Una sensibilità ragionata - Ipostudio
  1. Home
  2. Architettura
  3. Una sensibilità ragionata

Una sensibilità ragionata

Ipostudio

Scritto da Valerio Paolo Mosco - 5 marzo 2020

«L’arte che qui nasce non è mai del tutto favolosa, ma nemmeno verista. È piuttosto basata sopra l’osservazione intellettuale della realtà, in cui la natura è tradotta in termini di ragionata sensibilità». Così scriveva alla fine degli anni ’50 Guido Piovene su Firenze, una città che ha mantenuto nel tempo il gusto per l’osservazione intellettuale della realtà, un’osservazione incistata nella sua storia e nella sua morfologia di città che ha levigato nel tempo i suoi stili, innescando nel tessuto medievale gli oggetti rinascimentali ed i ricongiungimenti barocchi, la normalizzazione borghese umbertina, infine gli sprazzi di modernità. La discontinuità negli anni ’60, non solo in architettura. Quella Firenze intellettuale acuta e caustica, amante della frase ben tornita, ben congeniata e affascinata dalla nitidezza del pensiero, tendenzialmente conservatrice, propone qualcosa di totalmente diverso. Le architetture di Leonardo Ricci e Leonardo Savioli lo dimostrano. Sono le loro architetture brutaliste, iper-plastiche, che quasi vogliono sbarazzarsi di un passato tutto grazia e moderazione. Se saliamo a San Miniato e guardiamo dall’alto una città che ha saputo rimanere tale rispettando la sua stessa natura, in fondo appare il turrito Palazzo di giustizia di Ricci, estremo se non kitsch, certamente non amabile, ma a cui non si può negare un certo piglio, se non altro un certo orgoglio. L’effrazione continua dopo Ricci e Savioli con i radical, come Superstudio, Archizoom, 999: la loro è un’architettura estrema, ideologica, intrisa di quello spirito della nuova frontiera che caratterizzava gli anni ’60 a cui aggiungono una certa puntuta ironia del tutto fiorentina. È quella dei radical un’architettura pensata più per il piacere intellettuale che per l’essere costruita: si perde quella “ragionata sensibilità” di cui scriveva Piovene per portare all’estremo “l’osservazione intellettuale della realtà”. Appena lo spirito della nuova frontiera si incaglia nei torbidi anni ’70, inaspettatamente, la grande onda dei radical si ritrae lasciando sul bagnasciuga frammenti, immagini e le utopie di un mondo che pensava di rifondarsi sulle sue stesse ceneri. Per un ventennio, fino alla fine degli anni ’80, l’architettura sembra scomparire in una Firenze sempre più chiusa nella sua stessa narrazione, poi nel decennio successivo la situazione cambia. Un gruppo di giovani architetti inizia a fare i conti con il proprio passato per mettere a punto una strategia futura. La domanda che più o meno consciamente si pongono è se sia possibile conciliare un’idea di architettura, possibilmente meno radicale rispetto al passato, con la realtà costruita che da troppo tempo appare inaccessibile. Si sono chiesti inoltre quale potesse essere il dispositivo per far uscire il pensiero dei radical, dell’architettura della città della Tendenza, e di quella che si sarebbe potuta definire già all’epoca la tradizione dell’architettura postmoderna italiana, dall’isolamento in cui la stessa, con una certa alterigia, si era cacciata. Il tragitto degli architetti toscani come Studio Archea, Ipostudio, Piero Carlo Pellegrini, e in maniera diversa Paolo Zermani, ci racconta tutto ciò. Progettisti diversi certamente, ma che condividono determinate caratteristiche: in primis il porsi in continuità con la cultura architettonica italiana in quanto portatrice di un credo irrinunciabile, ovvero che l’architettura deve sempre render conto alla città o al paesaggio da cui dipende e questa dipendenza necessariamente deve comportare una concezione dell’architettura di sfondo, potremmo dire a figuratività limitata. Non rinunciano inoltre questi architetti alla costruzione logica dell’architettura, alla composizione, ma appartenendo ad una generazione post-ideologica lo fanno senza esibizionismi né ostentazioni. A loro si deve anche la riscoperta di quella che potremmo definire la bellezza costruttiva, il gusto per il pezzo chiaro e definito e più che altro ben costruito, un’attitudine questa che rimarca una distanza da coloro i quali li avevano preceduti. Prendiamo il progetto con cui nel lontano 1993 Ipostudio, il gruppo che qui presentiamo, si affaccia sulla scena, quello per la Biblioteca reale di Copenhagen. Un progetto - come si direbbe oggi - iconico, che affida la sua presenza ad un’immagine convenzionale pantografata in maniera tale da diventare monumento: un progetto attualissimo che sembra fare da precursore all’attuale romanticismo dei vari Barozzi-Veiga, Valerio