I segni di una terra - Giovanni Vaccarini
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I segni di una terra

Giovanni Vaccarini

Scritto da Valerio Paolo Mosco - 2 ottobre 2019

Si presenta così l’Abruzzo: attestato sulla dorsale appenninica da cui scendono le valli perpendicolari al mare che confluiscono dolcemente sulla pianura adriatica e proprio sul mare esso è come si concentrasse con la sua urbanizzazione densa e diffusa al tempo stesso, con quella strana ferrovia che corre lungo la linea di costa, che compare e scompare e che ci racconta di un passato in cui la modernità era apparsa ai margini, quasi con pudore. Guido Piovene nel suo Viaggio in Italia scrive di una regione “quasi insulare” di colori forti in cui le attività storicamente prevalenti, la pastorizia e l’artigianato, hanno nel tempo forgiato non solo l’animo della gente, ma un senso estetico basato su un pittoresco la cui regola non è data da altro che dalla vita quotidiana e dai segni che la stessa lascia nel suo trascorrere. In Abruzzo si è assistito dai tempi in cui Piovene scriveva ad oggi ad una metamorfosi emblematica di quella strana continuità eclettica e contraddittoria che da sempre nutre la vita italiana e che ne rappresenta allo stesso tempo il mistero: l’artigianato, così importante fino agli anni ’60, quasi spontaneamente e con una certa fluidità si è trasformato nella piccola industria disseminata nel territorio seguendo lo stesso principio insediativo dell’Abruzzo rurale. Si sa, l’artigianato è duttile: esso, scrive ancora Piovene «riceve e trasforma tutto e nel tutto vi porta un qualcosa di simile alle incrostazioni che avvolgono e quasi ricoprono gli oggetti caduti in mare».

