Intervista a Luca Molinari, curatore Padiglione Italia Biennale di Architettura Venezia 2010 | The Plan
  1. Home
  2. Magazine 2010
  3. The Plan 043 [06-2010]
  4. Intervista a Luca Molinari, curatore Padiglione Italia Biennale di Architettura Venezia 2010

Intervista a Luca Molinari, curatore Padiglione Italia Biennale di Architettura Venezia 2010

Luca Molinari

Nicola Leonardi - “People meeting Architecture”, questo il titolo della Biennale d’Architettura 2010 scelto da Kazuyo Sejima, che così lo ha spiegato: “L’idea è di aiutare gli individui e la società a relazionarsi con l’architettura, aiutare l’architettura a relazionarsi con gli individui e la società, e aiutare gli individui e la società a relazionarsi tra loro”. Quanto ti ritrovi in questo titolo e nelle parole di Sejima?
Luca Molinari - Trovo che il tema lanciato da Sejima sia molto interessante, che sia anzi uno dei temi più caldi e problematici sui quali ripensare oggi la crisi dell’architettura contemporanea. Come curatore ho una totale autonomia concettuale e di scelta nell’allestimento del Padiglione Italia, ma ho comunque voluto da subito costruire una relazione con Sejima, per una forma di rispetto innanzitutto, ma anche perché ritengo necessario che ci sia un dialogo tra il padiglione del Paese che ospita la Biennale e quello che avviene nel padiglione internazionale. Ci siamo ritrovati sull’idea che debbano esserci elementi comuni tra i padiglioni, in particolare ci accomuna il desiderio che gli allestimenti siano fortemente coinvolgenti, che sia necessario ricercare forme immediate di comunicazione grafica e dei contenuti, utilizzando pochi testi, pochi diagrammi e lasciando parlare le immagini e gli spazi. Poi c’è stata una naturale coincidenza sui principali contenuti di fondo: non si deve dimenticare che l’architettura senza chi la abita non esiste e che al tempo stesso l’architettura dà a chi occupa gli spazi lo statuto di abitante, di cittadino. Questo è secondo me un punto molto importante di ripartenza e di riflessione concettuale.
N.L. - A che punto è oggi il rapporto tra architettura e società?
L.M - Generalmente l’architettura risponde alla committenza che la genera e la rende possibile. Più il committente è evoluto, consapevole del valore che viene dato all’architettura, più l’architettura risponde con contenuti interessanti. Lo vediamo bene anche in Italia. Al di là del talento dei singoli autori, l’architettura senza buoni committenti consapevoli non produce nulla, e in assenza di un contesto sociale che la sappia accettare, provocare, che la stimoli a migliorare, spesso non genera le cose migliori. È difficile generalizzare, certo è che l’Italia paga il problema diffuso di una società che fa ancora fatica ad accettare l’idea di contemporaneità nella costruzione di spazi reali. L’Italia ha costruito la sua modernità, la sua emancipazione simbolica tramite il possesso e l’uso di oggetti quotidiani più che attraverso la costruzione degli spazi di nuova generazione. L’architettura contemporanea è ancora vissuta come un problema, non come una dimensione normale con la quale convivere e capace di produrre risultati inediti. Ci sono comunque in Italia situazioni interessanti, collocate entro contesti sociali, economici e politici più avanzati. Il Trentino - Alto Adige negli ultimi anni è diventato un vero laboratorio progettuale, perché lì coesistono una committenza pubblica consapevole, un’economia solida, una società che cerca nell’architettura contemporanea una sua forma di auto-rappresentazione e, non ultimo, bravi artigiani e imprese di solida qualità. Questo garantisce all’architettura dei passaggi in avanti ancora impensabili in altre realtà. Abbiamo a che fare con un’anomalia della modernità italiana, che ci accompagna da almeno 60 anni. Produrre architettura contemporanea di qualità in Italia è un’impresa improba. La fatica che fa un bravo architetto a fare buona architettura in Italia è dieci volte superiore a quella di un suo collega in Olanda, Germania, Francia, Spagna o Portogallo. In Italia si lavora inoltre con budget che spesso non arrivano a un quarto di quelli a disposizione di altri architetti europei. Gli italiani a questo proposito hanno affinato la virtù di riuscire a realizzare opere con budget estremamente ridotti a fronte di risultati a volte inaspettati.
