Intervista a Nigel Coates - Nigel Coates
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Intervista a Nigel Coates

Nigel Coates

Scritto da Alessandra Orlandoni - 11 gennaio 2010

Alessandra Orlandoni -  La stesura di un trattato è parte integrante della cultura architettonica. Vitruvio e Leon Battista Alberti hanno influenzato il passato, “Learning from Las Vegas” di Robert Venturi e D.S. Brown e “S,M,L,XL” di Rem Koolhaas il presente spostando l’attenzione sull’architettura come linguaggio grafico e visivo. ”Guide to Ecstacity”, il tuo visionario libro-oggetto, come influenzerà il futuro?
Nigel Coates - Ci saranno sempre aspetti dell’architettura difficili da esprimere solo attraverso gli edifici; benché i disegni aiutino, per alcuni architetti è importante allargare il contesto culturale di ciò che fanno e comunicare attraverso uno strumento parallelo, quale un libro o un film. Il mio desiderio era costruire un libro da usare come fonte di ispirazione: non un compendio dei lavori di Branson Coates Associates (BCA), piuttosto una struttura da esplorare e percorrere. “Guide to Ecstacity” esprime lo spazio tra le persone, dà voce all’informatore, al provocatore, al giornalista e al narratore e comunica l’architettura attraverso le relazioni tra forme e stili di vita. Ha molto più a che fare con i lettori che dovrebbero sentirsi più coinvolti nel libro che con me.  Questo dovrebbe essere l’atteggiamento di un architetto. Una guida informa e suggerisce come esplorare la città a propria misura, dovrebbe stimolare la  capacità di assorbire informazioni ed emozioni personali dal luogo. Non credo altri abbiano mai usato la tipologia della guida come concept per un libro sull’architettura.

A.O. - Ecstacity è un iperluogo, una città ideale multietnica, realizzata con architetture reali e illustrata in 450 raffinatissime pagine. Progettare e pubblicare un libro è molto diverso da concepire e realizzare un edificio?
N.C. - Non tanto: devi avere un’idea, capire le costrizioni di un libro in quanto oggetto, i suoi costi e le possibilità espressive dei layout. Ho immaginato Ecstacity come un complesso intreccio di spazi in cui ogni pagina fosse anch’essa uno spazio in sé. I collaboratori sono stati moltissimi, alcuni per creare immagini ad hoc, altri per documentare le varie città che lo costituiscono: io ho curato la direzione artistica oltre ai testi. Ecstacity é un mosaico tridimensionale, una città creata dalle relazioni e dai parallelismi di varie città.

A.O. - ”Se astratte dal contesto urbano e messe in relazione, le planimetrie degli edifici divengono significative più di quanto lo siano come tipologie a sé stanti”1. Le piante possono essere considerate lo scheletro degli edifici?
N.C. - Sono il codice DNA o il geroglifico, piuttosto che lo scheletro: la scrittura che fa essere l’edificio ciò che è. La pianta ha un significato importante e diretto perché si relaziona al suolo e contiene i principi dell’alzato; indirettamente perché cattura l’occhio nella dinamica degli spazi. Ogni singolo edificio è sempre connesso ad altri fenomeni, e anche se non è tipologicamente in linea con il contesto, enfatizza comunque il proprio ruolo dinamico e le esperienze che ne derivano.

A.O. - ”L’idea e la sua traduzione in spazio dovrebbe sempre essere al di sopra di qualsiasi questione di stile”2. Penso che la Kunsthaus di Peter Cook a Graz aderisca perfettamente a questo concetto. Quale è la linea di demarcazione tra fare architettura e costruire edifici?
N.C. - La Kunsthaus è un oggetto che traduce una visione globale nell’ambiente urbano. Indubbiamente ha stile, ma più che una scelta estetica è certamente il risultato di intrecci culturali.  Nasce dalla intersezione di  molteplici intuizioni tra la particolarità del luogo e la funzione assegnata: una galleria per nuovi media. La Living Pod di David Green è stato il primo edificio di questo tipo: il Guggenheim Bilbao o il nostro progetto per il  National Centre for Popular Music di Sheffield sono anch’essi edifici che giocano col contesto, progettati grazie alle nuove tecnologie e con il desiderio di esprimerle ed enfatizzarle. Da sempre l’architettura ha un ruolo particolare tra il mondo materiale/razionale e quello della cultura. Si dovrebbe  riflettere  su un grande cambiamento attuale, su quanto le nuove tecnologie, i cellulari e Internet, hanno aiutato a rimodellare il nostro senso dello spazio. Molti architetti ancora diffidano dal prenderne atto.