Olgiati, Caruso St. John e molti altri ancora. Un’immagine che innegabilmente molto deve ad Aldo Rossi, ma che aggiunge alla poetica rossiana un’attenzione costruttiva che all’epoca era una novità: non più cartongessi messi alla meno peggio e posticci rivestimenti, ma un’architettura che incarna l’immagine nella sua presenza costruita. Ed è proprio questo atteggiamento di ragionata sensibilità che tiene insieme il regesto di Ipostudio: un regesto che stupisce innanzitutto per la sua compattezza. Di fatto Ipostudio non ha mai tradito i principi su cui si è fondato; non solo, non ha mai tradito il suo stile. Prendiamo ad esempio il Museo degli Innocenti realizzato in quel capolavoro di grazia e chiarezza di Brunelleschi, un museo che con quello di Adolfo Natalini dell’Opera di Santa Maria del Fiore rappresenta una delle migliori espressioni della Firenze contemporanea. Ipostudio con questo intervento sembra partire da quella aggraziata austerità tipica fiorentina per portarla alle soglie di un’espressività che esprime qualcosa di ben diverso dal senso penitenziale della vita. Sono bravi Ipostudio, come un altro gruppo fiorentino, Studio Archea, a dissimulare il rigore e a sfrondare dalla pesantezza didascalica e da pallottolosi moralismi il senso dell’ordine di cui si nutrono. Un altro progetto, tra i più recenti, è paradigmatico: il MICAS a Malta. In questo caso siamo di fronte ad un impianto edilizio che sposa il luogo in cui è pensato e lo fa affidandosi al ritmo serrato di una struttura iterata come se fosse un’infrastruttura, come a voler finalmente fare incontrare Pier Luigi Nervi con Giorgio Grassi. Ma questo principio non basta ad esaudire il messaggio di un progetto che sebbene rigoroso non rinuncia alla complessità, basta vedere l’articolazione della sezione, il suo adagiarsi al luogo in modo tale da configurare degli spazi articolati dotati di un vigore plastico privo di sprechi, che trattiene nei limiti del decoro l’esuberanza espressiva. Prendiamo poi le residenze universitarie di Villa Val di Rose che presentiamo in questo numero del Viaggio in Italia: un intervento che ci aiuta a comprendere il progetto culturale non solo di Ipostudio, ma più in generale dell’architettura italiana degli ultimi vent’anni. A Val di Rose residenze e servizi sono allocati in due distinti corpi di fabbrica leggermente ruotati tra loro e collegati da camminamenti: una disposizione questa elementare, che non si vergogna di essere persino convenzionale. I due corpi di fabbrica sono di natura diversa: le residenze in mattoni riprendono gli etimi dell’architettura di Giorgio Grassi emendandola con degli eleganti bow window in acciaio e vetro; il corpo dei servizi più basso è invece in intonaco bianco e travertino e segue un disegno a facciata piegata che troviamo spesso nell’international style degli anni ’90. Nel complesso siamo di fronte ad un’edilizia povera, stringata, che cerca, nella migliore tradizione toscana, di nobilitare al massimo la parsimonia. Al di là di ciò va notata una caratteristica significativa: la sua natura, che a prima vista appare del tutto unitaria, si nutre invece di diversi riferimenti. È questa di Ipostudio un’architettura, come lo è spesso quella italiana, manierista. In essa confluisce come abbiamo già visto l’architettura della Tendenza di Giorgio Grassi, il modernismo internazionale come anche la lezione di Álvaro Siza e la Scuola di Oporto, come dimostra la leggera rotazione dei corpi di fabbrica e la pacata disinvoltura con cui vengono utilizzate le tecniche e le lavorazioni umili, prive di valore aggiunto. Un manierismo che nel suo “orgoglio della modestia” (la locuzione molto in voga negli anni ’30 è di Lionello Venturi) dissimula un progetto culturale: dimostrare la necessità in un Paese come l’Italia (che di certo negli ultimi decenni non ha privilegiato il settore), di dar vita ad un’architettura responsabile, civile: un’architettura che non solo è “architettura della città”, ma sa fare città dal nulla, il tutto capitalizzando al massimo la scarsità dei mezzi. Un’idea questa del tutto opposta all’architettura design, tutta forme estreme e stravaganti, tutta pezzi unici, che esalta la sua prestazionalità per imporsi su qualunque intorno urbano. A questa architettura design da tempo, attraverso Ipostudio e molti altri ancora che abbiamo incontrato nel nostro Viaggio in Italia, si è opposta una riedizione di quell’orgoglio della modestia di cui parlava Venturi: una riedizione che si pone in continuità con la nostra storia, ma allo stesso tempo l’emenda con ciò che viene dal di fuori dei nostri confini. Nel caso specifico di Ipostudio, con ragionata sensibilità fiorentina.

