Tra due soli giorni, domani sarà ieri - Wolf D. Prix
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Tra due soli giorni, domani sarà ieri

Wolf D. Prix

Scritto da Wolf D. Prix - 29 ottobre 2013

Tra soli due giorni, domani sarà ieri. Cosa significa? Molto semplice, significa che noi architetti abbiamo l’obbligo di pensare con un anticipo di almeno tre giorni per non correre il rischio di rimanere intrappolati nel passato.
Di recente ho letto la seguente affermazione rilasciata da un architetto a un quotidiano austriaco: “Non vogliamo realizzare un’architettura emozionale”. Non ho idea di cosa intendesse per “architettura emozionale”, forse perché sono un architetto e non un osservatore esterno. “Non vogliamo un’architettura emozionale ma edifici senza tempo, classici e pragmatici”. Se si volge lo sguardo verso il passato senza cognizione temporale, allora si sarà sempre un passo indietro. A mio avviso, chi come me è architetto ha l’obbligo di pensare con un anticipo di almeno tre anni. Di solito, perlomeno nel nostro settore, i progetti di un certo peso impiegano tra cinque e sette anni per essere completati. Se i risultati appartengono a ieri, allora è stata una perdita di tempo.
Al giorno d’oggi, quando parliamo di architettura concentriamo la nostra attenzione unicamente sulla parte visibile dell’edificio, sulla punta dell’iceberg ignorandone la parte invisibile, ossia ciò che ha portato alla sua realizzazione. Troppo spesso non si discute su cosa sia realmente questa architettura invisibile, motivo per cui gli edifici rimangono semplici strutture. La trasformazione degli edifici in architettura avviene solo quando la progettazione tocca almeno uno dei meta-livelli.
Non è sufficiente pensare, progettare o usare software in maniera radicale per rendere l’architettura radicale. L’architettura è tale solo quando viene concepita e realizzata in modo radicale. Sembra più facile a dirsi che a farsi. Gli architetti di domani sperimenteranno sulla propria pelle la resistenza che le politiche (a livello generale, non di partito) opporranno alla nostra categoria per ostacolare il cambiamento.
L’architettura visibile, tanto gli edifici quanto le città, è molto pesante; intendo dire che ha un proprio peso. E il peso comporta costi. E ovunque ci sono costi, vi sono politiche. In altre parole, non vi è architettura senza politiche.
Due esempi di come le politiche autoritarie impediscono il raggiungimento di obiettivi effettivamente mirati al progresso dell’uomo.
Il primo è la storia di Icaro. Volando verso il sole, si è spinto più in alto di quanto gli fosse permesso dal padre e ha finito per schiantarsi al suolo. L’esito è tuttavia dipeso anche dal materiale (cera) con cui sono state fissate le ali. Se avesse potuto usare il silicone, allora avrebbe potuto volare ancora più in alto e in lontananza. La vicenda sottolinea la necessità dell’uomo di avere a disposizione materiali innovativi per raggiungere gli obiettivi dell’architettura del cambiamento.
Il secondo esempio è la Torre di Babele. La struttura non è stata completata dietro ordini imposti dall’alto per la paura che gli uomini minassero l’autorità, in questo caso l’autorità della divinità.
A mio avviso, il fine più nobile di un architetto deve essere terminare questa torre, in qualsiasi modo possibile. Noi continuiamo a provarci, volta dopo volta. Non è facile, ed è per questo che abbiamo iniziato con un dettaglio - la nuvola. Era il 1968, periodo in cui è esplosa l’architettura e da allora sono passati più di quarant’anni.

Noi costruiamo per una società aperta.
Secondo l’autore Jan Philipp Reemtsma, rispetto a un cacciatore preistorico che segue le impronte di un cervo nel deserto, l’uomo contemporaneo che al momento giusto prende l’aereo giusto per recarsi nel posto giusto si comporta in modo molto più complesso.
Ovviamente i sistemi aperti possono essere definiti con l’affermazione “Tutti hanno ragione, ma nessuna versione è esatta”, oppure con la risposta “Sì” alla domanda “Cos’è l’architettura?”.

