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| Zaha Hadid Architects |

Maxxi Museo Nazionale delle Arti del XXI Secolo

| Roma | Italia |
| Highlights |


041-9 Il progetto di Zaha Hadid per il MAXXI e l’ampliamento del MACRO ad opera di Odile Decq sfidano sia i curatori delle mostre sia i visitatori a sperimentare l’arte contemporanea secondo modalità radicalmente nuove. Diversamente dalla maggior parte dei musei, contenitori statici che fungono da sfondo neutro per le esposizioni, queste nuove realizzazioni sono dinamiche e interattive: senza divisioni nette tra zone di passaggio e spazi espositivi e con la sequenza convenzionale di bianche gallerie ortogonali sostituita da un’interazione fluida di spazi aperti, rampe e percorsi. Consapevolemente o no, entrambe si ispirano al concetto di “promenade architecturale” di Le Corbusier e alla spirale del Guggenheim di Frank Lloyd Wright che, cinquant’anni fa, ottenne un simile risultato. I due musei sorgono a nord della città storica e cercano di attrarre un nuovo pubblico coinvolgendo i residenti della zona. Le somiglianze però non si fermano qui. Entrambi sono inseriti all’interno di edifici preesistenti: Hadid ingloba una caserma dismessa, mentre Decq amplia una ex fabbrica di birra, già convertita precedentemente. I due architetti hanno vinto il concorso a distanza di pochi anni l’una dall’altra ed entrambe le inaugurazioni sono previste a maggio. Vale poi la pena notare che i due architetti sono stranieri, aspetto irrilevante oltralpe, ma che costituisce una anomalia in Italia, e (sebbene si rischi l’ira di Hadid solo a parlarne) donne di successo in una professione ancora oggi in prevalenza maschile. MACRO è un’istituzione sostenuta dalla città, che ha iniziato a collezionare opere d’arte negli anni ‘50 e che a metà degli anni ’90 ha riconvertito l’ex fabbrica della Peroni dietro Porta Pia. Odile Decq e Benoît Cornette, in collaborazione con Burkhard Morass, hanno vinto nel 2001 un concorso a due fasi con un progetto che ha saputo farsi forza delle limitazioni nella scelta dei materiali e nel budget. Il sito è un rettangolo irregolare posizionato sul retro di edifici già esistenti: due blocchi lineari uniti da un atrio con la copertura vetrata. La vecchia facciata su strada, posta 4,5 metri più in basso rispetto all’attuale entrata a sud, doveva essere mantenuta. Per creare il nuovo accesso e ottenere al tempo stesso un’ampia galleria di 1000 mq gli architetti hanno sfruttato il dislivello e trasformato il tetto in una piazza pubblica, con una fontana che bagna l’ampio lucernario con un sottile strato d’acqua. Per continuare ad attraversare il sito, gli abitanti salgono verso la piazza, dove possono fermarsi nel caffè-ristorante, e proseguono lungo il percorso pedonale vetrato che scende fino all’atrio. Chi ha il biglietto può invece salire, scendere o percorrere la passerella aerea fino a una seconda galleria espositiva. “Volevamo ricreare un mondo nuovo dietro la facciata rispettando però il denso tessuto del quartiere” ha detto Decq. L’architetto ha lavorato a stretto contatto con l’ex direttore del MACRO, Danilo Eccher, il quale ha persuaso il sindaco a modificare il programma iniziale mal definito e a focalizzarsi esclusivamente sull’arte a partire dagli anni ‘50 in poi. Una sala didattica con 150 posti per video, film e conferenze è stata inserita all’interno della galleria centrale. Questo contenitore inclinato, rosso brillante e illuminato dal basso, sembra sospeso nel vuoto. Gli spazi espositivi si sviluppano attorno e al di sopra di questa sala dal volume scultoreo, e le opere esposte ricevono dall’alto la luce, velata dall’acqua della fontana. L’architetto si è ispirato a Daniel Buren, che durante la progettazione del Guggenheim a Bilbao esortava Frank Gehry a creare spazi stimolanti per gli artisti. Decq ama i colori brillanti e porta una ciocca rossa tra i capelli neri; qui, in uno spazio bianco e nero, la sala didattica apporta un accento cromatico. Per filtrare la luce senza ricorrere a frangisole o ad altri sistemi di oscuramento, Decq ha lavorato con Simone Prouvé, figlia del grande ingegnere francese, allo sviluppo di un vetro laminato contenente uno strato interno in tessuto di acciaio inossidabile. La stessa lastra è stata impiegata a diverse densità, anche per altri usi. Nasconde lo sporco che si accumula sul lucernario del tetto e lascia intravvedere le esposizioni al di sotto del passaggio pedonale, incoraggiando le persone che lo percorrono a farsi coinvolgere e a comprare il biglietto. In quanto edificio industriale, l’interno dalla birreria era un open space grezzo, che ospitava macchinari appositamente progettati. Decq ha preso spunto da questo spazio usando il cemento grezzo per pareti e pavimenti, e conferendo alle travi d’acciaio che supportano le vetrate una ricercatezza nei dettagli che ricorda i lavori di Scarpa. Durante un viaggio a New York, Decq rimase colpita dalla riconversione operata da Michael Maltzan di un magazzino nel Queens, utilizzato dal MoMA come spazio