Architettura in esposizione - Expo 2015
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Architettura in esposizione - Expo 2015

Scritto da Francesco Pagliari - 30 settembre 2015

Con oltre 1,1 milioni di metri quadrati di territorio espositivo, Expo Milano 2015 si è presentata come mostra delle più recenti tecnologie per combattere paradossi e squilibri legati alla gestione delle risorse energetiche e alimentari del mondo contemporaneo, in grado di offrire al contempo la possibilità di scoprire le eccellenze della tradizione agroalimentare e gastronomica di ogni Paese.

Sulle due vie principali che guidano il visitatore attraverso il sito espositivo, Cardo e Decumano, riparate da tensostrutture a doppio effetto disegnate e sviluppate dallo Studio Tecnico Majowiecki su indicazioni concettuali dell’ufficio di Piano di Expo 2015, affacciano i padiglioni dei paesi partecipanti; le architetture hanno così una ulteriore, importante responsabilità: quella di incuriosire i passanti, invitandoli a entrare. 

Può essere la rappresentazione delle specificità del territorio a ispirare l’architettura dei padiglioni, come nel caso, esemplare, degli Emirati Arabi Uniti, per cui Foster + Partners ha progettato una struttura in calcestruzzo rinforzato in fibra di vetro alta 12 metri, che richiama le dune del deserto e al cui interno i sentieri rimandano alle strette vie pedonali delle antiche città di quest’area. 

Altri sono nati dalla volontà di interpretare il tema dell’esposizione a livello architettonico; così lo studio Atsushi Kitagawara Architects progetta la facciata del padiglione giapponese applicando le tradizionali tecniche costruttive dell’architettura biosostenibile, in particolare il metodo di tensione compressiva in cui i singoli elementi vengono tenuti insieme con sistemi di aggancio e giuntura. Anche il padiglione cinese, progettato da Studio Link-Arc, fa riferimento all’architettura locale nella copertura in foglie di bambù, che richiama i tradizionali tetti in coppi, e al rapporto tra naturale e artificiale, ispirandosi nei profili a uno skyline, evidente nel prospetto nord, e al paesaggio naturale, riconoscibile nel prospetto sud. 

Affonda invece le sue radici nella mitologia cinese l’ispirazione del padiglione del gruppo immobiliare Vanke disegnato dallo Studio Libeskind, che con una struttura geometrica sinuosa e dinamica si sviluppa in verticale richiamando il corpo di un drago, legato ai concetti di sostentamento e fecondità della terra, anche nella pelle esterna, realizzata in piastrelle di ceramica metallizzata, che generano effetti diversi sulle tonalità del rosso, a seconda dell’angolo di incidenza della luce.

Ricerca la continuità con il passato il padiglione russo, che nasce dallo studio delle architetture con cui il Paese si è presentato alle esposizioni universali negli ultimi 100 anni: stili diversi che hanno spaziato dal costruttivismo degli anni ’20 del secolo scorso, all’art déco degli anni ’30, al modernismo del dopoguerra, in cui lo studio Speech ha individuato alcuni tratti comuni che ha voluto preservare. 

Ogni struttura presentava una forma semplice ma dinamica, facile da ricordare, con una particolare enfasi sull’area di ingresso: queste le caratteristiche mantenute nella nuova architettura che richiama la tradizione russa nel largo impiego del legno.

Un approccio che coniuga arte e scienza caratterizza il padiglione britannico, all’interno del quale viene proposto un percorso ideato dall’artista Wolfgang Buttress per raccontare la vita delle api in un alveare di Nottingham. Il team di ricercatori della Nottingham Trent University ha recentemente messo a punto un sistema di telemonitoraggio degli alveari in grado di rilevare lo stato di salute degli insetti; tale sistema viene utilizzato per trasmettere immagini in diretta a uno schermo alloggiato all’interno del padiglione ed è allo stesso tempo connesso a “The Hive”, la grande struttura astratta ospitata al piano superiore, disseminata di lampadine che rappresentano un punto specifico all’interno dell’alveare e si illuminano nel momento in cui in quel determinato punto vi è attività e movimento.

Un discorso a parte merita l’Austria, che a Expo non si è presentata con un progetto architettonico, ma con un progetto di verde, invitando i visitatori a passeggiare, ma soprattutto a respirare (“Breathe” è il nome del progetto), in una piccola foresta di 560 mq, sottolineando che l’aria è la prima risorsa di nutrimento da preservare in presenza di sensibili cambiamenti climatici. La vegetazione presente è sufficiente a raffrescare l’area senza l’impiego di alcun tipo di climatizzazione artificiale, creando un microclima fresco e accogliente per i visitatori.


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