Intervista a Alejandro Aravena - Alejandro Aravena
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Intervista a Alejandro Aravena

Alejandro Aravena

Scritto da Alessandra Orlandoni - 14 gennaio 2010

Alessandra Orlandoni - Sei nato nel 1967 in Cile, quindi sei cresciuto e hai studiato durante il regime totalitario di Augusto Pinochet, e ti sei laureato nel 1992, circa in coincidenza con la fine di quel regime. Come e in che modo le due differenti situazioni politiche hanno influenzato il tuo percorso e le tue scelte professionali, considerando che hai scelto di studiare e praticare una disciplina socio-politica quale è l’architettura?

Alejandro Aravena - Considerare l’architettura una disciplina socio-politica è un’eccezione: non sono in tanti a vederla in questo modo. Oggi si può fare l’architetto scegliendo di restare isolati da questa visione. Noi abbiamo scelto diversamente, come è evidente nel nostro lavoro ad Elemental.
Ciò che mi ha maggiormente influenzato durante il regime di Pinochet non è stata la situazione politica in sé ma il fatto che comportava la quasi totale assenza di informazione.
Durante il mio corso di studi non c’era disponibilità di riviste, non c’era informazione sulla musica: eravamo piuttosto isolati da ciò che accadeva fuori dal Cile. Naturalmente non avevamo nemmeno Internet, quindi non potevamo trovare vie d’uscita per acquisire informazioni. Questa condizione problematica ha avuto in realtà anche aspetti positivi. Nel 1985 imperava il Postmodernismo, probabilmente la peggiore corrente della storia dell’architettura, e la dittatura ci ha risparmiato l’influenza e il predominio di quest’ultimo grande movimento. Attingendo le informazioni dai libri e non dalle riviste e muovendoci in un regime in cui l’informazione era controllata, guardavamo ad Álvaro Siza e non a Michael Graves o a Peter Eisenman, e questo paradossalmente può essere considerato l’unico aspetto positivo del regime totalitario che dominava il Cile.

A.O. - Quindi eravate tagliati fuori soprattutto dalla vostra contemporaneità…

A.A. - Sì, e questo ci ha portato a guardare e riflettere su noi stessi e sulla nostra cultura piuttosto che a guardare cosa accadeva in altri luoghi. Nei paesi del terzo mondo c’è sempre il grosso rischio di guardare a ciò che accade altrove considerandolo migliore, a priori, di ciò che appartiene alla propria cultura. Noi abbiamo dovuto analizzare quello che ci era più vicino: si è rivelato un vantaggio, un’apparente debolezza sviluppata come punto di forza. L’altro elemento che nel mio caso ha spinto la mia ricerca in un certa direzione è che la rivolta nei confronti dell’autorità era un fattore genetico piuttosto che politico.

A.O. - Cosa intendi per “fattore genetico”?

A.A. - La condizione di studente universitario è “contro” a priori. Non ha grande importanza chi ti impone le cose o cosa ti viene imposto: ci si ribella per principio. Io ho sempre voluto agire diversamente rispetto a ciò che veniva insegnato o proposto, per questo considero il mio atteggiamento come genetico e non relativo alla situazione contingente. Ad esempio ricordo bene le esercitazioni che si facevano considerando un “cliente ideale”: potevamo scegliere qualsiasi tipo di cliente, e la tendenza generale era quella di scegliere un mecenate che dava la possibilità di esprimere il massimo della libertà. Beh…Io scelsi un tassista.

A.O. - Una scelta anticonformista per uno studente che sogna di fare l’architetto, ma anche una scelta socio-politica, direi…Perché proprio un tassista?

A.A. - Mi interessava verificare come tutte le teorie e le idee che studiavamo all’università potessero essere comprese in 80 mq da una persona la cui necessità principale è parcheggiare l’automobile dentro casa per evitare che sia rubata o danneggiata, in quanto quella è la sua fonte di lavoro e di reddito. Volevo confrontare l’educazione filosofica universitaria di alto livello con la vita quotidiana di una persona che tiene il frigorifero in soggiorno perché è simbolo di status sociale. Questo atteggiamento realista nei confronti del contesto in cui vivevo e il desiderio di confrontarmi con una direzione altra da quella suggerita dal mondo accademico mi ha aiutato a sopravvivere in un ambiente avverso alla mia indole, quale era quello del Cile in quegli anni.