L’artigianato dunque rivive nei pimpanti distretti industriali abruzzesi duttili, pragmatici, mobili, votati all’esportazione, insediati nel territorio in maniera anarchica, trascrivendo immediatamente e senza mediazioni le necessità imposte dallo sviluppo economico. Per comprendere l’opera e la poetica di Giovanni Vaccarini è necessario passare per tutto ciò: è necessario sentire una regione che appare un’eccezione nel già variegato paesaggio italiano. La sua architettura da anni si muove seguendo quello “stile storto” di cui parla Franco Purini che si è sviluppato negli anni ’90 nella Facoltà di Architettura di Pescara, probabilmente la città più americana d’italia, una città (ancora Piovene) «che mancando di un centro vero e proprio, ribolle confusa; una città in cui uomini e gruppi affluiscono, si accavallano come onde in luoghi che non hanno nulla a che vedere con la strada e la piazza delle città storiche». Da ormai venticinque anni la deliberata volontà di Vaccarini è quella di trascrivere questo peculiare mondo nei suoi edifici: trascrivere le morfologie dei vecchi ed enigmatici tratturi che scendono a valle dalle montagne seguendo traiettorie arcane, trascrivere la vivace potenza della più espressiva architettura senza architetti al mondo, ovvero i trabucchi da pesca che punteggiano la costa adriatica, trascrivere l’identità economica di una regione che continuamente trasmuta artigianato in industria ed industria in artigianato. Nella sua esuberante architettura è rintracciabile anche un’altra componente: l’aspirazione alla grande scala, o meglio, alla scala territoriale. I suoi edifici infatti è come se intendessero, con la loro studiata scompostezza, imporsi nel paesaggio, o meglio è come se intendessero attrarre a sé e somatizzare i segni del territorio circostante per renderli manifesti. Paradigmatico a riguardo è l’edificio che qui presentiamo, denominato Powerbarn, da poco realizzato a Russi vicino a Ravenna. Esso fa parte di un’area che fino a poco tempo fa era dedicata alla coltivazione ed al trattamento delle barbabietole per la produzione dello zucchero ora dismessa e convertita nella produzione di bioenergia. L’area è di circa 47 ettari e si attesta lungo la strada del Carrarone, in prossimità del fiume Lamone, e prima della riconversione industriale ha subito una bonifica di
280.000 m2 a cui si è aggiunta una riconversione industriale per 167.000 m2. Sulla strada del Carrarone si staglia l’edificio principale per la produzione di energia da biomasse; in esso trovano sede il blocco caldaia e la linea fumi, mentre sul retro, verso l’interno dell’area vera e propria, troviamo la sala macchina, il grande condensatore e l’ampia tettoia dove il materiale per la produzione di energia è stoccato ad essiccare per poi essere portato con un nastro trasportatore nella caldaia alloggiata nel corpo principale. Il materiale che alimenta la centrale è il cippato di legna, in massima parte proveniente dalla coltivazione del pioppo su aree residuali per la produzione agricola e da residui di sfalcio e di potatura provenienti dal sito e da un’area compresa in un raggio di circa 70 km dalla centrale stessa. I fumi del trattamento vengono poi smaltiti dalla ciminiera accanto alla centrale. All’estremo opposto sono collocate le aree per il compostaggio e l’impianto per la produzione del biogas da liquami zootecnici; a supporto del tutto un piccolo impianto fotovoltaico. Così organizzata l’area Powerbarn risulta capace di produrre energia elettrica per 84.000 famiglie, un numero che dà l’idea di quanto la produzione da energie alternative a quelle fossili sia oggi una realtà ormai strutturata in Italia ed in tutto il territorio di un’Unione Europea i cui risultati andrebbero valutati anche rispetto al grande sforzo ecologico compiuto da un’istituzione sempre più verde. Il progetto di Vaccarini interviene in tutta l’area innanzitutto caratterizzando il suo margine attraverso un segno tipico del litorale adriatico: la sequenza di dune la cui altezza varia - a seconda delle condizioni orografiche e territoriali che esse incontrano - dai tre ai dieci metri. Sulle dune, realizzate utilizzando la terra scavata nell’area per la bonifica, si sviluppano i percorsi pedonali e ciclabili punteggiati dalle alberature così da dar vita a quello che si può considerare un parco agricolo lineare. L’edificio che sovrasta l’area del Powerbarn, come si è detto, si attesta in uno dei margini del sito in prossimità della strada del Carrarone dove è ubicato l’ingresso, agganciandosi alle dune alberate che in parte ne mitigano la presenza. Notevoli le sue dimensioni: esso si sviluppa su un’area di 2.400 m2 per una lunghezza di 110 metri e per una larghezza di 25 metri, il tutto per un’altezza di 42 metri che arrivano a 52 nel camino. La Soprintendenza paesaggistica aveva chiesto all’architetto di mitigare il più possibile l’impatto dell’edificio. A questa richiesta Vaccarini ha risposto con una strategia, il razzle dazzle, ovvero un camuffamento tipico delle navi della Prima guerra mondiale che dissimulavano la loro stazza e la direzione di marcia attraverso una fantasmagoria di righe e colori contrastanti che si intrecciavano e si giustapponevano in modo tale da decomporre la forma stessa della nave amalgamandola con il mare e la costa. Vaccarini così caratterizza il blocco centrale della centrale con un manto in listato di legno staccato dalla cassa muraria dell’edificio attraverso una leggera struttura metallica. Le geometrie di questo rivestimento non seguono la cassa muraria sottostante, ma seguono piegature aperte autonome, sghembe e variabili. Il risultato è un plissé a pezzature triangolari che a ben vedere (e in ciò si vede l’efficacia della scelta di Vaccarini) non nasconde l’edificio ma lo amalgama fisicamente e per analogia con il territorio circostante. La stessa strategia del plissettato è poi utilizzata nella ciminiera.

È evidente che l’architettura vitale e sghemba si trova bene in quello che potremmo considerare come un tema a metà tra l’industriale ed il paesaggistico. In questo caso le forme, le geometrie, i materiali con i loro colori e le loro tessiture è come se trovassero una loro legittimità tematica consegnandoci un’architettura la cui natura, per così dire pittoresca, non scade affatto nel capriccio e nell’arbitrio. Vaccarini inoltre testimonia e convalida un qualcosa che abbiamo già incontrato nel nostro viaggio in Italia nel lavoro di Cecchetto, di Pujatti, di Botticini, di Bergmeisterwolf, di Geza, di Park e degli altri: il fatto che oggi ancor più di ieri in Italia gli architetti tendono, in barba alla globalizzazione, a trovare il modo e la maniera di somatizzare nelle loro architetture i segni e le forme del proprio territorio o se non altro quelli del luogo dove essi sono chiamati a lavorare e lo fanno cercando di evitare citazioni o mimetismi a buon mercato. Allora è come se i luoghi apparissero nelle loro architetture ad una lettura attenta, in controsole, in filigrana dietro quel linguaggio moderno che gli architetti italiani ormai dimostrano di utilizzare con una certa dimestichezza, se non con nonchalance. Dissimulano dunque gli architetti italiani il loro localismo con la modernità e in ciò bisogna dire esprimono una certa abilità, alle volte persino una certa scaltrezza.

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