N.L. - Come si colloca l’architettura italiana, e le sue generazioni più giovani, rispetto alla necessitá/opportunitá di un approccio sempre più globale? L.M. - La generazione degli architetti 40enni ha fatto lo sforzo importante di mettere in piedi una forma di professionismo evoluto alla pari con il professionismo europeo. Penso ai 5+1AA, Camillo Botticini, C+S, Piuarch, Labics, Park, tutti questi progettisti negli ultimi 10 anni hanno riportato l’architettura italiana media in un raggio di professionalità evoluta, capace di fare bella architettura contemporanea per una committenza normale a costi di mercato giusti. Trovo anche che tutto questo sforzo abbia generato una forma di inevitabile conformismo rispetto al mainstream europeo, con il risultato che oggi in Italia si fa della buona architettura riconosciuta anche all’estero, ma che ancora manca una forma di sperimentazione e ricerca di valori autonomi, che dovrebbero dare un’identità e una personalità riconoscibile all’architettura italiana. Da una parte c’è stata la risposta a un professionismo evoluto, che ha aggiornato quello che la critica chiamava regionalismo critico, bravi professionisti che hanno fatto crescere i contesti in cui operavano, però dall’altra parte manca la dimensione di ricerca sperimentale, più sporca, imperfetta, propria di alcune delle esperienze più interessanti dell’architettura italiana dei decenni precedenti, quando con scarti concettuali improvvisi si generavano situazioni che davano vita a qualcosa di unico, a qualcosa di diverso a cui guardare.
N.L. - Come lavorano le nuove generazioni di architetti italiani? Esiste tra loro un dibattito, una piattaforma di confronto?
L.M. - La cosiddetta generazione Erasmus, quella dei 30-35enni, si differenzia dalla generazione immediatamente precedente. Sono architetti formatisi soprattutto in altre realtà europee, che una volta tornati nei loro contesti hanno dato vita a ricerche e sperimentazioni spesso interessanti. Oggi poi assistiamo a un altro fenomeno: molti bravi trentenni aprono i loro studi direttamente fuori dall’Italia. Si considerano italiani, ma il loro studio è all’estero. Usufruendo del sistema low cost di spostamenti, delle connessioni internet, lavorano su forme relazionali diverse, che influiscono anche sul modo di pensare il mestiere dell’architetto oggi. Questi giovani da un lato sono sradicati rispetto al contesto tradizionale, si collocano su una dimensione europea, ma affermano comunque la loro identità italiana, il loro modo italiano di concepire gli spazi. Altro aspetto interessante nei giovanissimi è un forte ritorno alla riflessione teorica sull’architettura, cosa che era molto mancata negli ultimi anni. Autori come Dogma, Salottobuono, Baukuh, Gabriele Mastrigli, sono tutti giovani studi, interessanti, che stanno provando a riflettere anche su una dimensione teorico-critica dell’architettura oltre che sull’architettura come mestiere sottoposto a una profonda metamorfosi.
N.L. - Quanto è stato difficile operare una scelta per decidere quali architetti invitare al Padiglione Italia della Biennale, quali i criteri?
L.M. - È stato molto difficile, il nostro è un Paese eterogeneo e complesso, nel quale convivono decine e decine di storie, di esperienze diverse. Da almeno vent’anni lavoro sull’architettura italiana, quindi penso di conoscerla mediamente bene, malgrado tutto questo, possono sfuggire contesti ed esperienze che potrebbero essere interessanti, ma che magari non hanno la capacità di rendersi visibili, di farsi notare. Ho ricevuto molte autocandidature, attraverso le quali, in alcuni casi, ho scoperto progetti interessanti; ho viaggiato, guardato, studiato con calma, analizzato decine di siti di architettura, guardato le riviste, mi sono fatto consigliare. Ho poi cercato di vedere direttamente tutte le opere che ho selezionato, questo per una sorta di mia diffidenza nei confronti delle fotografie, e perché credo ancora nella necessità di una esperienza diretta, fisica dello spazio.
N.L. - Come racconterai l’architettura italiana nel Padiglione Italia?
L.M. - Il padiglione si articola in tre sezioni. La prima, “Amnesia nel presente”, è dedicata agli ultimi venti anni d’architettura, alla nostra memoria recente. È una sezione importante, raccontata in maniera visiva e semplice. Non si può pensare di capire l’architettura italiana contemporanea senza ripercorrere la produzione architettonica degli ultimi decenni. La sezione centrale della mostra, “Laboratorio Italia”, riguarda il presente italiano; qui ho voluto mettere in mostra solo opere costruite. È una scelta un po’ radicale, ma non volevo una mostra che esponesse solo dei disegni, e volevo al tempo stesso sfatare quel luogo comune secondo il quale in Italia sembra non accada mai nulla di nuovo. Credo poi che uno dei doveri dei padiglioni nazionali sia rendere visibile la produzione di qualità. Ho identificato una decina di categorie critiche, di temi che considero significativi perché indicano delle priorità all’interno del paesaggio italiano, ma anche delle occasioni, delle straordinarie potenzialità per il prossimo futuro. Per questa sezione ho scelto un numero importante di lavori, perché non riesco a fissare la mia attenzione su uno o pochi progetti rappresentativi. Credo che oggi la scena italiana offra tante piccole opere che nell’insieme possono raccontare un paesaggio interessante e composito su cui è importante riflettere. L’ultima sezione è intitolata “Italia 2050” e prova a stimolare forme avanzate di sperimentazione intorno a una serie di problemi e temi che potrebbero toccare il nostro Paese nei prossimi decenni. Per fare questo ho coinvolto la rivista Wired chiedendo aiuto nell’individuare 14 protagonisti dal mondo della scienza e della sperimentazione avanzata a cui abbiamo affiancato altrettanti progettisti che produrranno visioni sui temi proposti.
