Green House - Jadric Architektur
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Green House

Jadric Architektur

Scritto da Alessandra Orlandoni - 13 maggio 2015

Credo importante descrivere il contesto, poiché un progetto è sempre ispirato dall’atmosfera che si respira sul luogo. Austin è una città molto interessante. Non la conoscevo e mi aspettavo una situazione completamente differente, più simile al Texas che si vede nei film, con indiani, cowboy e messicani immigrati. Insomma, un’atmosfera del sud, conservatrice e un po’ retrò. 

Sono invece rimasto sorpreso poiché è l’opposto: è molto vivace e contemporanea, con un sindaco democratico e il 50% degli abitanti tra i 25 e 65 anni che sono laureati. Ospita la quinta maggiore università degli Stati Uniti! Molti da New York e Boston si sono spostati ad Austin per motivi professionali o di studio. Inoltre è una città molto attenta alla sostenibilità e molto verde, dove sia qualità gastronomica sia cultura musicale sono di alto livello: è infatti sede dell’Austin City Limits, il più grande festival musicale all’aperto. Austin è compresa nel circuito delle quattro “smart city” americane assieme a San Francisco, New York e Boston. Mio fratello, per il quale ho progettato la casa, è un architetto informatico e ha perfino voluto che inserissimo un iPad in una vetrata, per poter confrontare la vista digitale con quella reale! La casa è stata realizzata in un’area periferica, molto tranquilla e molto verde, in prossimità del fiume, su una piccola porzione di terreno derivante dal frazionamento di una proprietà più ampia. Data l’estensione limitata del sito, non è stato facile ottenere i permessi per costruire, poiché la legislazione vigente nell’area urbana di Austin è differente da quella delle zone suburbane: qui le aree di terreno non edificato devono essere molto ampie per poter assorbire e drenare le abbondanti piogge. Il budget a disposizione era limitato e ho quindi dovuto semplificare il primo progetto, giudicato troppo costoso dal costruttore. Inizialmente ero un po’ preoccupato che questa semplicità potesse sfociare nel banale, dovendo ipotizzare due sole situazioni: interno ed esterno. Quindi, ispirato anche dal lavoro di Rudolph Schindler a Los Angeles, ho cercato di differenziare le situazioni esterne: a est il patio per la colazione, poi la piscina che riflette la luce ed è allo stesso tempo un continuum con la zona giorno, e altre aree funzionali concepite un po’ come “caverne”. Moltissima importanza è stata data al rapporto visivo interno-esterno e alla luce. è una casa meno costosa di quello che sembra. Avrebbe dovuto essere realizzata in cemento, ma non è stato possibile per motivi di costi, e quindi la scelta è caduta gioco forza sul legno. è stato necessario costruire pareti spesse e molto ben isolate. Era per me fondamentale realizzare un progetto in cui l’attenzione alla sostenibilità fosse massima. 

Testo raccolto da Alessandra Orlandoni
 

Intervista a Mladen Jadric by Alessandra Orlandoni

Alessandra Orlandoni - Ti sei laureato in architettura nel 1989 a Sarajevo, poi coinvolta dal 1992 al 1995 nella guerra di Bosnia. Questa situazione politica ha avuto ripercussioni sulla tua carriera di architetto? 

Mladen Jadric - Il 1989 è stato un anno particolare. Tutti credevamo che la distruzione della cortina di ferro avrebbe migliorato il mondo. Che ingenui! Oggi, guardando indietro, mi rendo conto che quel trauma rimosso ha segnato intere generazioni, creando “profughi culturali”. Mi schierai contro la guerra e le sue devastazioni e, utilizzando l’architettura come linguaggio, mi espressi criticamente realizzando installazioni temporanee. Tra queste, “The Sign of the Future”, conosciuta anche come “Sarajevo Crossing”, è un’installazione-manifesto del 1995. Sostenuta della Casa dell’Architettura all’interno di un progetto più ampio volto a sensibilizzare l’opinione pubblica sul conflitto bosniaco, fu ospitata in diverse città - Graz, Vienna, Klagenfurt, Salisburgo. “The Sign of the Future” esprimeva principalmente la generale incapacità di risolvere qualsiasi conflitto emergente.