Qual è la differenza?
Per effetto della paura delle catastrofi, invece che perseverare nella favorevole tradizione architettonica improntata sulla modernità (in cui lo spazio viene concepito come tale senza alcuna implicazione economica), oggi si opta per un ritorno a semplici contenitori senza pretese.
Una possibile soluzione potrebbe essere il metro Himmelb(l)au, ossia un metro esteso di 5 cm che comporterebbe, per esempio, un aumento dello spazio del 10% (un appartamento di 100 mq sarebbe quindi di 110 mq). Il volume crescerebbe del 15% e, ovviamente, anche il budget. Con un’inflazione pari al 5%, un simile edificio avrebbe unicamente bisogno di essere costruito tre anni prima. Non è un’impresa impossibile.
Un altro tema importante per il nostro studio è legato al concetto di spazio pubblico e privato; mi riferisco ai momenti di vita privata e di vita pubblica e alla loro relazione con l’architettura. Molti dei miei giovani colleghi danno una definizione di spazio pubblico rifacendosi alla rete dei media e agli spostamenti aerei. Tuttavia ritengo sia importante che non venga perduta la dimensione reale, vale a dire dove potersi concretamente incontrare. Se agiamo in una dimensione virtuale senza un riferimento fisico tangibile, allora siamo fuori dal tempo e dallo spazio, brancoliamo nel buio e finiamo per perderci nel cyberspazio privi di indicazioni.
Credo sia nostro dovere trovare o inventare nuovi approcci - in particolare nella pianificazione urbana - per gestire abilmente le problematiche future delle città extraeuropee, soprattutto asiatiche e arabe, dove vi è ancora un forte potere economico e il futuro urbano è in fase di definizione. I metodi convenzionali di Camillo Sitte non sono d’aiuto poiché non funzionano più, quindi è necessario orientarsi verso nuovi orizzonti e seguire nuovi parametri.
Al momento stiamo conducendo uno studio sulle città: le geometrie lineari sono rimpiazzate dai profili dei flussi energetici. Se lo sviluppo urbano è analogo allo sviluppo cerebrale, significa allora che sono stati trovati nuovi attrattori che conducono a nuovi spazi. Esistono tuttavia enormi problemi di comunicazione con le nostre committenze non appena iniziamo a parlare di questi progetti. Tutti vogliono unicamente vedere rendering o immagini. Ora come allora mi sento un pesce in un acquario che parla senza essere ascoltato.
Naturalmente è possibile inventare nuove tipologie di presentazione, ma noi teniamo da sempre in considerazione il fatto che la mediocrità non ha rispetto per gli architetti.
Specialmente quando si viene visti come qualcuno che crea un vincolo materiale impilando un mattone sopra l’altro. Un architetto, d’altronde, è un architetto solo se nei propri edifici raggiunge almeno un meta-livello di architettura.

Per sopravvivere a tutto questo avremmo bisogno di sette vite,
proprio come i gatti.
1-     Abbastanza non è mai abbastanza. L’architettura deve bruciare.
2-     L’architettura non è superficie, ma contenuto. Altrimenti ci
    assoggettiamo alla “estetica di Lady Gaga”.
    È una grande artista di facciata, ma onestamente non ricordo
    nessuno dei suoi testi.
3-     La forma non segue la funzione e la funzione non segue la forma.
    L’architettura è sinergia tra forma e contenuto.
4-     L’architettura è gioco di squadra.
    È necessario infrangere gli schemi.
    Per ottenere un rigore, il Barcelona FC ha inventato una
    triangolazione con particolari movimenti. Le opportunità tuttavia
    aumentano quando un giocatore, di solito Lionel Messi, prende
    l’iniziativa, dà sfogo al proprio estro e inventa. In poche parole,
    quando infrange gli schemi.
    Questa strategia è molto simile a quella da noi applicata nella
    progettazione. Amo paragonare le triangolazioni ai software con
    figure parametriche. Quando si spezza il sistema allora
    si crea qualcosa di nuovo, come avviene con
    l’evoliuzione in natura.
    Nuovi sviluppi nascono spesso per caso.
5-     La quinta vita riguarda le complessità. Non complicatezza, ma
    complessità. Per noi la pianta è equivalente alla sezione,
    alla prospettiva e al dettaglio.
6-     Combinando contenuto e forma otteniamo la struttura. A quel
    punto, la griglia può essere messa da parte e gli edifici si ergono
    nella città come figure degli scacchi. La tensione è frutto del potere
    dei movimenti virtuali.
7-    Prenditi il tuo tempo, ma non esitare troppo.

