Intervista a Richard Meie | The Plan
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Intervista a Richard Meie

Richard Meier & Partners Architects

Nicola Leonardi - La sua architettura è rimasta fedele a se stessa, nel tempo. Il suo approccio modernista ha fatto da ponte tra numerose mode, come postmodernismo, decostruttivismo, hi-tech, low-tech. Come descriverebbe il suo approccio all’architettura contemporanea?
Richard Meier - Credo che l’architettura sia parte di un continuum. Quello che facciamo oggi, pur relazionandosi alla storia, non deve avere lo stesso aspetto di ciò che è stato fatto nel passato, deve integrarsi con il presente. Mi piace pensare che la nostra sia architettura contemporanea, che si rapporti alla vita di oggi, al modo in cui viviamo, al contesto nel quale costruiamo e non a idee relative al passato. In ogni buona architettura è presente un denominatore comune, la relazione tra spazio e scala umana. Nell’architettura degli ultimi secoli, non ha importanza chi sia l’autore - Borromini, Bernini, Bramante, Alvar Aalto, Michelangelo, Frank Lloyd Wright, Mies van der Rohe o Louis Kahn - si tratta sempre della qualità degli spazi attraverso i quali ci muoviamo e di come l’individuo si relaziona con essi.

N. L. - La prima definizione che viene data all’architettura di Richard Meier è che è bianca. Il bianco è la sua firma. Ho letto la sua conversazione con i suoi figli sulla percezione dei colori e di quale sia il suo colore preferito. Ma vorrei chiedere cosa significa il bianco per lei, nella sua vita e nella sua architettura?
R. M. - Come vede, per incominciare, indosso una camicia bianca! Sono molti gli aspetti legati al bianco. Innanzitutto, l’architettura è creazione di uno spazio definito attraverso superfici opache e trasparenti, elementi lineari e piani, aperture e chiusure. Tutti questi elementi sono essenziali per l’architettura, e il bianco rende più evidenti le differenze tra aperture e chiusure, tra solidità e trasparenza, tra elementi lineari ed elementi piani, tra involucro e struttura. Credo che il bianco renda vivi gli elementi architettonici.
Il secondo aspetto riguarda il fatto che l’architettura è fatta dagli uomini, è statica, non cambia, non cresce nel tempo. È la natura che cambia durante il giorno, nel corso delle stagioni, e il candore degli edifici aiuta a riflettere la differenza tra ciò che è stato fatto dall’uomo è ciò che è naturale. Ci aiuta a percepire la natura che ci circonda e il modo in cui l’architettura la riflette.

N. L. - I suoi progetti spaziano dalle residenze private a grandi spazi pubblici e musei. Quali le differenze nel progettare una casa o un complesso pubblico?
R. M. - Le case che progettiamo generalmente sono isolate nel paesaggio. Sono oggetti da abitare. Relazionate al clima, al contesto, al cliente, ma raramente si rapportano con l’ambiente urbano come  un museo. Il loro contesto fisico è dato dall’orientamento, dai venti, dalla vista, dalla topografia, e da molti altri elementi che vanno considerati. In un’opera pubblica come un museo bisogna sempre rapportarsi con un contesto differente: sotto il profilo fisico, sociale, politico. Tutti questi sono fattori dei quali teniamo conto nella progettazione. Inoltre, in un museo lo spazio varia in relazione alle collezioni esposte: ci sono spazi a piccola scala per lavori piccoli, spazi a grande scala per lavori grandi. Poi c’è il percorso, come ci muoviamo all’interno degli edifici e quale esperienza nasce attraversando gli spazi interni ed esterni. C’è una relazione tra un museo e la città. In questo senso, uno spazio pubblico appartiene alla città, è parte della sua vita. Talvolta le persone visitano un museo non per osservare le opere d’arte ma per ragioni sociali, altrettanto importanti. Tutti questi elementi influenzano la progettazione di un museo.