A.O. - Ti trasferisci a Vienna e consegui il Dottorato presso la TU Wien - Facoltà di Architettura e Pianificazione col mentoring di Will Alsop. Quanta importanza ha, per lo sviluppo professionale di un architetto, scegliere il mentore giusto? 

M.J. - Ho lavorato per CoopHimmelb(L)au a Vienna dal 1990 al 1991. Ho poi fatto domanda alla TU Wien per un posto come assistente. Will Alsop, dopo un colloquio, mi ha scelto tra i vari candidati e quindi il mentoring è avvenuto di conseguenza. I suoi insegnamenti sono stati fondamentali. Mi ha aperto gli occhi sulle profonde relazioni tra arte e architettura, mi ha incoraggiato a perseguire la mia spontanea curiosità e il mio senso critico al fine di concentrarmi su un concetto generatore primario. 

A.O. - Hai insegnato e tenuto conferenze in tutto il mondo, quindi hai “respirato l’architettura” di svariati luoghi. Come descriveresti la situazione dell’architettura contemporanea internazionale, in termini di qualità, sperimentazione e approccio alla progettazione?

M.J. - Credo che oggi il mondo sia diviso in due universi paralleli. Henry Kissinger li definì “realtà contraddittorie”. Ci sono 2,8 miliardi di persone che vivono con 2 dollari al giorno, o anche meno. Il tema comune a questi due universi paralleli è la necessità di una rapida urbanizzazione mondiale. Entro il 2030 l’intera popolazione mondiale sarà di 8 miliardi, due terzi dei quali vivranno nelle città. Personalmente sono piuttosto pessimista sulle visioni che promettono facili soluzioni di miglioramento della qualità architettonica e urbanistica a breve termine.

A.O. - Dal 1997 sei membro della Künstlerhaus, la più antica associazione di arte e architettura di Vienna, della quale fece parte anche Otto Wagner. Contaminare l’architettura con l’arte è necessario per aggiungere un “plus” alla progettazione? Qual è per te il significato di “sensibilità artistica”?

M.J. - Non sono un artista, ma credo che architettura e arte abbiano molto in comune. Alla base dell’architettura deve esserci sempre un’idea. Senza un concetto generatore gli edifici sono semplice edilizia e non architettura. Allo stesso tempo, l’architettura è una disciplina che ha delle regole, come la musica o la matematica: è come un’autostrada che conduce dal mondo astratto delle idee a quello reale, e viceversa. Se si ha qualcosa da dire o si vuole reagire in modo propositivo all’ambiente circostante, il mezzo è ininfluente. Può essere un testo scritto, un dipinto o un’opera di architettura.

A.O. - Tra i riconoscimenti che hai ottenuto e i concorsi internazionali ai quali hai partecipato ce n’è uno, “Dangerous Architecture”, da te vinto nel 1992, a soli 28 anni. Cos’è per te, in generale, l’ “Architettura Pericolosa” ?

M.J. - Il mio progetto esprimeva e rifletteva lo “stato di catastrofe”. Era un’architettura estrema destinata a situazioni di emergenza. In situazioni di criticità, quali le guerre, ci rendiamo conto di quale debba essere il principale compito dell’architettura: offrire protezione, riparo e speranza. Oggi più che in altre epoche molti architetti sono determinati ad assumersi la responsabilità del ruolo sociale dell’architettura: dalle varie organizzazioni quali “Architettura senza Frontiere”, che si occupano di realizzare spazi per l’istruzione in aree di intensa povertà, a coloro che operano nelle favela o in condizioni logistiche complesse quali i campi profughi per le vittime delle calamità naturali come, ad esempio, l’alluvione di New Orleans. Il quadro politico mondiale e i cambiamenti climatici stanno rendendo prioritario il confronto con queste problematiche.

