Riconfigurazione del castello di Cervinara
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Riconfigurazione del castello di Cervinara

Gian Marco Prisco

Riconfigurazione del castello di Cervinara
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Disposto in posizione paesaggisticamente rilevante, emergente rispetto alla valle Caudina e al piede del massiccio del Partenio, il Castello di Cervinara, in provincia di Avellino, è parte di un sistema fortemente stratificato, elemento centrale di una fortificazione normanna, calato in un contesto nel quale è ancora ben visibile la logica di sviluppo policentrica di matrice longobarda. Nel tempo tale dicotomia ha prodotto una vera e propria frattura, risolvendosi nel XIV sec. con il completo abbandono del castello. Apertura e relazioni con il sistema territoriale di area vasta, da un lato, e arroccamento nel proprio sito di insediamento, dall’altro, convivono dunque nel manufatto producendo una duplicità apertura/chiusura che è stata posta alla base della strategia progettuale, configurando l’intervento come una “terza via” fra le logiche di chiusura ed arroccamento, in castrum, e di apertura al territorio, realizzata attraverso l’inserimento, o incastro, di nuovi elementi e funzioni all’interno del manufatto. La rifunzionalizzazione del rudere e la riscoperta del circuito murario acquistano senso nel paesaggio, interpretato come rete di relazioni da ricostruire, potenziare e valorizzare. Dalla metà del IX sec. la valle caudina è stata costellata da una serie di presidi che con il tempo hanno dato vita ai centri urbani oggi esistenti: un sistema difensivo chiaramente leggibile e che il progetto sulla fabbrica cervinarese mira a valorizzare attraverso un allestimento all’interno del donjon, articolato su diversi livelli, nel quale approfondire la conoscenza del manufatto e del suo contesto storico-geografico. Il paesaggio si caratterizza come un palinsesto stratificato non solo dal punto di vista storico, ma anche ambientale e naturale. Il Parco Regionale del Partenio, alle cui porte è situato il castello, diviene interlocutore privilegiato, destinando un ambiente del palatium a punto accoglienza e porta di accesso all’area protetta.
Lo spazio della torre è stato studiato nelle sue caratteristiche peculiari, attualmente un grande invaso centrale “attraversato” dalla luce che penetra dalle aperture. Della condizione originaria del rudere sono però ben visibili le tracce dei solai e della quinta muraria che anticamente occupavano il grande spazio oggi vuoto. La fabbrica preesistente è stata riletta ed interpretata attraverso l’inserimento di una nuova struttura interna al mastio, completamente autonoma, così da non gravare staticamente sulle murature. Nella definizione architettonica di tale impalcato, nel quale si è puntato sul valore espressivo di allestimento quasi temporaneo, si è affiancata alla semplicità dei materiali, quali legno ed acciaio brunito, la linearità delle forme così da far emergere la potenza del palinsesto della torre. Articolata su quattro livelli, che riprendono le quote dei solai originari, la struttura è stata concepita come elemento di fruizione dello spazio, reso volutamente permeabile alla luce dagli svuotamenti e dai solai, costituiti da doghe in legno. Questi ultimi, nella sovrapposizione delle direzionalità ai diversi livelli sono stati pensati come una griglia spaziale contemporanea, rendendo gli ambienti visivamente fluidi. La luce è stata modulata anche attraverso il vuoto centrale, che evoca il sistema di risalita a botola originario e al contempo mantiene la forte verticalità spaziale della condizione attuale. Nel caso delle aperture si è ipotizzato un sistema di pannellature lignee scorrevoli, integrato alla struttura e quindi autonomo dal palinsesto, disegnate come integrazioni reversibili che andassero a sottolineare l’idea di temporaneità. Il solaio di copertura sostituisce alle doghe un tavolato ligneo con pendenza minima, coperto da una guaina a base vegetale ed uno strato di drenaggio costituito da inerti a granulometria fine provenienti da materiali di crollo.
Per gli ambienti del palatium si è utilizzato un doppio approccio. Nella sala grande si è previsto un restauro puramente conservativo, non più come un interno bensì come un esterno, che si fonde con la corte del castello adibita a piccolo teatro all’aperto. Nel caso della sala piccola si è previsto l’inserimento di una struttura in acciaio completamente autonoma a cui è sospesa una controsoffittatura lignea che evoca morfologicamente la copertura voltata originaria, riprendendone la quota d’imposta. L’ambiente del centro visite, ad aula unica, è illuminato dall’alto attraverso dei tagli vetrati nella copertura dai quali la luce entra filtrata dagli elementi lignei, frammentando visivamente lo spazio interno.
La rifunzionalizzazione del rudere e l’approccio utilizzato hanno reso necessaria la realizzazione di un piccolo volume esterno, nel quale trovassero posto diverse funzioni. Nella definizione planovolumetrica del nuovo elemento è stata tradotta l’esigenza di un elemento integrato sia visivamente nel paesaggio che fisicamente nell’allestimento dello spazio del pianoro. Si è previsto, pertanto, un edificio-percorso, declinato ulteriormente attraverso uno sdoppiamento e una traslazione reciproca fra le parti, creando un ambiente al di sotto degli spazi esterni al castello. Il nuovo elemento si va così quasi ad incastrare all’interno della collina, con uno scavo che incide non sul banco di roccia, situato ad una quota inferiore rispetto a quella di intervento, ma su un deposito di terreni di natura detritica, rendendo così l’intervento parzialmente reversibile. La struttura prevista in acciaio è completamente a secco e rivestita esternamente da pannelli in cemento fibrorinforzato miscelato con inerti calcarei fini, così da conservare una cromia simile a quella della pietra circostante. All’interno del nuovo edificio si sono collocati un punto ristoro, dei servizi e, nello spazio ipogeo, una sala polivalente, utilizzabile come punto lettura e per piccole proiezioni e conferenze. Questo ambiente è stato coperto all’interno da un sistema di doghe lignee che ricostituiscono morfologicamente un interno naturale, interpretando così l’idea di spazio ipogeo.

Gian Marco Prisco (Nocera Inferiore 1989), laureato in Architettura (ottobre 2014) presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II con una tesi dal titolo: “Riconfigurazione paesaggistica e restauro architettonico del castello di Cervinara”, conseguendo una votazione di 110/110 e lode con dignità di pubblicazione. Ha presentato il suo studio di tesi in diverse conferenze e pubblicazioni (Convegno internazionale Fortificazioni, memoria, Paesaggio-Bologna 2014; Conferenza “Il Castello di Cervinara”- a cura di Gian Marco Prisco e dell’Istituto Italiano dei castelli, Napoli 2015), approfondendo il rapporto fra la preesistenza storica ed il gesto architettonico contemporaneo. Si occupa, inoltre, di altre forme di espressione e comunicazione, come il design, il graphic design e la fotografia, partecipando a vari workshop e mostre collettive.

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