N. L. - Non esiste architettura di qualità senza un committente di qualità. Muovendosi nel tempo e nello spazio, quali sono state le differenze nell’approccio suo e dei suoi clienti in alcuni dei suoi più importanti progetti residenziali, quali la Douglas House realizzata negli anni ’70 sulla East Coast, la Malibu House sulla West Coast, del 2008, la Handsmooth House nel Regno Unito, e la villa progettata a Tjanijn, che sembra fluttuare sull’acqua.
R. M. - Ogni volta che mi reco in una scuola di architettura per una lezione agli studenti, mi stupisco da solo, osservando le immagini dei miei progetti, di quanti di questi siano sull’acqua.
È semplicemente andata così! Sono i clienti a scegliere il sito, non io. L’acqua dà sensazione di apertura, di vastità, condiziona nella scelta dell’orientamento dell’edificio, ma aiuta anche a riflettere i colori, i cambiamenti della natura in un modo unico.
Tutti i clienti sono diversi. Il primo incontro con un potenziale cliente avviene di solito con un uomo e una donna. La prima domanda che faccio è: “Chi sarà di voi la persona con cui dovrò parlare?“. I due si guardano: lei dice “lui” e lui dice “lei”. È interessante perché in alcuni casi è la donna che prende l’iniziativa, in altri è l’uomo, non si sa mai. Ma è molto raro che i due parlino contemporaneamente. Hanno già deciso tra loro cosa vogliono e come vogliono esprimerlo. E uno solo di loro in genere si relaziona con me. Trovo che questo sia il modo migliore, non voglio trovarmi nel mezzo di una discussione. Dico sempre ai miei clienti di farsi un’idea chiara e poi di esprimerla. In questo modo ho sempre avuto con i miei clienti rapporti ottimi e molto chiari.

N. L. - New York è la sua città. Per molti anni per i più importanti architetti contemporanei è stato difficile lavorare a Manhattan. Solo nell’ultimo decennio i developer di New York sembrano aver compreso appieno che l’architettura di avanguardia, se non anche l’architettura “firmata”, porta benefici al mondo del real estate. Lo sviluppo urbano di Charles e Perry Street ne è un esempio. Pensa che la crisi abbia fatto della qualità un must? Crede che, nel pubblico e nel privato, ci sia una maggiore percezione del fatto che senza una buona architettura non ci possa essere un buon business?
R. M. - A New York, negli ultimi anni del XX e nei primi del XXI secolo, è stato estremamente difficile fare buona architettura. I developer avevano l’idea che ingaggiare un bravo architetto fosse più costoso. Non è così, è una percezione sbagliata. Quando abbiamo lavorato al progetto di Perry Street e Charles Street si sono resi conto che è possibile costruire allo stesso prezzo con un ritorno maggiore per la grande richiesta di architettura di buona qualità. Questo ha anche dato la possibilità a molti giovani architetti di avere un loro spazio nei nuovi progetti soprattutto downtown. Sono molto orgoglioso che loro abbiano potuto fare strada grazie a questo progetto precursore e che in molte zone della città si stiano ora realizzando ottimi progetti, cosa che non sarebbe mai stata possibile prima.

N. L. - Lei è stato coinvolto nel progetto del Teachers Village a Newark in New Jersey, un complesso urbano ad uso misto di edilizia convenzionata e sociale che comprenderà sette nuovi edifici e il restauro di una struttura esistente. Questa è una grande risposta a chi descrive Richard Meier come l’architetto dei ricchi. In realtà lei è stato interessato anche in passato all’edilizia sovvenzionata a New York negli anni Sessanta. Quale la storia di questo incarico e quale la sua idea progettuale?
R. M. - Ho realizzato edifici a basso costo nel Bronx negli anni Sessanta, che ancora oggi costituiscono residenze economiche.
Sono stato coinvolto nel progetto di Newark perché un cliente per il quale stiamo realizzando un edificio a Tel Aviv, Nicholas Berggruen, è venuto da me dicendo: “Se qualcuno decidesse di realizzare abitazioni a basso costo, lei sarebbe interessato?” Certamente eravamo interessati. Il centro di Newark non è proprio il genere di luogo dove andresti da solo di notte, ma penso che quando questo complesso sarà realizzato cambierà la zona in modo sostanziale. Ci saranno residenze economiche e una scuola sovvenzionata dallo stato. Quello che stiamo cercando di fare è dare il più ampio spazio possibile ad ogni unità, rispettando il budget, creare spazi esterni comuni: un parco, un luogo per la collettività capace di creare aggregazione sociale. Quindi non solo residenze, ma una relazione tra l’abitare, gli spazi aperti e la città.

