Grande grande piccolo piccolo - Atelier FCJZ, Fei Chang Jian Zhu | Yung Ho Chang
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Grande grande piccolo piccolo

Atelier FCJZ, Fei Chang Jian Zhu | Yung Ho Chang

Scritto da Li Xiangning - 30 settembre 2015

L’Atelier Fei Chang Jian Zhu (FCJZ), uno tra i primi studi indipendenti fondato nel 1993 da Yung Ho Chang e Lu Lijia, è una delle firme più illustri dell’architettura cinese contemporanea. Fondamentale negli anni Novanta per il suo apporto nella progettazione sperimentale, oggi continua a esplorare le dinamiche tra pensiero e abilità manuale, tra linguaggio e forma, nel tentativo di ridefinire i confini tra architettura e arte contemporanea, tra progetto e vita quotidiana.

L’anticonformismo di Yung Ho prende le distanze dal modus operandi di molti colleghi nella Cina attuale, paese in cui la grandezza la fa da padrona quando si tratta di costruire. A testimonianza della sua versatilità e abilità, le sue opere spaziano infatti dal design di gioielli e articoli da tavola, passando per i costumi e l’arredamento, fino ad arrivare ai palcoscenici e all’interior design, a cui si aggiungono architettura e micro-urbanistica. In generale, lo studio tende a trattare ogni progetto, piccolo o grande che sia, come un’entità a sé stante o un’architettura. Operare a diverse scale diventa uno strumento di introspezione, ma anche un deterrente contro l’ovvietà e i cliché nella progettazione.

Dalla Split House (piccola residenza, 2002) alla Hebei Education Publishing House (piccola città, 2004), dalle The Bay Houses (residenze non così piccole, 2010) al Chang An Canal Club (grande villa, 2011), dall’Anren Museum Bridge (piccolo museo, 2012) al King’s Joy (corte non così grande, 2012), dalla Vertical Glass House (residenza sperimentale più piccola, 2013) al Great Wall Amphitheatre (grande palcoscenico, 2014), questa piacevole dicotomia fa da filo conduttore agli interventi recenti di Fei Chang Jian Zhu, con un’alternanza che coincide inaspettatamente con la capacità di Yung Ho di concepire l’architettura seguendo un approccio narrativo.

Da un’attenta analisi, il Chang An Canal Club (grande villa) e la Vertical Glass House (residenza sperimentale più piccola) rivelano come lo studio, nell’affrontare edifici piccoli e grandi, adotti strategie comuni e non. In entrambi i casi, molti sforzi sono stati profusi per mantenere integra e unitaria la massa architettonica, portando all’essenziale aperture e finestre, così da dare un aspetto monolitico al prospetto. Al tempo stesso, però, sono stati sviluppati due diversi linguaggi: attraverso il materiale di facciata nel primo caso, mediante le trasparenze interne nel secondo.

Per il Chang An Canal Club, a livello di forma, l’operazione principale è stata una semplice sottrazione. Le fenditure verticali lungo le pareti esterne in pietra lavica favoriscono l’ingresso dei raggi solari negli ambienti di servizio, mentre, ai livelli superiori, la massa architettonica è stata “svuotata” per dare vita a corti interne. Gli elementi chiave della narrazione sono le piastrelle di rivestimento. Dato che nel sito è stata ritrovata parte di un’antica cinta muraria risalente alla dinastia Ming, si è deciso di utilizzarne i mattoni come leitmotiv del progetto. Al piano terra, ne sono ispirati i blocchi in pietra lavica, sia nella forma sia nella dimensione, posati “a strati” secondo il metodo di allora. Il pattern sui lati esterni del mattone è stato invece sfruttato per le piastrelle in pietra del primo e del secondo piano. È stata così stabilita una connessione con il contesto storico attraverso una chiave concettuale e sofisticata, priva di riprese stilistiche o metafore simboliche.

Vincitore oltre vent’anni fa del concorso annuale Shinkenchiku in ambito residenziale, il concept della Vertical Glass House è stato inoltre riproposto per un padiglione della West Bund Biennale del 2013 a Shanghai. Una residenza a quattro piani, dall’ingombro inferiore a 40 mq, racchiusa tra pareti in calcestruzzo armato e con un limitato contatto visivo verso il contesto circostante. Il vetro della pavimentazione e dei soffitti accentua le trasparenze interne, creando un’atmosfera di pace che si sottrae al caos del mondo là fuori. Pur piccolo, questo edificio si erge solitario nel tessuto urbano - dominandolo - e introduce una continuità tra architettura e sito totalmente diversa rispetto al Chang An Canal Club. Qui, l’aura autoreferenziale dà vita a un ambiente ideale per la meditazione domestica. Vivere, lavorare e riflettere nella Vertical Glass House significa essere parte di una compenetrazione visiva che genera un’unità concettuale.

Da menzionare è inoltre il design per la scenografia e per i costumi dell’opera teatrale “I sette saggi del boschetto di bambù”, che tratta di sette intellettuali cinesi vissuti nella lontana epoca Wei-Jin. Una sfida avvincente, dovendo narrare di spazi grandi e piccoli e associare un’esperienza spazio-temporale fortemente astratta alla fisicità della performance attoriale. Sul palco, i simboli delle montagne, delle nuvole e della luna sono fissati su impalcature mobili che si spostano verso l’alto o il basso col procedere della trama. Anche per gli abiti di scena, la scelta è stata all’insegna della semplicità: i sette saggi vestiti con abiti a forma di tubo, in cotone non tessuto, ciascuno con un taglio diverso così da avere un ventaglio di opzioni per i costumi. Questo progetto è la sintesi perfetta della curiosità di Yung Ho verso l’arte e il design nelle loro diverse accezioni e mostra come, avvalendosi di logiche e abilità tra le più semplici, si possa arrivare allo stesso risultato pur da punti di partenza diversi.


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