Il problema della città di ossa di mammut - Italo Rota
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Il problema della città di ossa di mammut

Italo Rota

Scritto da Italo Rota - 2 aprile 2012
“L’architettura, per essere ciò che è, deve divenire natura, deve divenire ciò che non è. Così è che, sovente, la vediamo adottare le apparenze della natura vivente e divenire essa stessa natura”. Louis Frank “L’architettura è l’espressione dell’essere stesso delle società, come la fisionomia umana è l’espressione dell’essere degli individui”. Georges Bataille L’architettura è anche natura, ma per ora è architettura che esiste solo come puro rapportarsi alla natura. Se nell’architettura in futuro vi sarà ancora natura sarà quando essa stessa diventerà natura, e le rovine smetteranno di illuderci sul rapporto tra architettura e natura. Avere coscienza che tutto ha un termine e che non è più riparabile né tanto meno restaurabile cambierà l’architettura in natura. Come annota Georges Bataille, l’ordine matematico imposto alla pietra non è altro che il compimento di un’evoluzione delle forme terrestri, il cui senso è dato, nell’ordine biologico, dal passaggio dalla forma scimmiesca alla forma umana, una forma che offre già tutti gli elementi dell’architettura. Gli uomini non rappresentano, apparentemente nel processo morfologico, che una tappa intermedia fra le scimmie e i grandi edifici. Le forme dell’architettura sono divenute sempre più statiche, sempre più dominanti. Così come l’ordine umano è fin dall’origine solidale all’ordine architetturale, che non ne è che lo sviluppo. Pietra o ossa mammut non è ciò che fa la differenza. L’inizio di questa storia si può rintracciare in alcuni siti di insediamenti umani risalenti all’epoca della tarda glaciazione di Würm: villaggi costituiti di capanne di ossa di mammut, disposti tra loro in maniera organizzata. Architetture che, confrontandosi tra loro, non compongono nient’alto che quello che noi oggi chiamiamo città. Guardiamo questi ammassi: interno ed esterno sono superficie e l’uno è contenuto dell’altro. Tutte le differenze sembrano solo interne e le apparenti differenze degli esterni sono solo lo specchio dei contenuti interni. A Kostenki, un villaggio situato a metà della sponda occidentale del fiume Don, nella Oblast’ di Voronež, in Russia, ho visto i resti delle capanne di ossa di mammut: sono un ammasso di ossa, crani scapole zanne e quant’altro forma lo scheletro del mammut. A San Pietroburgo, al Museo dell’Hermitage, ho ammirato le otto veneri in osso di mammut provenienti da queste gigantesche discariche di capanne e resti di banchetti. Questi ammassi di rovine sono materia e forma così com’è l’architettura; queste capanne per lungo tempo hanno cercato di sopravvivere a se stesse creando rovine. A lungo abbiamo pensato che questo era espressione della dignità dell’antico, ora tutto questo è natura. Sotto questi ammassi si cela l’interno, dove tutto si oppone; sotto la superficie si cela il complesso, luci, ombre, chiari di luna, nebbie dei focolari, luci dei camini, tutto in una stanza o meglio in una camera. Osservando le capanne di Kostenki si intuisce uno spazio non come spazio del vuoto assoluto e delle relazioni tra interno ed esterno ma come spazio della realtà. Spazio che è l’insieme delle cose esistenti prima ancora di ciò che le contiene; a Kostenki teschi, zanne, ceneri, utensili, buchi, resti umani formano l’insieme delle cose e della cosa che le contiene, una prepotente realtà concreta. Questi ammassi di architettura producono spazio, creano una sostanza che nello stesso tempo produce gli elementi che esprimono essa stessa in maniera tale da essere l’apparenza e il contenuto di tutte le cose, creando così la forma stessa dell’architettura, l’idea di architettura, il concetto di architettura che alla fine è la sua essenza. Alla fine l’insieme dello spazio e delle cose esistenti a Kostenki sono natura o dovrebbero cercare di divenire natura, l’insieme delle cose tangibili così dovrebbe essere, oggi; ce la prendiamo con l’architettura, le cui produzioni monumentali sono attualmente i veri padroni su tutta la terra, raggruppando alla loro ombra attitudini servili, imponendo l’ammirazione e lo stupore, l’ordine e la costrizione, ce la prendiamo in qualche modo con l’uomo. “L’architettura, per essere ciò che è, deve divenire natura, deve divenire ciò che non è. Così è che, sovente la vediamo adottare le apparenze della natura vivente, e divenire essa stessa natura”. L. F. Oggi dobbiamo rinnovare l’architettura, così com’è non possiamo più permettercela, è come le sigarette o l’auto a benzina. Dobbiamo capire ex novo qual è la sua funzione, la sua vera natura, forse tornare ad uno stadio preconscio dell’architettura ci permetterà di salire sulla novella arca di Noè per riscrivere il contratto con la natura.