N. L. - Il Getty Center è riconosciuto come il capolavoro di Richard Meier. Chiunque possa pensare che sia un progetto troppo grande da tenere sotto controllo e troppo complesso per mantenere quella scala umana a cui Lei ha sempre mirato nei suoi progetti, lo inviterei ad andare a vedere o, forse più propriamente, a “sentire” questo luogo.
L’ho visitato l’estate scorsa con la mia famiglia e vorrei ringraziarla per il regalo che ci ha fatto. Il Getty Center è un complesso magico, inserito nel paesaggio, una sequenza di spazi monumentali che non hanno perso la loro scala umana. Ti perdi ma ti senti rilassato, con la percezione di un’atmosfera intangibile di perfezione. Con geometrie semplici di linee rette e curve, l’uso di pochi materiali, ha dato forma a volumi articolati, corti e giardini. Come ha creato tutto questo?

R. M. - Grazie per la sua percezione. È vero, i bambini lo amano. Cattura la loro immaginazione. È come giocare a nascondino: vai in un posto, trovi qualcosa e subito vuoi trovare qualcos’altro. Come se andando in giro si scoprissero degli indizi. È proprio quello che volevo: creare sorprese, spazi intimi, spazi aperti, una relazione tra l’edificio e i giardini, volevo che i giardini fossero accoglienti quanto gli edifici. Volevo che fosse un luogo per tutti.
Penso che ognuno dopo essere stato là abbia la sensazione di aver imparato qualcosa e di essersi divertito. Tantissime persone mi dicono: “Sono stato al Getty tutto il giorno ma non ho avuto tempo per vedere il museo!”, e penso proprio che sia così. Francamente, la progettazione è partita da piccoli schizzi, diagrammi che rappresentavano più o meno solo le due colline e la valle tra di esse. Mi sembrava che il lato verso l’autostrada per San Diego fosse quello pubblico mentre verso Brentwood, dove si trovano le residenze che fronteggiano il Pacifico, si dovesse collocare il lato privato. Il Museo si trova nella zona pubblica mentre il Centro per la storia dell’arte e le discipline umanistiche è nella parte privata. Nel centro, un giardino appartiene ad entrambe. L’idea è nata dal sito, dal contesto. Abbiamo dovuto plasmare un po’ il terreno ma la forma di base è rimasta e gli edifici si sono sviluppati a partire da questo. Siamo sensibili alla topografia e alle visuali e abbiamo cercato di ottimizzare la peculiarità di questo luogo meraviglioso.

N. L. - Il vostro ufficio sta sviluppando progetti quasi in ogni parte del mondo. Per citarne alcuni, la Liberty Plaza a Mexico City, il W Retreat sempre in Messico, la Rothschild Tower in Israele a Tel Aviv e altri in Europa. Cosa deve fare per impedire a se stesso di diventare una “industria” di architettura, per continuare a mettere a fuoco la ricerca e mantenere viva la poesia nel Suo lavoro?

R. M. - Sembrano davvero tanti progetti e in effetti lo sono! Ma sono a stadi differenti: uno è in costruzione, uno sta per iniziare il cantiere; uno è in fase di progetto. In questo momento non abbiamo un progetto da iniziare, anche se lo vorrei. Alcuni di questi lavori saranno terminati in uno, due, tre, quattro anni. Sono sparsi nello spazio ma anche nel tempo. Ciò che li unisce è l’attenzione, nel progetto, al contesto, alla loro collocazione, alle loro peculiarità. Il clima di Tel Aviv è molto diverso da quello di Amburgo e per questo anche l’idea di edificio, il modo in cui usare schermature solari, il modo in cui teniamo in considerazione ogni elemento. La maggior parte dei committenti oggi ambisce a una certificazione Platinum. Di conseguenza ogni edificio oggi deve essere sensibile alla sostenibilità in un modo impensabile solo 20-30 anni fa. Tutto questo influenza gli elementi del progetto. Ad esempio lavori alla realizzazione di schermature solari in un certo modo e poi ti rendi conto che funzionano in un luogo ma non nell’altro.

