Intervista a Ron Arad - Ron Arad Architects
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Intervista a Ron Arad

Ron Arad Architects

Scritto da Alessandra Orlandoni - 11 gennaio 2010

Alessandra Orlandoni – Come in Matrix Reloaded: ho aperto la porta e mi sono trovata in un altro mondo. C’è un laser rosso in bagno…
Ron Arad – Così, quando è occupato, vediamo la luce rossa ed evitiamo di andare in bagno.

A.O. –  Sei nato in Israele, ti sei trasferito a Londra per studiare all’A.A. nei primi anni ’70. Hai avuto come docenti Bernard Tschumi e Peter Cook e come compagna di studi Zaha Hadid. Perché hai scelto Londra e  l’A.A.?
R.A. – Vorresti una risposta?

A.O. – Credo di sì. Stiamo facendo un’intervista: io faccio le domande e tu dai le risposte. In genere funziona così…
R.A. – Non lo so. Sinceramente non lo so. I giovani viaggiano e si spostano. Dove altrimenti nel mondo?  L’A.A.  era considerata la scuola di architettura migliore del mondo. Si sceglie sempre il meglio, ovviamente – La musica è troppo alta? Per favore, spegnete le musica! – Se fosse vero o meno, non lo sapremo mai. Questa era la sua fama.

A.O. – Credi che quell’ambiente ti abbia aiutato a rafforzare il tuo talento e abbia influenzato la tua carriera?
R.A. – Ho una vita sola e non posso paragonarla a nessun altra vita ipotetica. Non posso immaginare cosa sarebbe successo se fossi andato a Milano e avessi incontrato Achille Castiglioni o Enzo Mari, per esempio. O se fossi andato negli Stati Uniti…non saprei. Ho incontrato le persone che ho incontrato e ho fatto quello che ho fatto, ecco tutto.

A.O. – Avevi già un’idea chiara riguardo il tuo futuro di architetto e hai raggiunto ciò che desideravi?
R.A. – In un dato momento possiamo essere solo in un posto, giusto? Quindi non è stata una decisone vera e propria. Qui ho trovato me stesso e qui sono cresciuto. Se ora puoi vedere tutto questo, significa che è stata un’ottima scelta.

A.O. – Parliamo del Upperworld Hotel, il tuo ambizioso progetto all’interno di Battersea Power Station: un Hotel boutique con 44 stanze…
R.A. – Sì, il progetto per l’Upperworld Hotel è stato esposto alla Biennale di Venezia. L’hai visto? Ti faccio vedere il video, guarda. Conosci l’edificio, vero?

A.O. – E’ un famosissimo edificio storico progettato da Sir Gilbert Scott. Attualmente è oggetto di un importante progetto di rivitalizzazione gestito dalla società Parkview International che ha coinvolto anche Nicholas Grimshaw e UN Studio.
Popolarmente è riconosciuto come “l’edifico dei Pink Floyd”.
R.A. – Esattamente. E’ un edificio molto lungo, circa 200 metri. L’Hotel occupa tutta la parte superiore, dal livello 49 al livello 65 e ha una superficie di 10.000 metri quadrati. Le camere aggettano all’esterno lungo i lati principali, tra il “cilindro di distribuzione” e quello del giardino. Questa “doppia colonna dorsale” collega le due aree centrali che contengono ristoranti ed altri servizi. Gli interni sono realizzati in Corian®: il soffitto, le pareti e la parte inferiore delle aree centrali sono un'unica struttura monoscocca. Il vuoto interno accoglierà attività espositive e manifestazioni quali sfilate di moda, fiere d’arte, festival di teatro etc. Sarà un hotel molto costoso, il più costoso di Londra! Le stanze, appartamenti di 150 mq. su due livelli, sono collegate da un’ascensore orizzontale, una sorta di shuttle trasparente. Sdraiati sul letto si può vedere il cielo attraverso il bagno trasparente e aprirne la copertura sfiorando un pulsante.