I sistemi chiusi impediscono la libera evoluzione.La nostra società, plasmata dall’egoismo, reprime anche in architettura le emozioni attraverso norme, regole e codici.
Ecco perché l’impossibile è possibile.
L’architettura di oggi è diversa da quella di 2.500 anni fa. Non solo nella forma, ma anche nelle tecnologie e nelle possibilità di generare o realizzare la forma stessa partendo da una prospettiva costruttivo-ingegneristica. Il tempio dorico di Paestum necessita di 36 colonne per sostenere una copertura di 1.400 mq. Al contrario, la copertura del museo BMW Welt di Monaco, dieci volte superiore, si regge su soli 11 pilastri.

Forma. Forma e contenuto creano la figura.
La chiazza rossa sulle ali della farfalla è frutto del caso. Se si supera le prove, si è destinati a perdurare nel tempo. Se non le si supera, si è destinati a scomparire. L’architettura può essere concepita allo stesso modo.
Constantin Brancusi, fu maestro nello scolpire forme “aperte”; le sue opere non sono inseribili in un sistema chiuso. Molti elementi si fondono assieme e sono frutto di un sistema aperto. A mio avviso, l’identificazione viene creata solo dalla figura; questo è uno degli aspetti essenziali dell’architettura. La sola forma (intendendo una forma anonima), d’altra parte, non sarà mai in grado di creare l’identificazione.
Da sempre amiamo confrontarci con il tema delle coperture. Le Corbusier e Oscar Niemeyer ne hanno fondamentalmente rivoluzionato la natura: con la copertura del giardino pensile dell’Unité (Le Corbusier) e quella di casa Canoas che si integra alla perfezione con l’ambiente circostante (Niemeyer), i due architetti hanno innalzato il valore di questo componente, in precedenza semplice elemento di protezione, liberandolo dalla pianta e dandogli un nuovo fine.
Ci occupiamo di coperture di qualsiasi genere dal 1972.
Il museo BMW Welt può essere interpretato come una copertura di Le Corbusier ribaltata, ovviamente perfezionata sotto molti aspetti.
Amo quando gli edifici e le immagini di un edificio sono affollati.
Come una strada principale a tre dimensioni, le rampe e i ponti sono elementi essenziali per una visione d’insieme e un’osservazione fluida dell’ambiente.

Busan Cinema Center, Busan, Korea, 2012
Questa copertura, caratterizzata dall’aggetto più lungo del mondo
(85 m) secondo il Guinness Book of World Records, non è stata semplice da progettare.
Quando era pronta per essere sollevata, abbiamo scoperto che erano state modificate le normative sulle correnti. Data l’intensità sempre maggiore dei tifoni, ora le coperture devono resistere a venti che sfrecciano a 250 km/h (in precedenza 200 km/h). Ci siamo quindi trovati di fronte a un interrogativo cruciale: che fare? Smontarla, fare nuovi calcoli e ricostruirla?
Abbiamo optato per un supporto idraulico in grado di impedire all’aggetto di volare via in caso di raffiche più forti di quanto calcolato in precedenza.
La copertura funge inoltre da schermo orizzontale per le proiezioni di video d’artista.

