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| Fumihiko Maki & Associates |

Massachusetts Institute of Technology Media Arts and Sciences Building

| Cambridge | USA |
| Letter from America |


042-7 Fumihiko Maki è un architetto di candida purezza. I suoi edifici hanno la capacità straordinaria di promettere bene già in fotografia; le sue conferenze seguono ragionamenti convincenti che non appaiono mai radicali nè rivoluzionari. Poi però la realtà, l’esperienza empirica dei suoi edifici spesso diafani, alza la posta in gioco e, volta dopo volta, ci si sente appagati e avvinti dalle sue sorprendenti strutture spaziali. Meglio ancora, l’architettura di Maki sembra congelare le sue molteplici componenti nel momento perfetto in cui queste raggiungono una sorta di interrelazione ideale. Sono tentato di paragonare la perizia dell’architetto a una sorta di forma d’arte immaginaria che potrei definire come un gioco di destrezza Zen. Queste radicali generalizzazioni della cultura classica giapponese da parte di noi stranieri risultano ovviamente grossolane. E, forse, è azzardato paragonare sensibilità antiche con strategie e obiettivi dell’odierna progettazione giapponese. Maki in ogni caso, nonostante sia innegabilmente giapponese, è al tempo stesso una figura internazionale che ha trascorso negli Stati Uniti molti anni della sua formazione. Il primo progetto che egli ha realizzato da solo è stata infatti la Steinberg Hall alla Washington University di St Louis (1960), un campus di cui si è rioccupato per realizzare l’adiacente Sam Fox School of Design & Visual Arts, completata nel 2006. Tra i molti progetti in programma tra USA e Canada, quello che oggi lo rappresenta meglio è forse il Media Arts and Sciences Building recentemente inaugurato al MIT, il Massachusetts Institute of Technology. Il Media Arts and Sciences Building segue una tipologia consolidata per Maki: una trasparente composizione di cubi. Lo Spiral Building nel distretto di Minato a Tokyo, il suo vicino e raffinato Tepia Science Pavilion e il National Museum of Modern Art di Kyoto vicino allo storico Heian Shrine, sono tutti edifici costituiti da una fusione di pieni e vuoti, superfici lucenti e manufatti strutturali racchiusi da coni di luce. Il più recente ampliamento del MIT è ancora una volta una composizione ortogonale nella quale i dettagli in vetro, la raffinatezza delle griglie e la sovrapposizione dei livelli contribuisco a creare un insieme di grande fascino. Il Media Arts and Sciences Building offre vedute dirette, oblique e velate della sua organizzazione interna attraverso i suoi tre prospetti lucenti. Gran parte dell’involucro è trasparente. A livello stradale, la facciata principale è costituita da una membrana in vetro che nella parte centrale si prolunga in verticale offrendo all’esterno la vista di un alto atrio segnato da una diagonale rossa – la balaustra e la struttura di una scala ingegnosamente sospesa. A entrambi i lati di questo vuoto rivolto a sud, ampie schermature tubolari in alluminio sospese davanti alle vetrate lasciano intravedere le attività all’interno (i famosi ricercatori del MIT al lavoro). La parte alta della facciata centrale è arretrata e sovrastata da una copertura inclinata; questa ha origine da un guscio opaco ovale e prosegue curvando e annunciando un attico terrazzato rivolto a sud-ovest (i ricercatori del MIT in relax). Per quanto le superfici rettangolari striate sospese davanti alle facciate principali invoglino elegantemente a chiedersi cosa stiano combinando là dentro quelli del MIT, gli elementi più trasparenti e arretrati sono un esplicito invito a gettare uno sguardo all’interno. I prospetti di Maki per il MIT nascono da accostamenti di elementi rettilinei, le piante invece, ad eccezione dell’ultimo piano dove gli attici interrompono lo schema generale, sono rigorosamente ortogonali, una griglia di stanze e percorsi. Questi ultimi delimitano sei zone cubiche, tre prossime ad Amherst Street verso sud e tre parallele rivolte verso nord e più integrate nell’insieme della costruzione. L’ampio dinamismo volumetrico sposta l’area comune dallo spazio centrale su Amherst Street e lo trasferisce all’interno, in un volume inatteso che dal terzo piano si apre nel cuore della struttura. Qui due scale salgono incrociandosi: una gialla, l’altra blu. Il Media Arts and Sciences Building è di fatto un ampliamento – il suo quarto lato si collega e si inserisce in modo discreto nel Wiesner Building, edificio piuttosto screditato progettato da I.M. Pei all’inizio degli anni Ottanta. Nel suo libro How Buildings Learn (1994), Stewart Brand contrappone il Wiesner, con “il suo vasto e sterile atrio” e i corridoi che “sono stretti e scialbi”, al Building 20, una struttura di tre piani in legno “progettata in un pomeriggio” nel 1943. Il Building 20 “era troppo caldo in estate e troppo freddo in inverno, spartano nei servizi, spesso sporco e implacabilmente brutto”; si era fatto però benvolere dai suoi fruitori che ne apprezzavano l’informalità e la flessibilità, oltre ad essere stato la culla di molte fondamentali invenzioni tecnologiche (fu demolito nel 1998 per fare spazio al Ray and Maria Stata Center di Frank Gehry). L’edificio di Maki pertanto non è un semplice ampliamento, ma ha necessariamente il compito di correggere la rigidità della preesistente struttura di Pei. Maki libera i “reclusi” del MIT mettendo a loro disposizione non solo un atrio imponente, ma anche una mezza dozzina di sale satellite, ognuna delle quali più raccolta e più interconnessa (fisicamente e visivamente) rispetto a quelle del problematico Wiesner. Anche in sezione l’edificio di Maki con le sue cornici in acciaio è più complesso, più intrigante, e invita all’esplorazione. Gli spazi vuoti si sviluppano e si alternano all’interno della struttura, scendendo a cascata sull’atrio centrale dalla caffetteria al quinto piano e, infine, dal giardino d’inverno situato al piano superiore, illuminato in maniera soffusa di luce naturale. Quest’ultimo livello è una meta fondamentale con una sala didattica all’interno del guscio ovale, uno spazio dedicato agli eventi (con il soffitto inclinato in evidenza) affacciato verso est, e una sala conferenze trapezoidale esposta a sud, aperta su una bella terrazza dalla quale è possibile vedere in lontananza lo skyline di Boston. Il Media Arts and Sciences Building quindi si sviluppa in verticale, ma le numerose partizioni vetrate cielo-terra gli conferiscono anche un movimento orizzontale. Raffinate scale a spirale uniscono i piani e le gallerie degli spazi a doppia altezza ad entrambi i lati dell’atrio principale. I laboratori qui ospitati si occupano di temi accattivanti come “Camera Culture”, “Lifelong Kindergarten” e “Tangible Media”. Articolando gli spazi con molteplici linee visive e ampie possibilità d’interazione, Maki e i suoi colleghi hanno dato vita a una struttura aggregante intenzionalmente aperta, senza soluzioni di continuità per stimolare e incuriosire i suoi fruitori. Potremmo considerare questo ultimo ampliamento del MIT come l’esito raffinato dell’interesse di Maki, che affonda le sue radici nella stagione entusiasmante del movimento metabolista, nelle sue due varianti definite Collective e Group Form, ovvero una sintesi di elegante architettura tettonica e manipolazione attiva dello spazio comune.

Raymund Ryan

 
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