A.O. - L’architetto è il grande comunicatore del presente. Tu lo avevi previsto 20 anni fa con NATO, la tua rivista di architettura visiva. Cosa è cambiato da allora e quanto è oggi importante comunicare il progetto anche attraverso i dettagli tecnici?
N.C. - L’architettura si può proporre in modi diversi a seconda dell’interlocutore a cui ci si rivolge. I dettagli tecnici interessano principalmente gli architetti. Dal mio punto di vista non sono l’aspetto principale ma è  interessante che il pubblico comprenda l’importanza degli spazi tecnici nelle architetture contemporanee, o le possibilità derivanti dalle nuove tecnologie digitali per il taglio di vetri per la creazione di grandi superfici trasparenti. Oggi ci sono infinite possibilità di connessione tra tecnologia e concept dell’edificio, mai esistite prima.
Ai tempi di NATO ci accorgemmo che la funzionalità degli edifici poteva essere indipendente dalle attività svolte dai fruitori: l’utilizzo di una videocamera o di una tastiera digitale era libero da costrizioni di luogo e spazio e questa nuova libertà mi suggerì che gli edifici potevano essere molto più divertenti. Potevano essere de-funzionalizzati e diventare segnali culturali. Oggi la cultura architettonica, attraversata la fase decostruttivista, si avvia a reinventare le attività e modificare l’ambiente attraverso molteplici e sofisticati strumenti d’intervento. L’architettura non si confronta più con i singoli edifici ma con l’intero sistema dinamico della città, di cui è la sintesi.

A.O. - Sei figlio di uno scienziato che ti voleva ingegnere civile, ma tu hai scelto l’architettura, considerandola da subito sintesi creativa di relazioni umane e stili di vita, un atteggiamento anarchico che ti ha procurato aspre critiche dall’establishment britannico. Con l’avvento del governo Blair e la “Cool Britannia”, BCA diventa l’icona dell’“anarchia istituzionalizzata”. Chi ha fatto il compromesso, tu o Blair?
N.C. - Beh, penso proprio Blair, perché io non ho mai fatto compromessi davvero: non sono diventato un ingegnere!
La cosa più importante è sempre stata seguire il mio cuore e non l’ideale di carriera di mio padre e far sì che il mio lavoro parlasse. Come docente alla Architectural Association ho continuato la mia personale ricerca sull’architettura concettuale, lavorando in modo libero con gli studenti. Nel 1985 fui chiamato in Giappone per progettare un ristorante: solo allora ho seriamente affrontato la possibilità di costruire davvero.

A.O. - Il tuo riferimento principale è il corpo, e questo mi ricorda Le Corbusier. Similitudini o differenze?
N.C. - Diversamente da Le Corbusier non uso il corpo come unità di misura, lo considero piuttosto uno spazio, una struttura sensoriale per esperire il mondo. Il corpo è l’evidenza di un più profondo e complesso sistema di esperienze. E’ il dinamismo tra i corpi e il modo in cui si interfacciano all’edificio che si sta cercando di fare che ispira la maggior parte dei nostri progetti.

A.O. - Parlando di architettura di qualità e di architettura di tendenza, chi secondo te meglio coniuga i due aspetti: Will Alsop, Future Systems o Zaha Hadid?
N.C. - Beh, tutti e tre gli architetti che hai scelto fanno questo, tutti loro hanno abbandonato le regole per seguire l’istinto riguardo a cosa rende originale l’architettura. Credo che nessuno di loro cerchi di fare tendenza per il gusto di farla: questa è piuttosto l’idea che molti si sono fatta di loro. Proporsi di essere alla moda è fallimentare rispetto all’aspirazione a fare qualcosa di qualità. Credo che la qualità sia legata alla capacità di tradurre le intenzioni iniziali nell’oggetto finale, ed è la stessa cosa che dico ai miei studenti.
Tornando alle tre star, e credo che BCA sia affine a questo gruppo, tutti noi affrontiamo l’architettura con sensibilità artistica ed espressiva, come una forma d’arte. I nostri linguaggi espressivi derivano dalle stesse motivazioni: ognuno di noi è guidato dall’intuito di cosa l’architettura può essere oggi e non avrebbe potuto essere prima. E’ questo che ci distingue da molti colleghi.

A.O. - Io credo che Zaha Hadid sia concentrata nel collegare forme sinuose e prospettive, Will Alsop crea grandi giocattoli colorati, Future Systems amplificano la scala dell’oggetto e i progetti di BCA sono teatralmente influenzati dal linguaggio multimediale...
N.C. - Sì, è vero: in ogni caso tutti noi ci divertiamo, anche se muoviamo da punti di vista diversi. Ci sono comunque similitudini formali: il recente progetto di Zaha per Il Connecticut University Fine Arts Centre, in cui lei sperimenta una superficie dinamica puramente generata in digitale, è simile al nostro Body Zone per il Millennium Dome. Non alludo a influenze quanto piuttosto a coincidenze accidentali.
I lavori di BCA tendono ad essere radicati nella città, a generare nuove esperienze emotive all’interno di edifici già esistenti: probabilmente anche perché non abbiamo ancora realizzato progetti di grandissime dimensioni.

1Nigel Coates “Guide to Ecstacity”, Laurence King Publishing, 2003
2Jonathan Glancey “Body Buildings and City Scapes”, Thames and Hudson 1988

Alessandra Orlandoni


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