Assertiva modernità - Antonio Citterio Patricia Viel and Partners
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Assertiva modernità

Complesso residenziale e per uffici Bergamo+

Antonio Citterio Patricia Viel and Partners

Scritto da Valerio Paolo Mosco - 1 aprile 2020

Si parla molto in Italia di Milano: Milano città stato, come se si fosse staccata dal resto del Paese mettendo a punto uno stile proprio fatto di modernità assertiva, di ritmo cadenzato ed efficiente, il tutto confezionato e propalato in una sequenza di eventi che si rincorrono spesso incuranti delle loro stesse ragioni d’essere. Innegabilmente Milano propone oggi un suo stile. Esso si esprime con un senso della forma misurato ma non castigato, concentrato sulla ricerca di quella giusta misura che è l’ennesima manifestazione di una cultura borghese un po’ dicotomica, che con un andamento a pendolo va dalla soddisfazione di sé all’inquietudine di essere à la page, di essere parte avanzata dell’Europa moderna. Se c’è un nemico dello stile Milano è il kitsch, il cattivo gusto inteso come esagerazione ostentata e chiassosa, come non ottemperanza dell’equilibrio tra forma e contenuto, ed al kitsch la città risponde esaltando la sua compostezza, ma quando si accorge che la compostezza diventa cliché allora è furba e riabilita, sempre in parte e con ponderazione, il kitsch lasciandolo sfogare nel design e specialmente nella moda.

Appare allora il funzionamento dello stile Milano: si pianta ben conficcato a terra il chiodo della sobrietà e ad esso si lega l’elastico della espressività che viene tirato fino a quando lo stesso si tende troppo e riporta all’originale buon gusto, all’aura mediocritas del sogno di Ernesto Nathan Rogers nel secondo dopoguerra di una modernità stabilizzata e come tale affidabile. Tutto ciò non è un fenomeno degli ultimi anni, ma è di lunga data. Pensiamo alla prosa di Allessandro Manzoni, a quel suo muoversi a svolgimento continuo, equipotenziale nelle sue parti, precisa ma mai pedante; una prosa in parte anonima, che nulla inventa, ma che tutto trasforma in una tonalità ben precisa, accessibile ma pur sempre elitaria, illuminista e tradizionale al tempo stesso. Indubbi maestri dello stile Milano sono Antonio Citterio e Patricia Viel. La dimostrazione di quanto detto è tutta in un’opera premonitrice progettata da Citterio nella seconda metà degli anni ’80, la sede della Esprit, una delle aziende di moda italiana che proprio in quegli anni stavano conquistando il mercato mondiale. Il periodo è quello del rifluire del postmoderno storicista, entrato in scena con gran clamore nel 1980 con la famosa e strepitosamente kitsch Biennale curata da Paolo Portoghesi, passata alla storia per la Strada Novissima. Da allora anche i migliori si erano lanciati in citazioni sempre più azzardate: archi, capitelli, colonne in cartongesso o altro appesantivano le opere di etimi e simboli a buon mercato che appena costruiti si rivelavano talmente ingombranti da risultare imbarazzanti. Una trappola, quella delle figure a buon mercato prese dal bazar della storia, in cui era persino caduto uno degli ultimi maestri della modernità, James Stirling. Lo storicismo postmoderno all’epoca sembrava non aver rivali, specialmente in un’Italia che si trovava al centro del dibattito internazionale. Poche le eccezioni: tra di esse Bruno Zevi che tuonava contro i postmoderni ma poi proponeva un improponibile ritorno ad un moderno che aveva mostrato non pochi punti di criticità, specialmente per quel che riguarda gli assetti urbani. Oggi, vedendo l’Esprit, ci rendiamo conto che siamo di fronte ad una delle critiche meglio argomentate e di maggior successo al postmoderno. Una critica che ritroviamo anche in un’altra delle più belle e rappresentative architetture dell’epoca, la Collezione Menil di Renzo Piano in Texas: due edifici, l’Esprit e la Menil la cui attualità lascia stupiti.