Dalian International Conference Center, Dalian, Cina, 2012
Ora ci spostiamo in Cina, presso il Dalian International Conference Center, un centro congressi per il Forum Economico Mondiale. Le forme dell’edificio sono frutto della presenza di vari componenti. In primis, l’estensione dei due principali assi urbani crea un triangolo. L’elevata potenza con cui il vento soffia a Dalian è stata sfruttata per progettare una facciata climatica in grado di fornire illuminazione naturale ed efficienza energetica all’intera struttura.
Al centro dell’architettura è posto un teatro per l’opera con 1.700 posti. La parete principale, del peso di 40 tonnellate, può essere spostata per inglobare la hall restrostante e trasformare il palco in un’arena.
Le sale riunioni sono raggruppate intorno a questo cuore culturale come una collana di perle. Questo è il secondo componente che ha inciso sulle forme dell’edificio: ogni prospetto riflette con chiarezza gli interni, in altre parole questi ultimi si tendono, plasmano e si adattano alla pelle esterna. Le facciate prendono dunque vita, un effetto rafforzato ancor più dalle strategie di ottimizzazione climatica. Abbiamo raggiunto una stratificazione tridimensionale attraverso pendenza, ponti e rampe, creando una struttura in grado di richiamare alla mente una piccola città. È stato meraviglioso costruirla. Le Corbusier ha affermato che le abitazioni dovrebbero essere realizzate come le navi. Noi lo abbiamo messo in pratica. I nodi sono stati fabbricati in un cantiere navale, luogo ideale dove saldare con maestria le lamiere d’acciaio larghe 10 cm. Anche una parte del Groninger Museum nei Paesi Bassi (1993) è stata realizzata in un cantiere navale.

Martin Luther Church, Hainburg, Austria, 2011
Anche la copertura della chiesa di Hainburg sul Danubio, mia città natale, è stata realizzata allo stesso modo. Completata in un cantiere navale del Baltico, è stata poi divisa in tre parti, trasportata in Austria, riassemblata e posta sopra la preesistente struttura. La committenza mi aveva richiesto di progettare una sala di preghiera, un salone per la comunità e stanze laterali per il parroco. A poca distanza dal complesso si trova un ossario romanico, la cui copertura curvilinea è stata riconvertita in chiave contemporanea con l’aiuto di moderni software. Di volta in volta è stata trasferita in un modello analogico e processata manualmente fino a raggiungere il risultato definitivo.
Le trasparenze e i giochi di luce hanno ricoperto un ruolo chiave nel progetto.
Nella copertura, tre larghe aperture a chiocciola incanalano la luce verso l’interno.
Il fatto che siano tre, lo stesso numero che in teologia simboleggia la Trinità cristiana, è una analogia frutto di una voluta casualità. Abbiamo scelto un materiale tradizionale (canna) per la struttura della parte interna della copertura, le cui geometrie vengono riprese anche dalle forme dell’altare.
La migliore descrizione dell’architettura che abbia mai letto è contenuta in “Moby Dick” di Herman Melville: “Vorrei che il vento avesse un corpo”.
Ritengo che questo debba essere il futuro dell’architettura. Non abbiamo bisogno di alcun pilastro da quando abbiamo sconfitto la gravità. Se non c’è gravità, non c’è nemmeno una prospettiva monocentrica. Dobbiamo assimilare temi e composizioni provenienti da altre sfere come quella musicale. Dobbiamo riversare la musica nell’architettura. Nel 1969/1970 ho ascoltato il brano musicale “Gimme Shelter” per la prima volta. In questa canzone, Keith Richards utilizza l’accordatura aperta, a cinque corde. Da allora ritengo che quasto sia un ottimo esempio per descrivere il materiale: duro come il cemento, ma flessibile come la gelatina. Un cemento gelatinoso, ecco il materiale per l’architettura di domani.
Non più geometrie lineari ma flussi di energia, ecco i nuovi paradigmi per la zonizzazione tridimensionale della città del futuro.

Wolf D. Prix

 

 

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