Maximo Shopping Center, «un cetaceo insabbiato lungo la Laurentina»
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Maximo Shopping Center, «un cetaceo insabbiato lungo la Laurentina»

La riflessione dell’architetto Livio Sacchi sul progetto dello studio 3C+t Capolei Cavalli a Roma

3c+t Capolei Cavalli Architetti Associati

Maximo Shopping Center, «un cetaceo insabbiato lungo la Laurentina»
Scritto da Redazione The Plan -

Maximo Shopping Center è il centro commerciale progettato dallo studio 3C+t Capolei Cavalli architetti associati a Roma e concepito come un nuovo polo attrattore in città. Completato nel 2020, Maximo Shopping Center è un luogo pensato per gli acquisti e soprattutto per il tempo libero, situato nel quartiere Laurentino. Il complesso si sviluppa su tre livelli e contiene 160 attività tra negozi, ristoranti, bar e luoghi per l’intrattenimento tra cui un cinema e una palestra, oltre a un’ampia piazza aperta che può ospitare eventi culturali e ricreativi. Dal punto di vista architettonico, l’edificio è stato disegnato ispirandosi alla forma di una balena, nell’intento di generare curiosità nelle persone e attirarle all’interno. Gli ambienti godono di un importante apporto di luce naturale grazie ai lucernari e sono progettati secondo una scala di valori che mette al centro l’essere umano.

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Maximo Shopping Center - 3C+t Capolei Cavalli Architetti Associati Photography by Daniele Domenicali, courtesy of 3C+t Capolei Cavalli Architetti Associati

 

Un cetaceo insabbiato lungo la Laurentina

Testo di Livio Sacchi, architetto e professore di Disegno dell'architettura alla Facoltà di Architettura di Pescara

«Un cetaceo insabbiato lungo la Laurentina, fiume di macchine; gigantesco, come fa capire il suo nome - il terzo più grande centro commerciale a Roma - al cui interno, come nel pescecane di Collodi che poi Disney trasformò in balena, c’è di tutto. Vi si celebrano i riti del consumismo, che è sopravvissuto e ha vinto sul comunismo e anche su tutto il resto. Pasolini requiem. (1) Al suo posto c’erano prati simili a quelli della Casilina: gli sarebbero piaciuti. Il Maximo, potente attrattore, è una nuova centralità della città policentrica, nel quadrante meridionale, IX Municipio di Roma Capitale, poco a sud della stazione della metro B. È appena all’interno della E80, che è un altro nome del GRA, il Grande raccordo anulare costruito dall’ingegner Gra a partire dal 1951 (la guerra era finita da sei anni). 68 km di anello autostradale: settant’anni dopo, 170.000 veicoli al giorno, 62 milioni l’anno: il Sacro GRA di Gianfranco Rosi, Leone d’oro a Venezia nel 2013. Proseguendo verso sud ci sono Trigoria - borgata famosa per il centro sportivo della Roma, che non è più di Roma né di un romano, ma di Dan Friedkin, che è di San Diego - e il Campus Bio-Medico, eccellenza italiana.

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Maximo Shopping Center - 3C+t Capolei Cavalli Architetti Associati Photography by Daniele Domenicali, courtesy of 3C+t Capolei Cavalli Architetti Associati

 