Il linguaggio dell’Esprit è chiaro: un moderno minimale epurato però dalla monumentalizzazione della tecnica e dalla sontuosità di Mies e che non scivola nel design, per cui non inventa gratuitamente forme. Un moderno fatto di pochi gesti controllati realizzati con estrema cura che parte da una vera e propria scelta ideologica che Citterio metterà a punto definitivamente con la sua socia Patricia Viel, per cui l’architettura non corrisponde all’arte di creare figure, bensì a quella di configurare sfondi. L’Esprit è paradigmatica di questa scelta: se la moda è figura libera di esprimersi come meglio crede, che in ragione di ciò non può fare a meno di provocazioni ed intemperanze, l’architettura che la ospita deve essere il suo contrario, ovvero composto ed anonimo sfondo che prende le distanze da ciò che è sintomatico e sincronico con i tempi. In altre parole l’architettura, per essere tale, deve essere un po’ anacronistica, deve rispettare i suoi tempi lenti perché le città si devono fare con i tempi lenti, anche se sono le città del futuro. Consideriamo ora un altro progetto emblematico dell’architettura urbana e di sfondo di Citterio e Viel, la sede della Ermenegildo Zegna a Milano. Anche a prima vista è evidente l’analogia con la sede dell’Esprit, un fatto questo che testimonia la strabiliante continuità operativa dei due progettisti, allora è come se l’Esprit nella Zegna avesse subito una trasfigurazione passando da edificio solido ad uno tendenzialmente trasparente e questa trasformazione non è operata attraverso gesti plastici, ma semplicemente attraverso l’accurata applicazione di una diversa tecnica costruttiva, diversa in quanto più avanzata ed attuale. Lo sfondo però non deve essere mai uguale a se stesso, non deve essere un cliché ideologico.

Lo dimostra un altro edificio di prestigio, la Sede della Technogym a Cesena. In questo caso non siamo in ambito urbano, ma territoriale ed allora la forma deve aumentare la sua scala e con essa la sua espressività. La scelta delle grandi coperture lenticolari si spiega proprio come strategia espressiva, d’altronde un’architettura di sfondo in ambito territoriale altro non può essere che, almeno in parte, organica. Per ultimo consideriamo un interno, quello della Qatar Airways a Doha, un progetto indicativo del rapporto che Citterio e Viel impongono tra la figura e lo sfondo. In questo caso riconosciamo gli etimi simbolici della forma aereonautica: la forma profilata, allungata, aereodinamica come anche i materiali leggeri, ma etimi e materiali sono come stemperati e desaturati, sospinti nello sfondo in modo tale da configurare un’atmosfera generale, sicura, pacata, equipotenziale. Lo sfondo dunque, sembra dirci l’intervento di Doha, non esiste in se stesso, ma contiene sempre delle figure, caso mai stemperate fino a confonderle con esso ed allora l’arte di configurare sfondi corrisponde alla trasfigurazione delle figure in atmosfere, una trasformazione questa che non potrà però mai essere totale, pena lo scivolare dell’architettura nell’asettico e nel dimenticabile. Ciò è ribadito dal progetto che presentiamo in queste pagine, quello per la riqualificazione dell’area ex Enel a Bergamo, un intervento di residenze e servizi che mette a reagire una pianta per così dire empirica, ritagliata sui limiti del lotto e sulle esigenze del programma con alzati controllatissimi. Consideriamo proprio uno di questi prospetti, quello delle residenze con le persiane a soffietto a tutta altezza. In questo caso l’impaginato generale parte dal semplice ricorrere dei marcapiani che è come se fosse lo spartito iniziale su cui si impongono le note verticali delle persiane a soffietto che donano controllata varietà al tutto. Poi a completare il tutto, a stemperare ulteriormente il rigore di partenza, il coronamento con la sua morbida spezzata. Ecco allora che appare il dispositivo figurativo dell’architettura di sfondo di Citterio e Viel: partire da una configurazione elementare presa dal moderno, un pattern come il telaio, il ricorrere di partiture lineari, la parete traforata, e su questo impostare gli altri elementi, quasi tessendoli con il pattern di riferimento, il tutto con il minor numero di mosse possibili e con un estremo, persino ossessivo, controllo tecnico. Il risultato è allora un’architettura compatta, equipotenziale, solida e a svolgimento continuo, come la prosa di Manzoni.

 

Antonio Citterio Patricia Viel

Antonio Citterio con Patricia Viel sono i soci fondatori della società di progettazione multidisciplinare per l’architettura e l’interior design, con sede a Milano. Lo studio opera a livello internazionale su programmi progettuali complessi, a ogni scala e in sinergia con un network di consulenti specializzati.

Queste le tipologie progettuali realizzate: piani urbanistici, complessi residenziali e a uso misto, sedi direzionali, ristrutturazioni conservative di edifici pubblici, alberghi. Oggi lo studio conta su uno staff di più di 100 persone, coordinate da 8 partner.

Tra i progetti più recenti si segnalano l’edificio della nuova sede Fastweb presso l’Area Symbiosis a Milano, diversi hotel di lusso in Europa, Medio Oriente e Asia, un edificio residenziale a Miami-Surfside.

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