Il comportamento idoneo dell’architettura
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Il comportamento idoneo dell’architettura

Barreca & La Varra

Il comportamento idoneo dell’architettura
Scritto da Valerio Paolo Mosco -

Per comprendere l’architettura di Barreca & La Varra è necessario fare un passo indietro. Entrambi si sono laureati nell’Italia di Tangentopoli: una nazione all’epoca stordita dallo scoprirsi espressione di un sistema corruttivo strutturato e strutturante. Una nazione che da un lato vedeva l’affarismo più sfrenato, cieco da diventare autodistruttivo, dall’altra una élite intellettuale che viveva ai margini di tutto ciò, nei casi peggiori godendo delle briciole che il sistema lasciava cadere. Quale era allora la strategia per uscire fuori da una condizione assediante? Inconsciamente, come progetto condiviso da una generazione, si è affacciata una ipotesi: stare dentro il mondo ma emendarlo, dimostrando solidità, contegno ed affidabilità.

Questo progetto, che oggi in parte può considerarsi concluso, ha dato vita ad un linguaggio espressivo che traduceva in forma proprio la solidità, il contegno (che in architettura è meglio chiamare decoro) e l’affidabilità. Un sobrio linguaggio di sfondo quindi la cui intenzione non è stata affatto quella di opporsi alla stagione precedente, quella dell’architettura della città su cui troneggiava Aldo Rossi, ma di riconfigurarla attraverso delle attenzioni nei confronti di ciò che quella stagione si era dimenticata di prendere in considerazione. Innanzitutto le periferie e con loro quei territori contaminati a metà tra la città e la campagna, solcati dalle infrastrutture che sembravano essere l’unico elemento di ordine in un susseguirsi di elementi che potremmo definire a labile congruenza. Siamo alla fine degli anni ’90 ed un gruppo di architetti scopre attraverso un tour quelli che, con una felice locuzione, Mirko Zardini ha chiamato i “paesaggi ibridi”.

Li scopre non solo come realtà dimenticata su cui operare, ma anche come dimensione espressiva per una nuova architettura. Nei paesaggi ibridi il linguaggio si faceva generico, sfuggente, completamente dimentico di quelle regole urbane che apparivano così chiare nei centri storici. Eppure, nonostante questa labilità e questa genericità che sembravano minare alla base qualunque fondamento estetico, i paesaggi ibridi dimostravano dei principi insediativi per nulla banali, essenzialmente legati alle strutture economiche che li avevano generati e che li muovevano. Se ne erano accorti Arturo Lanzani, Edoardo Marini e Stefano Boeri che con un gruppo di giovani avevano condotto una ricerca sulla città generica lombarda a cui avevano lavorato Gianandrea Barreca e Giovanni La Varra, che non a caso continueranno a lavorare con Boeri per lungo tempo. Il titolo del libro, che rimane la migliore produzione teorica di quella stagione in Italia, è significativo: Il territorio che cambia. Ambienti, paesaggi e immagini della regione milanese. Il messaggio era chiaro: bisognava immergersi in questo nuovo mondo senza qualità e dargli una risposta. Per comprendere l’architettura di Barreca & La Varra è necessario partire da qui: la loro è stata, e continua ad essere, una risposta alla città generica senza qualità, a quel paesaggio che per primi hanno scoperto i grandi fotografi come Ghirri e Basilico. Nel 2012 usciva un loro libro: Questioni di facciata. Il titolo poteva sembrare straniante o se non altro poco congruente con i territori ibridi, invece a ben vedere condensava una strategia operativa e con essa un’ipotesi di linguaggio.