Dal Maximo di Fabrizio Capolei si vedono le torri della Telecom (178 m, la più alta in città), dell’EUR (Eurosky ed Europarco), del Laurentino 38 e di Vigna Murata: anulare come il GRA, quest’ultima garantisce acqua ai 400.000 abitanti di EUR, Laurentino e Ostiense, ma anche di Testaccio, Ripa e San Saba: uno dei circa cinquanta serbatoi piezometrici operanti in città. Il Maxxi di Zaha Hadid, altro cetaceo che solleva la sua coda possente sopra i giardini fra via Masaccio e Guido Reni, è dalla parte opposta, verso nord. Fra i boschi di Monte Mario s’intravede villa Madama (bellissima, è di Raffaello) e la torre della radiotelevisione del 1937. Ma, a parte il nome, il Maxxi non c’entra niente: vi si consumano i riti dell’arte, che è un’altra forma di consumismo. Il Maximo è in periferia: una periferia non più periferica. Si pensi, per esempio, al cinema romano negli ultimi anni: in centro è stato girato La grande bellezza di Paolo Sorrentino, film cui nel 2013 fu conferito l’Academy Award, in Italia lo chiamiamo Oscar. Ma in periferia sono stati girati Non essere cattivo di Claudio Caligari (2015), Il più grande sogno di Michele Vannucci (2016), Fortunata di Sergio Castellitto (2017), Il contagio di Matteo Bortugno e Daniele Coluccini (2017), Cuori puri di Roberto De Paolis (2017), forse anche Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti (2016) e molti altri. Tra centro e periferia vince la periferia, almeno dal punto di vista quantitativo. Lo stesso Castellitto ha detto: “Girare Fortunata in quelle periferie è stato emozionante, la desolazione e la bellezza di quei luoghi è rimasta intatta. O è solo apparentemente cambiata. L’estate e la luce hanno inciso sulla memoria, dal momento che mi sono reso conto che avevo solo ricordi estivi e questo mi ha colpito. La periferia è il luogo di Pasolini e di tanto cinema italiano, forse c’è il bisogno di ritornare a parlare degli ultimi (…) Quando andavo sul set al mattino, provavo un sentimento di migrazione, arrivato a largo Preneste sentivo di attraversare un confine. Entrando nelle case, nei condomini, nei bar mi accorgevo della presenza di conflitti ma anche di uno strenuo desiderio di superarli. Direi un desiderio di riappacificazione”. (2)

 

Maximo Shopping Center - 3C+t Capolei Cavalli Architetti Associati Photography by Daniele Domenicali, courtesy of 3C+t Capolei Cavalli Architetti Associati

 

Il Maximo è a Roma, ma potrebbe essere dovunque. Come ha scritto Settis, la città si è diluita in un modello globale indeterminato: “rinunciando al monopolio su se stessa per appiattirsi su un modello urbano omogeneizzato e indifferenziato, la città storica commette suicidio: eppure nemmeno se ne accorge, perché prima ancora di consegnarsi ai feticci della globalizzazione ha perso memoria di sé.” (3) Attrazione reale (high street vs. shopping mall) e attrazione virtuale (e-commerce). Al Maximo il sole illumina interni piranesiani, i raggi attraversano i cristalli serigrafati del grande lucernario sfaccettato anulare fra travi alte 2 m, lunghe fino a 35. Se piove non fa niente. Di sera è ancora più bello. I giovani sono gli stessi di via del Corso (e la piazza esterna del Maximo è grande come piazza del Popolo): hanno perso memoria di sé, o forse non l’hanno mai avuta. Non hanno identità; se mai l’avessero avuta, sarebbe stata decostruita pezzo a pezzo e va bene così: “ecco ciò che penso dell’identità, che è sempre connessa al potere politico e, anzi, nasce per l’esigenza politica di identificare un paese o una nazione”. (4) Benvenuti al Maximo».

 

Note
1. Cfr. David Schwartz Barth, Pasolini requiem, La nave di Teseo, Milano 2020.
2. Cit. in Città e cinema, in “ar, Architetti Roma”, n° 119, ottobre 2017.
3. Salvatore Settis, Architettura e democrazia. Paesaggio, città, diritti civili, Einaudi, Torino 2017, p. 132.
4. Gao Xinjian, Per un nuovo Rinascimento, La nave di Teseo, Milano 2018, p. 63.

 

Credits

Location: Roma
Client: Parsec 6
Completion: November 2020
Gross floor area: 180'000 sq. m
Architect: 3C+t Capolei Cavalli Architetti Associati
Main Contractor: Colombo Costruzioni, Cefla, Generale Prefabbricati
Photography by Daniele Domenicali, courtesy of 3C+t Capolei Cavalli Architetti Associati

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