A.O. - Quindi hai ribaltato una condizione sfavorevole in un atteggiamento produttivo e creativo?

A.A. - Sì, e non perché avessi particolari problemi nei confronti di ciò che studiavo all’università o della situazione politica. La mia ribellione era qualcosa che faceva parte di me e si esprimeva nel mio interesse a collegare le teorie con i problemi reali. Nel momento in cui il sistema politico è formalmente cambiato, in realtà la situazione sociale del Cile non è mutata, perché il potere è comunque rimasto nelle mani di un’élite, di un “club”. Il problema è sociale, non politico. La differenza di opportunità non dipende dalla parte politica che sostieni ma dalla tua appartenenza o meno all’élite, a questo circolo chiuso e impermeabile che garantisce chi ne fa parte. Questa è sempre stata la cosa più scandalosa del mio paese.

A.O. - E tu a quale parte sociale appartenevi?

A.A. - La mia famiglia non faceva parte del “club”, ma questo non è mai stato per me motivo di risentimento o di rabbia. Non mi è mai interessato appartenere all’élite, ma ovviamente poteva essere un problema nel momento in cui il mio esserne fuori mi avesse impedito di lavorare. Al contrario, ho usato la mia inadeguatezza per interagire con il sistema. Il valore principale del sistema sociale a mio avviso non risiede nella differenza tra democrazia o dittatura, ma nella differenza tra meritocrazia e non-meritocrazia. Questa è la vera lotta.

A.O. - Stai completando un progetto negli Stati Uniti, l’ampliamento della St. Edward’s University in Texas. Come è nata questa opportunità?

A.A. - Gli Stati Uniti sono ancora un paese meritocratico. Come mai un architetto cileno, che non ha frequentato l’università negli Stati Uniti e non ha contatti in quel paese sta realizzando un progetto proprio lì?
Questa è, secondo me, la prova che lì vige ancora la legge del merito. Sono stati invitati vari architetti da tutto il mondo, è stata fatta una preselezione e alla fine hanno scelto me sulla base del mio lavoro.

A.O. - E questo in Cile non è possibile?

A.A. - In Cile ho realizzato alcuni progetti per l’Università Cattolica: anche lì ci sono opportunità basate sulla meritocrazia, non voglio dire che non esistono in assoluto, ma appartengono principalmente al sistema istituzionale e non al sistema sociale.

A.O. - Come può l’architettura interagire con questa situazione e modificarla, se credi possa farlo?

A.A. - Innanzitutto non bisogna aspettare che ti arrivino gli incarichi dall’alto. La svolta nella mia carriera è venuta dall’incontro con il mio socio, Andres Iacobelli. Per lui è molto importante partire dall’identificazione di un problema non risolto che necessita di approfondimento e conoscenza ed individuare chi può pagare i nostri compensi professionali e può investire nella risoluzione di questo problema. Una volta acquisiti questi dati, le cose si possono fare e si fanno.

A.O. - è una strategia di marketing professionale…

A.A. - Più che di marketing parlerei di imprenditoria professionale. Un imprenditore identifica una necessità, una domanda alla quale corrisponde un’offerta, quindi trova i mezzi ed individua le conoscenze necessarie per raggiungerla. Noi operiamo in questo modo. La meritocrazia deve funzionare per il raggiungimento delle opportunità. Una volta raggiunte si tratta di individuare le giuste strategie. L’importante è avere chiaro in mente ciò che si deve fare e come farlo.

A.O. - La meritocrazia come entra in gioco?

A.A. - Se io ho un’idea buona, devo avere accesso a chi ha i mezzi e questi deve avere disponibilità ad ascoltarmi non perché sono amico o parente, ma perché riconosce il valore dell’idea. Esistono società che hanno la capacità di valutare la qualità delle idee, e le realizzano. Andres è molto bravo ad individuare i meccanismi del sistema e le regole del gioco, e a studiare delle buone mosse. Nel nostro caso, inoltre, l’università di Harvard è stata una grande credenziale di qualità. Poteva essere sfruttata a livello personale oppure usata per agire nella società. Presentandoti come professore di Harvard ti viene dato credito, e questo può essere usato per smuovere delle situazioni. Abbiamo usato la sperimentazione possibile a Harvard, dove ci sono i migliori docenti del mondo e i migliori studenti del mondo, per valutare attraverso workshops le varie possibilità del “social housing”, in modo da evitare errori operando nel mondo reale.