N. L. - Lei ha costruito in Italia due progetti piccoli ma importanti, la Chiesa per il Giubileo e il controverso museo dell’Ara Pacis a Roma. Anche il progetto per l’Università di Bologna è vostro. Negli ultimi anni siete stati coinvolti in più di un complesso turistico a Jesolo, località che sta subendo una trasformazione totale. Il progetto dei laboratori ITC per Italcementi è ora in costruzione vicino a Bergamo. Come si possono descrivere la progettazione e l’architettura in Italia? Quali sono le maggiori differenze in confronto con altri paesi?
R. M. - Ci sono grandi differenze nel costruire in Italia. Una è il tempo. C’è il tempo di New York, il tempo di Tokyo e poi c’è il tempo italiano. Per l’Ara Pacis sono stati necessari dodici anni perché è stata una partita politica. Ma la politica non riguardava l’edificio, riguardava solo la politica in quanto tale. Uno era a favore, il successivo era contrario, quello ancora dopo di nuovo a favore. Siamo passati da Rutelli, Berlusconi, Veltroni. Per fortuna ci sono stati Rutelli e Veltroni altrimenti non sarebbe mai stato realizzato. Qualcuno arrivava e diceva “Ci piace l’edificio, ma è nel posto sbagliato!” “Cosa significa ‘posto sbagliato’? È dove si trova l’Ara Pacis!” Sgarbi è venuto a trovarmi a New York dicendomi di cambiare il progetto. Aveva annunciato a Roma: “Convincerò Richard Meier a cambiare il progetto”. È venuto qui, ci siamo seduti, abbiamo parlato. Gli ho chiesto quali cambiamenti avesse in mente, mi ha risposto: “Non mi interessa, deve essere semplicemente modificato”. “Perché?” ho chiesto. ”Perchè ho detto che lo avresti fatto”. Gli ho spiegato che non avevo ragioni per fare modifiche, così è tornato in Italia dicendo:
“Richard Meier è davvero ostinato. Non lo vuole cambiare.” Con la Chiesa è stato diverso. Ho vinto un concorso. Ci sono voluti dodici anni, perché il Vaticano non voleva spendere molto denaro. Avrebbero voluto che fosse tutto una donazione. Così ho detto: “Questi sono i disegni”. “Bene. Dobbiamo aspettare, dobbiamo trovare qualcuno che finanzi il progetto.” Fortunatamente hanno trovato delle ottime persone e siamo stati tutti coinvolti, ma c’è voluto tempo.
Per quanto riguarda Italcementi, è andato tutto bene. Sono stati molto veloci ed efficienti. Avevamo queste enormi strutture da trasportare dalla fabbrica al cantiere, e loro hanno fatto fermare l’autostrada per noi. Sapevano cosa fare e lo hanno fatto.
Anche Jesolo è stato un bel lavoro. Di nuovo lento, perché le persone coinvolte erano giovani. Non avevano mai affrontato un lavoro come questo. Sono stati bravi, ma abbiamo proceduto passo dopo passo e ci sono state difficoltà con i finanziamenti.
Bologna attualmente è in corso. È l’ufficio di Los Angeles a lavorare su Bologna. Abbiamo realizzato il masterplan, poi c’è stata una pausa, ed ora siamo di nuovo coinvolti.

N. L. - Il mestiere dell’architetto è sempre stato difficile e sicuramente non è diventato più semplice per le nuove generazioni, negli ultimi anni. Come vede in prospettiva l’architettura di domani? Cosa farebbe se dovesse laurearsi oggi e diventare un architetto nel 2011?
R. M. - Se mi laureassi ora, rimarrei a scuola. Credo che questo sia un periodo difficile per gli architetti. Non ci sono tanti lavori, e un paio di anni in più a scuola non farebbero male. Direi ai giovani architetti di continuare a studiare. Gli architetti possono fare molte cose. La maggior parte di loro pensa che il lavoro coincida con la libera professione, da soli o in un grande ufficio, con un grande gruppo di lavoro, ma gli architetti possono contribuire ed essere utili alla società in molti altri modi. Alcuni dei migliori leader politici hanno compiuto studi di architettura. Questo ha dato loro gli strumenti per comprendere il significato di società, partecipazione, impegno, per capire quanto l’ambiente costruito sia importante per il benessere generale del mondo e loro sono in grado di dare un contributo. Il servizio pubblico è una buona strada, e può esserlo ad ogni livello, nazionale o locale. Infine anche le pubblicazioni sono importanti. Se scrivi bene, se ragioni bene, puoi dare il tuo contributo attraverso le pubblicazioni di architettura. Quindi penso che ci siano molti settori, oltre allo studio privato, nei quali impegnarsi e dare un apporto importante allo sviluppo della cultura e della società.

New York, 6 Gennaio 2011

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