L’ultima generazione di architetti messicani risponde con creatività al contesto ambientale e sociale raggiungendo un’insolita originalità. Ciò che contraddistingue i loro lavori, siano essi essenziali o raffinati, ad alta tecnologia o bassa, è l’assenza di pretenziosità, caratteristica che li colloca molto lontano dal ponderoso monumentalismo di Teodoro González de León, Ricardo Legorreta e degli altri studi affermati. In Messico non c’è mai stato un regime assolutista come in Cina, dove un establishment reazionario ha soffocato per decenni la creatività prima di permettere ad architetti giovani e indipendenti di competere per il miglior progetto. La nuova corrente di talenti, tuttavia, ha profuso un’abbondanza di idee innovative tale da rinvigorire la professione e scardinare i vincoli che imbrigliavano i successori di Luis Barragán e Félix Candela. Il Messico resta un paese profondamente conservatore, nel quale la burocrazia crea ostacoli e amplifica l’ineguaglianza nella distribuzione della ricchezza. Ciò nonostante sta emergendo una nuova classe urbana sofisticata e agiata, istruita, viaggiatrice, di mentalità aperta, internazionale. La quarantina di architetti che a Città del Messico stanno raggiungendo il successo provengono da questo ambiente e lavorano per esso. Tra questi giovani professionisti si è creato un clima di calda compartecipazione, un fenomeno raro e benvenuto all’interno di questo mestiere spietato. Molti hanno compiuto gli studi assieme, hanno collaborato professionalmente e si sono frequentati nei quartieri di Condesa e Polanco dove alcuni vivono, lavorano, costruiscono. Tanta vicinanza potrebbe portare ad un appiattimento, ma così non è: ogni architetto ha un suo approccio peculiare ed ha iniziato un percorso autonomo al di fuori della capitale e del mercato immobiliare, residenziale e non, del ceto medio.