N.L. - Hai intitolato il Padiglione Italia “Ailati. Riflessi dal futuro” Perché Ailati?
L.M. - Ailati nasce da una riflessione di fondo sul nostro Paese, che da tempo ha perso la sua centralità, ma non per questo non è stato capace di produrre contenuti di qualità originale. È l’idea secondo la quale nel momento in cui non ritroviamo un centro, centro che secondo me è sempre più vuoto, più debole, più fragile, ma cerchiamo nelle cose uno sguardo diverso, laterale, cambiando la prospettiva, allora sappiamo produrre contenuti anomali, concettualmente sofisticati, inediti, potenti e di altissimo livello. Terragni, Mollino, il primo Aldo Rossi, Superstudio, Archizoom, hanno prodotto pensiero laterale rispetto alla pratica corrente dell’architettura, e facendo questo hanno creato un approccio originale, un modo diverso di guardare al progetto che è riuscito a influenzare profondamente il dibattito internazionale. Ogni volta che proviamo a rincorrere un centro che non c’è finiamo per risultare in ritardo, provinciali, quando abbiamo la capacità di produrre un pensiero laterale, allora produciamo contenuti freschi, esclusivi, unici, proprio perché la nostra è una storia di ricche anomalie, di ambiguità potentissime.
N.L. - Tra gli architetti presenti al Padiglione Italia ritroviamo queste caratteristiche, questa capacità di pensiero laterale?
L.M. - La selezione che ho fatto dei 14 autori nella sezione “Italia 2050” racchiude un po’ la mia idea di autori che possono rappresentare questa idea di lateralità sperimentale. Tra i progettisti chiamati a produrre delle visioni, degli scenari di futuribilità un po’ spinta, ci sono alcuni che non hanno mai smesso di fare ricerca, di sperimentare o di forzare il progetto non solo nella direzione voluta dal committente, ma anche in una direzione più curiosa, attenta, imperfetta. Quel gruppo rappresenta secondo me un’idea di attenzione laterale, intesa come atteggiamento culturale di apertura e capacità di mettersi in discussione, di produrre contenuti aperti.
N.L. - Quanto è importante riuscire a comunicare l’architettura, e quali sono i modi più efficaci per farlo?
L.M. - Comunicare l’architettura è un’arte difficilissima, perché l’architettura in mostra è notoriamente noiosissima. È un’arte specifica, un’arte per addetti ai lavori, una persona che non sia architetto non capisce il significato della maggior parte dei termini che gli architetti usano. Noi architetti usiamo una serie di elementi tecnici condivisi: per un pubblico normale il disegno d’architettura è assolutamente incomprensibile. Niente è efficace come i modelli, o addirittura le architetture 1:1, i modelli abitabili. Trovo che le mostre più efficaci siano state le vecchie Triennali in cui la gente viveva gli spazi direttamente, oppure quella fantastica edizione della Biennale che fu la Strada Novissima di Portoghesi, dove l’idea di una strada e di un linguaggio di facciata diventava l’unico modo di comunicare l’architettura e suoi contenuti. Lo spazio deve essere visto, vissuto, bisogna offrire un’esperienza il meno metaforica possibile. Sejima ha fatto una scelta molto intelligente. Ha chiamato 45 autori e ha affidato a ciascuno di loro un lotto sul quale costruire ambienti nei quali i visitatori vivranno i luoghi progettati. Niente come l’esperienza dello spazio aiuta un visitatore a capire cosa può essere l’architettura. La scelta di Sejima potrebbe quasi sembrare banale, ma è di una potenza, di un’immediatezza tali che se ben interpretata darà il massimo del risultato. Nel raccontare l’architettura bisogna recuperare una dimensione giocosa, narrativa, molto semplice. Ormai è superata anche la sbornia digitale, il pubblico è abitutato a internet, al 3D, a un cinema sempre più sofisticato, una digitalizzazione messa su un video non attrae, non colpisce più. Dobbiamo sforzarci di trovare elementi che ci consentano di trasformare la mostra in un racconto che si possa trasmettere ad altri. Una mostra di soli disegni è incomprensibile, tendenzialmente noiosa, totalmente astratta. L’architettura disegnata non dà l’emozione dell’opera d’arte, della scultura. L’architettura è spazio, bisogna viverla, percorrerla, questo è il modo più efficace di renderla comprensibile e accessibile a tutti.

Digitale

4.49 €

Stampata

15.00 €

Abbonamento

Da 35.00 €
Resta aggiornato sulle novità del mondo dell'architettura e del design
Tag
#2010  #Luca Molinari   #Editoriale  #The Plan 043 

© Maggioli SpA • THE PLAN • Via del Pratello 8 • 40122 Bologna, Italy • T +39 051 227634 • P. IVA 02066400405 • ISSN 2499-6602 • E-ISSN 2385-2054