un mondo in cui possiamo correre a grandi velocità, scalare montagne, attraversare paesaggi in sicurezza, città vuote e pulite senza inquinamento. Ma questa non è la realtà, è quello in cui ormai crediamo, nonostante l’evidenza del traffico, del paradosso potenza, velocità, consumi e inquinamento. Il problema non è costruire auto pulite, il problema è che non ci stanno più nelle nostre città. Il nostro rapporto con la tecnologia è totalmente estraneo, non conosciamo le cose che utilizziamo e non siamo capaci di aggiustarle e le buttiamo via. Abbiamo scambiato le vaschette di polistirolo che rivestono i nostri alimenti per sicurezza alimentare, invece che speculazione alimentare, neanche così sicura. E quando vediamo la frutta sugli alberi abbiamo paura che non sia buona perchè non è nella plastica o non è certificata. È ben strano questo modo di vedere la realtà. L’architettura è ormai entrata anche lei in questa logica, con gli alti e bassi della realtà illusoria. Anche lei si è guadagnata l’area pop- commerciale. Utilizza strumenti tipici della comunicazione pubblicitaria e del consumo e anche lei ci fa credere all’illusione di costruire straordinarie città e mirabolanti edifici di cui però non conosciamo il rapporto con la città e dove il rapporto con l’uomo e con la tecnologia e l’ambiente è secondario, se non insignificante. Edifici che sfidano le leggi di gravità o peggio la volgarità, che cercano a tutti i costi una contemporaneità tutt’altro che colta e spesso creatrice di estraneità. Può darsi che non ci sia nulla di male ed alcune pop-stars ci dicono che questi sono i tempi del consumo e della comunicazione e che questa è una opportunità. Parliamo di democrazia, di ambiente e di opportunità ma spesso è più facile lasciare tutto ciò alla prossima occasione. L’antidoto al facile opportunismo è la fatica di esercitare la democrazia, strumento troppo spesso fragile e assediato dalle vecchie pratiche oligarchiche e di costume. Ma la sostenibilità cosa c’entra? In questo contesto tutt’altro che facile, sia per le condizioni del mercato sia per la necessità di strutturare il nostro lavoro, si inserisce in maniera del tutto accessoria la sostenibilità che si aggiunge come un altro livello di complessità, spesso di natura burocratica e di competenza dell’ingegneria. Questa visione è ancora troppo legata alla performance tecnologica degli edifici, nell’ipotesi migliore, ad una riduzione di consumi, ma pur sempre consumi e ad una visione tecnico-logica che vede nell’edilizia prima di tutto una grande industria di consumo tecnologico ed energetico e vede nelle città l’applicazione di una logica di sfruttamento del suolo, come quella dell’agricoltura intensiva. Dentro questa logica non c’è spazio per un vero cambiamento.

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