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Genius loci manifesto

MYGG

Residenza privata
Scritto da Luca Maria Francesco Fabris -

Ci sono dei luoghi che riescono a parlare inconsciamente di Architettura. Esiste una lingua senza parole e senza suoni che si esprime attraverso complesse formulazioni matematiche inesplicabili e concrete che si irradiano dalla Natura e si rivelano. Ci sono relazioni visive, traguardi e prospettive, che definiscono volumetrie geometriche disegnate dall’aria, trasparenti eppure così vivide e dettagliate. Elementi invisibili eppure così presenti che hanno bisogno di essere letti ed interpretati ovvero tradotti per poter diventare realtà, peso, vera essenza di questo mondo imperfetto. Ci vuole un buon interprete per trasformare questo potente significante inespresso in qualcosa di tangibile e soprattutto corrispondente. Il filosofo Carlo Michelstädter, in un suo passo che trovo sempre illuminante, dice che «… l’uomo si pone in posizione conoscitiva e fa il sapere». Conoscere è essere disposti ad apprendere, a farsi assorbire dagli stimoli che provengono dall’intorno senza pregiudizi. Fare una traduzione ed esserne fedele interprete non è facile, bisogna eliminare sé stessi dall’equazione, diventare specchio trasparente dell’espressione primigenia senza aggiungere e senza togliere. Operazione non semplice di cui pochi sono capaci. Già solo in questo testo, in italiano, a partire dal titolo, le tre parole “manifesto”, “traduzione” e “interprete” hanno almeno due accezioni che lascio alla libertà di interpretazione (appunto!) del lettore. Ma il contenuto di queste righe potrebbe già variare un po’, abbastanza, tanto. Figuriamoci quando si parla di Architettura e in particolar modo di quella costruita.

Lo Studio milanese MYGG, nato nel 2012 dal sodalizio professionale degli architetti Yolanda Velasco, Gerardo Sannella e Giovanni Feltrin, possiede la dote di sapere interpretare e, quindi, progettare di conseguenza. E lo possiamo cogliere bene in questo progetto ligure, raffinato e ineffabile che, pur essendo novità, è parte del paesaggio. Come un pensiero lo è in una frase di un discorso compiuto. Dettaglio perfetto in un quadro più ampio e in continuo movimento. Immagine sospesa e al tempo stesso rappresentativa della perfezione di un attimo.

Eppure questo piccolo edificio prima non c’era. Gerardo Sannella, che è un ottimo narratore, descrive l’approccio e lo studio per questo progetto come si trattasse, in effetti lo è, di un Bildungsroman. Un rapporto complesso, maturato passo dopo passo ridefinendo gli stessi limiti del senso di fare architettura. Di regola ed interpretazione. Di archetipi e paradigmi.

Prima di tutto il luogo, dov’era presente un rustico i cui ruderi contenevano un grande fico, il grande spirito protettore in attesa di un nuovo futuro. E di qualcuno che sapesse reinterpretare questo sprone immerso in un paesaggio montano disegnato da terrazzamenti millenari, anche loro dimenticati dalle generazioni fuggite ad ingrossare le città costiere, che da qui appaiono in distanza, come una linea unica che si staglia contro il blu profondo del Mar Ligure. Più in là, misura che dà campo e profondità all’immensità dello sguardo, l’Isola Gallinara e la sua forma che da quassù appare come una testuggine fra le onde. Tutte queste componenti vengono assorbite e tradotte in una composizione semplice, che riprende la cubatura originaria dell’antica costruzione rurale. Un parallelepipedo apparentemente cieco che si trasforma nell’accumulatore della potenza spirituale del luogo e ne diventa portale. Un trasduttore che amplifica la percezione e crea sconfinamenti, si protende fisicamente dall’entroterra al mare, figurativamente semplicemente oltre. Il limite è praticamente l’infinito. La superficie cieca della costruzione riserva varie sorprese. Flessioni e tagli sulle pareti candide rivestite in gesso introducono aperture tratte dalle fenditure e un ingresso che pare nascondersi. D’altra parte entrare fra queste mura porta alla rivelazione di una prospettiva spettacolare che catapulta l’osservatore direttamente a stagliarsi sulla vastità del mare all’orizzonte attraverso un cannocchiale ottico composto dal corpo di fabbrica allungato e smaterializzato dalle ampie aperture vetrate. La luce dell’azzurro del cielo si riflette sullo specchio salato e si rifrange sulla piscina a sfioro che si fonde con l’architettura del rifugio. Un’arca fluttuante nel tempo che è anche un’abitazione al cui interno gli spazi sono fluidi e pseudo definiti.

Realizzata con tecniche tradizionali, l’architettura si sviluppa su tre piani, di cui uno interrato corrispondente al basamento in pietra locale. Al piano terra dedicato alla funzione living, si sovrappone una zona notturna che si apre sul grande terrazzo ricavato sul tetto dell’estrusione longitudinale del piano terra. Una scaletta lineare in metallo congiunge il terrazzo alla piscina sottostante. E il percorso visuale riprende come in un anello senza fine.

Mi rendo conto che non ho mai usato il termine “villa”, ma c’è un perché. A questo manufatto il termine va “stretto”. Una villa è sempre un’imposizione sul paesaggio, è un elemento ordinatore e di rappresentanza. Qui questa definizione scompare. Questa architettura, che di per sé non rispetta nessuno dei canoni liguri, è una storia a parte. Come dice bene l’architetto Sannella, è la trasposizione di lezioni imparate da una lettura attenta e non passiva del razionalismo italiano, del funzionalismo tedesco e chi lo sa di che altro ancora (divertitevi a trovare i richiami, sono tutti derivati da appunti presi da opere colte). C’è anche un po’ di lezione portoghese, c’è qualcosa di greco contemporaneo. Ma tutto questo è così ligure: un piccolo scrigno che contiene più cose di quello che sarebbe ammissibile dalle proprie mere dimensioni. Questo è assimilare l’ambiente, diventare paesaggio e manifestare il Genius loci. Questo è fare buona architettura.

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