A.O. - Quindi come avviene il confronto e il passaggio al mondo reale?

A.A. - Non cercando la formula per l’abitazione sociale ideale, ma piuttosto rafforzando la consapevolezza che le famiglie ricevono un sussidio una sola volta nella vita e noi dobbiamo fornire una risposta ottimale alle loro esigenze e non possiamo permetterci di sperimentare. Harvard è stata la base intellettuale su cui si fonda Elemental.

A.O. - Com’è nato Elemental?

A.A. - Elemental è nato come iniziativa accademica nel 2000/2001 in due università, quella di Harvard e l’Università Cattolica del Cile che voleva contribuire al “social housing”. Nel 2003 abbiamo capito che dovevamo trovare un punto di contatto tra le regole del mercato e le politiche pubbliche. C’erano i fondi, anche se pochi, ma l’unica cosa che non era pagata erano gli onorari professionali, il tempo per pensare alla soluzione di un problema rilevante. Non siamo eroi: dovevamo vivere della nostra professione e trovare una soluzione. Abbiamo ottenuto un sussidio dal Programma di Sviluppo Scientifico e Tecnico del governo del Cile pari a circa 500.000 $. con i quali abbiamo avviato Elemental come iniziativa pubblica. Nel 2005, dopo che avevamo costruito un progetto all’interno delle regole del gioco, ci siamo resi conto che Elemental doveva diventare una società che coinvolgesse sia l’Università che la COPEC, la società petrolifera del Cile. Di conseguenza ora Elemental è una società “for profit” ma indirizzata al sociale. Seguiamo progetti di “social housing” , infrastrutture e spazi pubblici. La città è un motore per creare ricchezza, sviluppo e qualità di vita che consente di attirare le persone che creano conoscenza, ma allo stesso tempo è una scorciatoia verso l’equità. Su queste basi noi cerchiamo di individuare i progetti strategici per il “social housing”: ripensare la domanda all’interno delle regole del gioco ed offrire una risposta di qualità che tratti il “social housing” come un investimento che si rivaluta nel tempo piuttosto che come una spesa non capitalizzabile. In questo modo le famiglie che usufruiscono delle abitazioni popolari si ritrovano un capitale che, rivalutando dall’inizio il valore della casa, aumenta - contrariamente a quanto generalmente accade - e costituisce garanzia per le banche al fine di ottenere prestiti per avviare altre attività.

A.O. - Come funziona Elemental? C’è una teoria che lo sostiene?

A.A. - Il nostro punto di partenza è sempre la considerazione degli elementi concreti e reali del problema. Quanti soldi sono disponibili? Quali sono le condizioni sociali, politiche, economiche, costruttive? Qual è il mercato? I dati sono considerati per quelli che sono. Non ci sono teorie creative personali legate alla visione dello spazio o all’espressione personale del progetto. La teoria interviene nel momento in cui non conosciamo sufficientemente a fondo i problemi e quindi abbiamo bisogno di maggiore conoscenza. Ma è una teoria legata alle condizioni reali che ci serve per ottimizzare al massimo le nostre risposte, non per sostenere soluzioni ideali. Il mondo ha problemi reali: se abbiamo abbastanza conoscenza, li affrontiamo, diversamente utilizziamo la teoria come mezzo per risolvere il problema avendo sempre come obiettivo la massima qualità.

Questo approccio non lo applichiamo solo al social housing: non siamo specializzati in questo settore, facciamo anche progetti di alto profilo, quali ad esempio l’edificio per Workshop dedicato ai bambini, che stiamo realizzando per Vitra. Ciò che è importante comprendere è che un progetto Elemental è sempre e comunque un progetto che tende ad esprimere il massimo delle potenzialità relativamente al tema da affrontare, evitando il superfluo sia nel caso di progetti a basso costo sia nel caso di progetti di più alto profilo in cui i budget sono più sostanziosi.

Bologna, 30 Gennaio 2009


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