 

Ipostudio

Ipostudio (Lucia Celle, Roberto Di Giulio, Carlo Terpolilli, Elisabetta Zanasi Gabrielli, Panfilo Cionci, Beatrice Turillazzi, Luca Belatti, Mariagiulia Bennicelli) è un gruppo di lavoro nato a Firenze nel 1984. La sua attività si fonda sul progetto e approfondisce gli ambiti di architettura civile, recupero urbano e il riuso di edifici monumentali. Le opere sono pubblicate ed esposte in Italia e all’estero, come alla Biennale di Architettura di Venezia e alla Triennale di Milano. Ha ricevuto premi e menzioni, tra i quali: finalista al BIGMAT Architecture Award 2019; Premio Architettura Toscana 2017; selezionato per la “Medaglia d’Oro dell’architettura” 2006 e il XIX Compasso d’Oro ADI 2001. I suoi lavori sono raccolti nel volume Ipostudio, la concretezza della modernità, di Marco Mulazzani, Electa 2008. Gli ultimi lavori sono il nuovo Museo degli Innocenti a Firenze, the Micas Malta International Contemporary Art Space e l’Ospedale EOC di Lugano.

 

Crediti


Luogo: Sesto Fiorentino, Firenze, Italia - Committente: Università degli Studi di Firenze e Dipartimento
di Tecnologie dell’Architettura e Design “P. Spadolini” - Completamento: 2013 - Superficie totale: 1.420 m2
Costo: 4.750.000 Euro - Architetto: Carlo Terpolilli, Ipostudio - Responsabile scientifico e coordinatore: Paolo Felli
Recupero Villa Val di Rose: Massimo Gennari - Coordinamento gruppo di progettazione: Adolfo Baratta
Gruppo di progetto: Shira Brad, Tommaso Chiti, Alba Lamacchia, Claudio Piferi, Chiara Remorini
Direzione dei lavori: Maurizio Salvi - Responsabile unico del procedimento: Giuseppe Fialà

Testo di Valerio Paolo Mosco

Fotografie di Pietro Savorelli

Ritratto di Sara Riggi

Tutte le immagini courtesy Ipostudio

Tag
#Sara Riggi  #Benedetta Gori  #Pietro Savorelli  #Damiano Verdiani  #Sesto Fiorentino  #Italia  #Rivestimento in pietra  #Struttura in calcestruzzo armato  #Rivestimento in laterizio  #Calcestruzzo armato  #Vetro  #Laterizio  #Pietra  #Residenze per studenti  #Europa  #2020  #Ipostudio  #Viaggio in Italia  #The Plan 120 

© Maggioli SpA • THE PLAN • Via del Pratello 8 • 40122 Bologna, Italy • T +39 051 227634 • P. IVA 02066400405 • ISSN 2499-6602 • E-ISSN 2385-2054