A.O. – Wow, siamo nel futuro. Perché hai voluto che la copertura fosse apribile?
R.A. – Per far entrare la pioggia. Credo sia un piacere lasciare entrare la pioggia nella stanza da bagno…

A.O. – Un contatto con la natura possibile grazie alla tecnologia. Battersea Power Station era un edificio raffinato e diventerà l’icona di lussuosi contrasti. E’ il progetto più prestigioso e ampio che tu abbia mai realizzato, vero? Credi che sarà completato entro il 2008, come dovrebbe?
R.A. – Sì, al momento è il più importante. Mah…tutti i progetti hanno alti e bassi. Non si sa mai esattamente quanto tempo ci vuole per realizzare un edificio, soprattutto quando è una sfida, un progetto sperimentale. Bisogna saper rischiare e credere che ciò che facciamo sarà presto realizzato. Fortunatamente Parkview International ha accettato questo rischio.

A.O. – Parecchi anni fa il tuo hi-fi di cemento mi colpì molto. Pubblicato su Modo nei primi anni ’80, fu il primo progetto tuo che vidi e mi fece riflettere molto sull’approccio al design e sull’uso innovativo dei materiali. Fu allora che nacque il mio interesse per il design inglese, che mi sembrava andare oltre le teorie radicali. Lavorando con Stefano Giovannoni ai progetti per King Kong Production, usavamo materiali anomali per costruire oggetti e ambienti che allora non potevano essere realizzati industrialmente. Credi che spingere la creatività oltre le oggettive possibilità sia importante per anticipare il futuro?
R.A. - Nel mio caso vivere a Londra piuttosto che a Milano ha fatto la differenza. Se fossi stato a Milano mi sarei probabilmente dedicato all’industrial design. A Londra non esisteva niente e ho dovuto inventarmi una professione. Non volevo lavorare per altri architetti e quindi ho fatto quello che potevo fare usando materiali esistenti.

A.O. – E al contrario di quanto molti ancora pensano, il concetto base non era il riciclaggio ma il ready-made design.
R.A. – Esattamente.

A.O. – La Rover chair è l’esempio principale. Successivamente hai fatto mobili in acciaio, come la Well Tempered Chair e la Big Easy. Nel corso del tempo i tuoi progetti sperimentali si sono “ammorbiditi” e sono diventati prototipi per la produzione industriale. Accade così anche per l’architettura?
R.A. – Per realizzare i miei oggetti non dovevo convincere nessuno: erano oggetti reali, la gente li vedeva, poteva sedersi e toccarli. L’interesse dell’industria è nato da questo.
Purtroppo non è possibile avviare un progetto di architettura senza che sia commissionato. E’ necessario trovare qualcuno disposto a darti milioni di sterline per lavorare. La maggior parte delle persone non ama complicarsi la vita, non ha intenzione di rischiare sull’architettura. Per questo l’iter è assolutamente differente ma l’approccio è lo stesso. Il mio approccio all’architettura è lo stesso che ho per qualsiasi altro progetto: stessa levità/ironia, stessa gioia, stesso sperimentalismo. Penso di essere un architetto molto difficile da gestire, non mi adatto a nessuno stile. Faccio solo quello che mi piace.

A.O. – Benchè sia molto difficile catalogarti, sei universalmente noto come designer. Ora ti stai effettivamente dedicando all’architettura. Come è avvenuto il passaggio?
R.A. – E’ successo così anche a Frank Ghery. Non c’è mai stato un cambio di rotta, è stato un continuum.

A.O. – Esistono confini precisi tra design e architettura?
R.A. - Quale è la differenza? E’ forse diverso progettare un oggetto da progettare un’architettura? Non ho mai fatto alcuna distinzione tra l’una e l’altra. Ho studiato architettura e una volta laureato ho scelto di non lavorare per un maestro. Quando si comincia a lavorare si fa quello che è nelle nostre possibilità. Non ho aspettato che qualcuno mi commissionasse qualcosa. Ho iniziato a fare le cose da solo e poi mi è stato chiesto di progettare il foyer del Tel Aviv Opera House.
A.O. – Parliamo di nuovi materiali e nuove tecnologie. La tua collaborazione con Corian® DuPontTM esprime ancora una volta la tua determinazione verso l’innovazione…
R.A. – Cerco sempre di inventare qualcosa che non esisteva prima. Quando DuPontTM mi chiese di fare un progetto proposi un uso differente del Corian®, per loro ancora sconosciuto. Ho progettato pareti curve tridimensionali termoformate che hanno richiesto una lavorazione particolare.
Ho usato il Corian® bianco assieme alle fibre ottiche: al di sotto di un certo spessore è traslucido e ho esaltato questa caratteristica del materiale per creare qualcosa che, per quanto ne so, nessuno aveva mai fatto prima. Come si è visto alla Biennale.