A.O. - GO EAST è un bar molto colorato e informale, dove le sedute, costituite da sinuosi e morbidi “salsicciotti”, definiscono anche lo spazio. Modificare il rapporto spazio-oggetto-persona è un tema trasversale tra arte e design. Fino a che punto questo approccio influenza le tue scelte progettuali?

M.J. - Il progetto era parte di GO EAST, uno scambio economico-culturale tra Vienna e Sarajevo. Volevo creare un “luogo dell’est” dedicato a delle abitudini “dell’ovest”, esprimendo così un dialogo tra diversità. A Vienna, come in Italia, il caffè è sempre una buona scusa per organizzare un incontro, professionale o personale, o per fare una pausa. Volevo creare uno spazio continuo dove rilassarsi, sedendosi oppure sdraiandosi, annullando così i limiti posturali determinati dalle sedute classiche. Il pattern è ispirato ai kilim, ed è stato realizzato grazie a una stampante lunga 7 metri, la più grande esistente in Austria! Le sedute “a salsiccia” sono realizzate come i pneumatici, con una camera d’aria il cui rivestimento è una pelle stampata a motivi orientali. Il pavimento è in materiale elastico e morbido poiché nell’est, da Sarajevo fino al Giappone, è consuetudine togliersi le scarpe quando si entra in un luogo, sia esso una casa o un ristorante. Tutto il progetto è pensato per incrementare e agevolare una comunicazione rilassata tra le persone.

A.O. - Alla TU Wien, dove tu insegni, ho notato che gli studenti utilizzano svariati media per i loro lavori: disegno tecnico al computer, nuove App per iPad, tecniche tradizionali quali collage, pittura ed elaborazioni fotografiche. Sono rimasta sorpresa: mi aspettavo un’assoluta predominanza del digitale. Riviste cartacee, pubblicazioni digitali, monografie tecniche e raffinati “coffee table book”, social media, video: quali mezzi divulgano meglio l’architettura? Sono effettivamente utili all’incremento qualitativo dell’architettura? Le riviste cartacee sono ancora importanti o il digitale e i video sono ormai più efficaci? Come docente, che tipo di materiale divulgativo consigli?

M.J. - Hai intrecciato varie domande sui vari aspetti dell’architettura: informazione, istruzione, motivazione e promozione del proprio lavoro, per citarne alcuni. Stiamo ancora ragionando per categorie: digitale e analogico, giovani e adulti, informazione digitale e su carta, ecc.

Al momento credo che i media digitali siano semplicemente uno strumento in più, utile a esprimerci, alla stregua dell’esistenza in parallelo di iTunes, CD-rom, nastri registrati e dischi. La questione principale riguarda conservazione e archiviazione delle informazioni, non solo in termini di gigabyte ma piuttosto relativamente ad accessibilità e conservazione a lungo termine per le generazioni future. La stampa ha ancora un certo vantaggio, diversamente le biblioteche sarebbero state abolite. Riguardo all’istruzione, credo ancora nella “cultura della carta stampata”. I buoni libri di architettura sono ancora insostituibili, e continuo a consigliarli. Non è però nelle scuole che si impara realmente la professione: gli studenti devono “aprire gli occhi” e darsi da fare per apprendere dalla realtà. Zaino in spalla, devono viaggiare per vedere, sentire, toccare l’architettura, e comprendere così l’ambiente che li circonda.

Il discorso sui social media è persino più complesso e dispersivo: di questi tempi, la semplice presenza digitale non è sufficiente. La costante richiesta di “like” implica impegno, e quindi l’auto-promozione assorbe una grande quantità di tempo e necessita una notevole abilità nel destreggiarsi con questi nuovi mezzi. Certamente, in questa realtà di “universi paralleli”, la “blog cultura” ha contribuito alla crescita di alcune potenti comunità digitali, soprattutto in Asia e in Sud America, seguite da Europa e Nord America.


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