temporaneo durante i lavori di ampliamento progettati da Yoshio Taniguchi. Frugale e improvvisato, MoMAQNS aveva più energia e carattere del grande e costosissimo nuovo museo. “L’arte contemporanea è libertà, e il nuovo direttore dal MACRO (Luca Massimo Barbero), giovane e dinamico, saprà sfruttare al meglio gli spazi”, asserisce Decq. Hadid e il suo partner Patrik Schumacher hanno affrontato le stesse sfide, anche se a scala più vasta e con un budget maggiore. MAXXI è una nuova istituzione ambiziosa promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali come catalizzatore per la realizzazione e la collezione di arte del XXI secolo. Il sito a forma di L nel quartiere Flaminio, vicino al Parco della Musica di Renzo Piano, ingloba gli edifici di una ex caserma. La maggior parte della vecchia struttura era abbandonata, ma due blocchi neoclassici sono stati restaurati e riconvertiti: quello a nord in ristorante-bookstore, l’altro a est in una galleria d’esposizione temporanea. Come spiegato dal project architect Gianluca Racana, “MAXXI è stato concepito come un campus, un insieme di elementi piuttosto che come unico oggetto isolato”. La prima fase comprende un complesso di gallerie di 18.000 mq affaciate su una piazza lastricata. Nella seconda, alcuni ponti uniranno questo blocco sinuoso a quattro aree che comprenderanno atelier di artisti, una biblioteca e altre gallerie, per architettura e arte. Ci sono voluti 13 anni per portare a termine l’opera vincitrice del concorso, circa lo stesso tempo impiegato per completare la Walt Disney Hall e il Getty Center di Los Angeles, anche se differenti sono i motivi del ritardo. Miracolosamente, poco è stato cambiato del progetto originario e questo è, ad oggi, il progetto più ambizioso dello Studio, più vasto del Phaeno Science Center di Wolfsburg aperto nel 2006. “È stato concepito in uno slancio creativo”, dice Racana, “e rifinito nei due anni successivi”. Le nude pareti in calcestruzzo fungeranno da schermo per la proiezione di video e giochi di luce, e l’unico accenno di complessità interna è una galleria a sbalzo sopra l’ingresso con la parete di fondo vetrata. Un’altra parete in vetro, rientrante rispetto alle sinuose gallerie del primo piano, illumina il foyer lineare, che raddoppia in un’area espositiva e attinge ulteriore luce naturale dalla copertura in vetro posta a 18 metri di altezza. Le scale con i parapetti in acciaio nero si snodano nel vuoto e si traformano in percorsi che conducono alle tre gallerie illuminate dall’alto, chiamate “suites” dagli architetti. C’è un che di rassicurante nel flusso di linee curve che attraversano lo spazio e viene naturale fare un’associazione con le svolazzanti cappe pieghettate di Issey Miyake, indumento preferito di Hadid. Le alte travi di copertura segnalano il percorso, guidano i visitatori, trascinati come da una corrente, e aprono una sequenza di prospettive. L’espressività organica dell’edificio genera un’emozione dei sensi, ottimamente interpretata da una compagnia di danza moderna in occasione dell’anteprima pubblica lo scorso novembre. Come Hadid ha scritto in una recente monografia, “I percorsi convenzionali focalizzati sull’oggetto sono qui rimpiazzati da spazi flessibili: in tal modo l’area centrale diventa un organismo fluido e aperto in grado di suggerire contemporaneamente diverse modalità di identificazione e fruizione. Elementi mobili rendono possibili allestimenti che lasciano libero il curatore e ridefiniscono il modo di essere spettatori creando un dialogo interattivo con l’opera d’arte e l’ambiente”. Ci auguriamo che il direttore e i curatori del MAXXI risponderanno alla sfida di libertà nell’allestimento e di dialogo attivo con l’opera d’arte e l’ambiente. Vuoto, l’edificio è già un’opera d’arte di per sé, come lo era il Jewish Museum di Libeskind a Berlino al suo avvio. L’avventurarsi fra livelli e assi intersecati di quel capolavoro, il passaggio dall’ombra alla luce, da spazi angusti a spazi vertiginosi offrivano un’esperienza eccitante, poi offuscata da un allestimento banale di oggetti storici. MAXXI potrà contare nei prossimi anni sui prestiti di una rete di musei internazionali per incrementare la sua collezione. Gli artisti dovrebbero vagliare l’opportunità di rispondere in maniera creativa a questo labirinto razionale, come altri hanno già fatto nel vortice di Wright a New York. MAXXI, MACRO e il Centro Congressi di Fuksas, in costruzione, rappresentano una sveglia per Roma. La città, in passato avanguardia dell’espressione artistica, è ora un passo indietro. Gli architetti del Pantheon e del Colosseo e, successivamente, Bernini e Borromini furono dei precursori ed i loro lavori sono tutt’ora attuali. L’amministrazione odierna non ha alcuna visione. Una politica faziosa, l’inerzia burocratica e l’ossessione di preservare ogni frammento del passato si uniscono all’indifferenza generale e a un’economia fragile, che emargina gli architetti. L’Italia e la sua capitale meritano di più.

Michael Webb

 
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