Materia
Tanti anni fa fui chiamato per realizzare il progetto del Museo Nazionale della Preistoria a Les Eyzies de Tayac*, un luogo molto famoso per la storia degli umani: in questa vallata venne trovato il primo esemplare di uomo di
Cro-Magnon. La prima sera venni invitato a cena dal direttore del museo.
Seduti a tavola il direttore portò una lepre appena uccisa, riposava in fondo ad una pentola di coccio, sembrava dormisse; rimasi sorpreso e intristito al pensiero della povera lepre che aveva appena finito di scorrazzare nel bosco intorno alla casetta del direttore. Divertito il direttore mi invitò a servirmi e a staccare con le mani una zampa dalla povera bestia: ovviamente non ci riuscii. Il direttore a questo punto mi porse una taglientissima silex prodotta da umani vissuti centinaia di migliaia di anni fa e tutto fu semplice: tagliava come un bisturi chirurgico, questo utensile era pura applicazione dell’ingegno alla materia.
I primi utensili assomigliavano molto a un asteroide, un sasso di enorme grandezza, un asteroide come quello che ha parzialmente distrutto la vita sulla terra all’epoca dei dinosauri.
Il ciottolo di fiume può trasformarsi facilmente in un utensile. L’uomo è dotato delle mani che usa in maniera formidabile e questo ha avuto conseguenze terribili per gli altri animali terrestri. L’utensile è un oggetto, uno strumento utile per agevolare, coordinare, aiutare l’uso delle mani in una qualsiasi attività umana. Prendere in mano il ciottolo, osservarlo, e applicarvi un’idea geniale, trasforma questo semplice oggetto, senza uso di tecnologia, in uno strumento che cambierà tutta la nostra vita. Questi strumenti vengono chiamati chopper ed erano prodotti dai primi ominidi tra la fine del Terziario e l’inizio del Quaternario.
Un ciottolo viene scheggiato su una sola faccia da un altro ciottolo che funge da percussore, con un colpo perpendicolare alla superficie. Si crea così un utensile dal bordo tagliente, che rappresenta uno dei primi prodotti dell’industria umana. Una volta lavorate, queste pietre si trasformano in utensili estremamente efficienti.
Homo habilis ha creato i primi utensili: aveva bisogno di cibarsi e mangiava principalmente carne, il rinoceronte gigante era uno dei suoi piatti preferiti.
È molto difficile tagliare della carne da un antenato degli attuali rinoceronti appena ucciso, sempre che siamo riusciti ad ucciderlo.
Con questi utensili diventa molto semplice perché i chopper sono strumenti taglienti.
Con il suo utensile homo habilis ha risolto la sua cena, milioni di anni dopo nel Paleolitico superiore homo sapiens sapiens perfeziona la tecnica di scheggiatura a pressione che consente di ottenere manufatti di grande raffinatezza e bellezza. I manufatti litici sono ricavati soprattutto da lame e microlamine, ha così inizio la produzione di manufatti in osso e la lavorazione dell’avorio.
Fin da bambini ci insegnano a mangiare carne; molti pupazzi di peluche hanno la forma di animali che mangiamo abitualmente: conigli, mucche, maialini. Cambiano un po’ gli scenari: se il rinoceronte ucciso da homo habilis non ci fa nessuna pietà, così troviamo normale mangiare i nostri amati peluche. Tagliamo a pezzi questi “pupazzi” proteici con una cura chirurgica, macellai industrie alimentari e cuochi tre stelle usano ormai coltelli elettrici. Una piccola storia cominciata nella natura e che diecimila anni fa usciti dalla preistoria ci ha condotti nel mondo della tecnologia dei semidei, una storia di grande complessità, non solo dal punto di vista tecnico, ma soprattutto dal punto di vista psicologico. Un problema non solo di ordine consequenziale (in cui conta soltanto il risultato), ma che investe tutto il nostro mondo percettivo ed estetico. Voi direte, tutto questo per tagliare fette di carne, una storia che è diventata così primaria per homo sapiens sapiens da mettere in gioco a lungo termine la sua stessa sopravvivenza.