A.O. – Sembra che tu non ami parlare del tuo lavoro. Preferisci mostrare le animazioni di progetto o le immagini e aspettare le reazioni del tuo interlocutore. I progetti non hanno bisogno di parole?
R.A. – Dipende. Sono un uomo duro e difficile. Chi ha detto che parlare molto è meglio che parlare poco?
Le poche cose che ti sto dicendo sono probabilmente migliori dei fiumi di parole che qualcun altro ti ha detto.

A.O. – Mi fa pensare alla differenza tra lo spazio barocco e lo spazio concettuale. Lucio Fontana ha detto molto facendo un semplice taglio.
R.A. – Esattamente. Ci siamo capiti.

A.O. – La stanza che hai realizzato alla Biennale di Venezia, Lo-rez-dolores-tabula-rasa, è una metafora della smaterializzazione. Hai progettato l’immateriale. Volevi ricreare l’effetto di enormi schermi?
R.A. – No, lo schermo riceve la luce e la rifrange. In quel progetto il film è dentro il materiale. Hai mai visto qualcosa del genere? Io no, onestamente. Sono costantemente interessato a fare cose che non esistevano prima. Volevo impiantare immagini in movimento in un materiale traslucido. Ho avuto un’idea molto stupida perché è basata sullo schiavismo: qualcuno deve collocare ogni fibra ottica nel suo alloggiamento e il risultato è un immagine a bassissima definizione…Perché trasformare qualcosa che poteva essere una gradevole proiezione in qualcosa a bassa risoluzione? Assolutamente idiota, ma comunque bellissimo.

A.O. – Naturalmente lo scopo non era proiettare un film ma espandere le possibilità di utilizzo e le funzioni di nuovi  materiali.
R.A. – In ogni caso non c’era scelta. Era l’unica maniera di farlo e l’unico possibile effetto. Ti ricordi questo progetto, la Millennium House, presentata alla Biennale di Venezia nel 2002? E’ un pavimento a bassa risoluzione. Ho fatto anche il sonoro.

A.O. – Lo consideri parte fondamentale del progetto?
R.A. – La musica per me è essenziale perché mi piace. Tutto ciò che ci piace è fondamentale. Hai visto questo? Lolita. Si potevano inviare sms. Hai inviato un messaggio?

A.O. – Sinceramente no, avevo il cellulare scarico… Lo trovo assolutamente diverso da qualsiasi progetto precedentemente prodotto da Swarovsky. I lampadari sono considerati oggetti decorativi e i designer si concentrano sulla loro forma. Questo progetto è una metafora del mutamento: gli sms, illuminandosi, lo modificano continuamente. In un certo senso il progetto esiste se qualcuno interagisce con l’oggetto. Il progetto è la comunicazione.  Cosa pensi del design contemporaneo?
R.A. – Il design Italiano è fantastico, il migliore del mondo. Deriva da un’eccezionale tradizione manifatturiera. Io mi considero un designer italiano perché lavoro con aziende italiane. Precedentemente a quello italiano, il design migliore era quello scandinavo. Era eccellente, ma non si è trasformato. Ciò che considero davvero scadente in Italia è l’istruzione accademica. Dovrebbe rinnovarsi. Hai visto la mostra dei miei studenti ieri al RCA: è diverso dall’Italia?

A.O. – Sì, quanto meno è diverso da Firenze, dove insegno, e dove purtroppo da anni imperano noia e spirito di imitazione formale; fatta eccezione per Remo Buti, che da anni alimenta lo spirito di ricerca con originalità. Mi hanno colpito l’ironia intelligente, lo sperimentalismo e la ricerca concettuale al di là di questioni di stile. Naturalmente Londra è diversa da qualsiasi città italiana: è un luogo in costante divenire, in cui gli stimoli proliferano. Diventerà la capitale del design?
R.A. – Milano è ancora la capitale mondiale del design. Ma dove sono i giovani maestri italiani?

Alessandra Orlandoni ​

9 Dicembre 2004, 15.00, Chalk Farm, Londra

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