La tesi sostenuta più o meno implicitamente era che nella città generica fosse necessario accettare come realtà di fatto i principi insediativi che la stessa si era data. Con sano e disincantato realismo (in cui si sente la lezione di Rem Koolhaas) non bisognava opporsi alla genericità, ma emendarla. Se allora la città generica imponeva delle piante altrettanto generiche, prive di particolari qualità, commerciali e corrive, ad esse non bisognava opporsi, ma spostare l’attenzione alle facciate: lì si sarebbe potuto emendare la genericità, si sarebbe potuto dare carattere ad un edificio. Prendiamo ad esempio la facciata dell’edificio B5 realizzato per RCS MediaGroup a Milano e progettato da Barreca & La Varra una decina di anni orsono: una composizione di sobri prismi in un tipico paesaggio ibrido lombardo le cui facciate accolgono ritmi e partiture per nulla scontati, dotati di un’eleganza che importa nella periferia l’eleganza grafica di un Giò Ponti o di Gardella. La questione delle facciate sembrerebbe rimandare al postmodernismo di Venturi e Scott Brown per cui se l’architettura è l’arte della comunicazione di massa la facciata dovrebbe diventare lo strumento per attuare questo assunto, da qui le facciate enfatiche ed urlate che abbiamo per lungo tempo visto. L’interpretazione della facciata di Barreca & La Varra è ben diversa. Per loro l’architettura non è arte di comunicazione di massa, bensì è l’arte di costruire mettendo in atto “comportamenti idonei”, una locuzione questa presa in prestito proprio dal loro libro e che interpretiamo come arte di trovare una congruità espressiva tra dimensione paesaggistica ed edilizia. Non solo, è anche arte di trovare l’adeguata mediazione tra quella che potremo definire la cultura disciplinare “alta” e le esigenze degli abitanti, atterrando sul quotidiano senza rinunciare all’interpretazione dello stesso. Nel progetto che presentiamo in questo numero di THE PLAN, la Scuola ICS Symbiosis a Milano, Barreca e La Varra emendano la loro interpretazione dell’architettura generica. Innanzitutto l’aspetto dell’edificio, che non è affatto generico, ma esibisce un certo piglio, ammiccando con i suoi stondamenti al design. D’altronde di una scuola di design si tratta e quindi era necessario esprimere una certa iconicità rappresentativa: una necessità questa a cui i progettisti non intendono sottrarsi, ma lo fanno con misura, se non con un certo ragionato distacco. Viene allora in mente un famoso progetto, quello di Adolf Loos per il Chicago Herald Tribune: un’immensa iconica colonna dorica rivestita di marmo nero assoluto, ovvero l’esatto contrario della sobrietà stilé che lo aveva caratterizzato fino a quel momento. Eppure era il contesto in cui si riferiva, quello di Chicago degli anni ’20 e degli Stati Uniti in generale, che spiegava la scelta di Loos. In definitiva, per Loos, come per molti altri tra cui Barreca & La Varra, il linguaggio non esiste in sé, ma è uno strumento da modellare e applicare di volta in volta piegandolo alle diverse esigenze, il tutto senza scivolare nell’eclettismo, un’attenzione questa che i progettisti adottano riducendo al minimo gli elementi ed i materiali della loro architettura. Altra novità, almeno rispetto al loro repertorio passato, è nell’interno della scuola in cui impongono una certa mixité di funzioni e lo fanno mettendo in continua relazione gli spazi comuni, quelli distributivi per tutti i piani dell’edificio, estrudendo per così dire la mixité dall’atrio a doppia altezza ai piani superiori. Attenzione, ciò non vuol dire che le piante vengono stravolte da forme fluide e da compenetrazioni: non è intenzione dei progettisti infatti mettere in scena la mixité, per loro la mixité può essere ottenuta all’interno di un’architettura non prestazionale, o meglio di un’architettura che mira a far coincidere la sua espressività con un “comportamento idoneo”. Trovare il “comportamento idoneo” nella città generica, imporlo nelle regole del Real Estate, far capire che realtà immobiliare e dimensione estetica possono trovare una transazione proficua per entrambe, in altre parole emendare il mondo così come è senza tentare di imporre modelli del passato spacciati per verità rivelate. È questo il messaggio dell’architettura idonea di Barreca e La Varra, un messaggio che in Italia è perseguito dai migliori architetti nazionali. Non sono pochi e ciò consola.

Luogo: Milano
Committente e project management: Covivio
Superficie del sito: 5.778 m2
Progetto architettonico, direzione artistica, landscape e interior design: Barreca & La Varra
Impresa affidataria: ATI tra Setten Genesio, Bouygues E&S InTec Italia, Metalsigma Tunesi

Consulenti
Strutture:
 Milano Engineering
Facciate: Maffeis Engineering
Direzione generale lavori: SCE Project
Direzione lavori facciate: Studio di Ingegneria Rigone
Responsabile dei lavori: Società Italiana di Ingegneria e Servizi
Coordinatore della sicurezza in fase di progettazione e di esecuzione: Sicurcantieri
Progettazione e direzione lavori impianti: ESA Engineering

Sistemi a secco: Saint-Gobain Italia - Gyproc
Lavabi e sanitari serie ME by Starck, lavabi e vasi senza barriere DuraStyle: Duravit
Apparecchi da incasso a pavimento, paletti luminosi e proiettori per esterni, apparecchi a sospensione per interni: BEGA Illuminazione
Gres porcellanato collezioni SistemS, SistemB, Memento, Mystone Bluestone: Marazzi
Membrane impermeabilizzanti Futura RS e RS Granigliata, Polyvap Radonshield P-Al e primer Polyprimer: Polyglass

Ritratto fotografico di Hira Grossi
Tutte le immagini courtesy Barreca & La Varra

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