“Devo ringraziarLa“ disse Sherlock Holmes, “per aver attirato la mia attenzione su un caso che presenta indubbiamente alcuni motivi di interesse.” Arthur Conan Doyle, “Il Mastino di Baskerville”

Architetti
“[…] guidiamo gli studenti sulla via della disciplina partendo dal materiale, passando per la funzione, per arrivare all’opera creativa! Guidiamoli dentro il sano mondo dei metodi costruttivi primitivi, dove c’era un significato in ogni colpo d’ascia, una espressione in ogni solco di scalpello…”
“... creare in base alla natura del nostro compito, con i metodi del nostro tempo; questo è il nostro compito, perché l’architettura è la volontà di un’epoca tradotta in spazio; vivente, mutevole, nuovo”.

Ricordando Ludwig Mies van der Rohe
Discorso inaugurale, Armour Institute of Technology 1938

“[…] let us guide our students over the road of discipline from materials, through function, to creative work. Let us lead them into the healthy world of primitive building methods, where there was meaning in every stroke of an axe, expression in every bite of chisel...”
“... our job is to create according to the nature of our task with the methods of our time because “architecture is the will of the epoch translated into space”.

To recall the thoughts of Ludwig Mies van der Rohe
Inauguration speech, Armour Institute of Technology 1938

“L’uomo primitivo ha fermato il suo carro: decide che quella sarà la sua terra. Sceglie una radura e abbatte gli alberi troppo vicini; spiana il terreno, traccia un sentiero che lo colleghi al fiume oppure ai compagni di tribù, che ha appena lasciato… Questo sentiero è rettilineo quanto glielo consentono i suoi arnesi, le sue mani e il suo tempo. I picchetti della sua tenda descrivono un quadrato, un esagono o un ottagono: la palizzata forma un rettangolo… La porta della capanna si apre sull’asse del recinto, e il cancello del recinto fronteggia la porta della capanna”.
“Si guardi, in un libro di archeologia, il grafico di questa capanna, il grafico di questo santuario: è la pianta della casa, la pianta di un tempio. Ed è lo stesso spirito che si ritrova nella casa pompeiana. Lo stesso spirito del tempio di Luxor… Non esiste l’uomo primitivo; ci sono soltanto i mezzi primitivi. L’idea è costante, virtuale fin dai primordi”. “Hanno dimenticato che la grande architettura è alle origini stesse dell’umanità e che essa è una funzione diretta dell’istinto umano”.

Ricordando Le Corbusier, “Vers une architecture”

“A risalire abbastanza indietro nel tempo si trova il genere umano così diverso: contadini che abitano le caverne e tribù nomadi di cacciatori-guerrieri;… il vagabondo che si libra tra un ramo e l’altro della sua fronzuta dimora arborea, attaccato alla spira della sua coda, e il più flemmatico amante della parete, che invece rimane nascosto, per sicurezza, in qualche buca del terreno o in una caverna: la scimmia?... L’abitatore della caverna diventò l’abitatore delle rocce. Cominciò a costruire città… Il suo Dio era un malvagio assassino… Egli trasformò il suo Dio in una legge misteriosa. Quando poté, fece il suo Dio d’oro. Lo fa ancora”.
“Ma suo fratello, quello più agile e più mobile, escogitò un tipo di abitazione più adattabile, meno rigido - la tenda pieghevole… Era l’Avventuriero. Il suo Dio, uno spirito: devastatore o benefattore, com’era lui”.
“[…] nature umane in conflitto hanno operato conquiste o sono state vinte, si sono sposate e si sono maritate, hanno generato altre nature; in alcune una fusione, in altre, di nuovo, violenta confusione”.
“Così è comparso un tipo umano capace di cambiare rapidamente ambiente per soddisfare i suoi desideri, un tipo largamente capace di controbilanciare la grande città di domani, residuo della grande, antica ‘parete’. Nella capacità di cambiare troviamo un nuovo tipo di cittadino. Noi lo chiamiamo democratico”.

Ricordando Frank Lloyd Wright, “The Living City”

La Capanna
Fox era l’unico uomo vivente.
Non c’era terra
L’acqua era ovunque
Che posso fare
Si chiese Fox
Prese a cantare così per capire
Vorrei qualcuno
Così disse Fox
Dov’è che vai
Chiese coyote
In ogni dove cercando qualcuno
Non ero tranquillo qui per un po’
Beh, andare insieme è meglio si sa
Così quelli dicono sempre
Andiamo va bene ma cosa faremo?
Non so
Io lo so!
Proviamo a fare il mondo
E come lo faremo?
Domandò coyote
Inizia a cantare rispose Fox
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